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USA E URSS: LA FINE DI UNA GRANDE ALLEANZA

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USA e URSS: la fine di una grande alleanza

  La seconda guerra mondiale fu dunque un evento di proporzioni considerevoli che influì profondamente sull’assetto politico ed economico di ogni paese coinvolto, portando al fatale epilogo la crisi dell’ Europa delle grandi potenze, che si era aperta con il primo conflitto mondiale. La Germania era stata sconfitta; Francia ed Inghilterra uscivano dalla guerra gravemente indebolite e ormai incapaci di sostenere il ruolo di potenze mondiali; gli Stati Uniti, economicamente e militarmente superiori ad ogni altro paese e la Russia vincitrice, ma umanamente, e non solo, provata dalla guerra, assurgevano al ruolo di superpotenze mondiali. Dal dopoguerra in poi l’Europa avrebbe subito l’incombenza minacciosa di un precario equilibrio tra i due paesi che tendevano a contrapporsi radicalmente sul piano politico ed economico.

  Gli Stati Uniti differentemente dagli altri paesi belligeranti, alla fine del conflitto si trovarono costretti ad affrontare non un problema di ricostruzione quanto un problema di riconversione. Ben presto la forte spinta ideologica che aveva animato il paese durante la presidenza di Roosvelt si sarebbe lentamente esaurita, a causa del venir meno dei presupposti economici e politico-sociali del New Deal: in seguito Truman avrebbe tentato di portare avanti la politica riformista roosveltiana, senza raggiungere obiettivi concreti ma riuscendo a salvaguardare le conquiste fondamentali fino allora ottenute.



  Per l’Urss il dopoguerra fu segnato da un sensibile accentuarsi della connotazione autocratica e repressiva del regime staliniano in risposta alle impellenti necessità della ricostruzione e all’inevitabile confronto con l’Occidente: la ricostruzione economica sovietica fu molto rapida e rivolta essenzialmente al settore industriale più che a quello agricolo, per favorire un notevole potenziamento anche sul profilo militare.

  Senza dubbio la “gestione della pace” da parte degli USA fu in un certo senso più generosa e lungimirante rispetto a quanto era stato messo in atto dall’Intesa nel primo dopoguerra. La partecipazione americana alla seconda guerra mondiale aveva assunto proporzioni ben diverse rispetto all’intervento nella grande guerra: non si era trattato di un semplice contributo ma, politicamente e militarmente, di una partecipazione decisiva. Gli Stati Uniti d’America non avrebbero potuto rifiutare quel ruolo di grande potenza che avevano già acquisito in seguito al primo conflitto ma che non avevano voluto assumere pienamente durante il periodo interbellico. Nelle prime fasi della politica internazionale del secondo dopoguerra si avvertì immediatamente un’ inversione di tendenza da parte degli Stati Uniti: dall’isolazionismo del New Deal  inaugurato da Roosvelt ad  un’interventismo quasi esasperato in ogni questione internazionale. Forse ripercorrere le tappe della politica estera americana equivale in un certo senso a ricostruire la storia delle relazioni internazionali della seconda metà del nostro secolo.

  Alla Società delle Nazioni istituita in “occasione” della conferenza di Versailles, subentrò l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Il primo passo verso la costituzione dell'ONU fu la Carta Atlantica, firmata dal presidente statunitense Franklin D. Roosevelt e dal primo ministro britannico Winston Churchill nel 1941: la necessità di raggiungere un'intesa verso un sistema di sicurezza e cooperazione internazionale fu ribadita un anno dopo nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1942 siglata da 26 nazioni alleate in guerra contro le potenze dell'Asse. Tuttavia solo con la conferenza di Mosca del 1943, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Cina e Stati Uniti cominciarono ad impegnarsi concretamente per creare nel più breve tempo possibile, un'organizzazione internazionale in grado di “salvare le generazioni future dal flagello della guerra”. Con l'incontro di Dumbarton Oaks (Washington, DC, USA) nel 1944 prese forma una bozza della carta fondamentale delle future NU; rimaneva però un forte disaccordo sulla procedura di voto entro il Consiglio di sicurezza, organo direttamente responsabile del mantenimento della pace. Tale motivo di dissenso fu risolto con la conferenza di Yalta nel febbraio del 1945, quando i sovietici accettarono le limitazioni imposte alle superpotenze in materia procedurale, fermo restando il diritto di veto dei membri permanenti del Consiglio sulle decisioni più importanti. I delegati di 50 nazioni alla conferenza delle Nazioni Unite sull' Organizzazione internazionale si incontrarono a San Francisco nell'aprile del 1945 e, in base al progetto di Dumbarton Oaks, stesero in due mesi i 111 articoli che compongono il testo dello statuto delle NU, che fu approvato nel giugno del 1945 ed entrò in vigore nell'ottobre dello stesso anno. Obiettivo primario delle NU era dunque garantire la pace nel mondo promuovendo il progresso economico e politico-sociale di tutti i popoli del mondo.

 Senza nulla togliere al ruolo determinante che tale istituzione ha ricoperto durante questo secolo, in qualità di punto di riferimento della diplomazia internazionale, era evidente sin dai primi anni che tale istituzione rispecchiava, suo malgrado, lo stato di aperta conflittualità della comunità internazionale.

  Dal punto di vista economico gli Stati Uniti tentarono di riattivare il mercato mondiale favorendo ampi movimenti di capitali, in un regime di libera concorrenza: con gli accordi di Bretton-Woods del luglio 1944 fu costituito il Fondo Monetario internazionale e ad esso fu associata la Banca mondiale che avrebbe dovuto concedere prestiti a medio e lungo termine per finanziare la ricostruzione e lo sviluppo dei singoli paesi. Lo scopo di questo fondo monetario era, in primo luogo, offrire un adeguata riserva valutaria mondiale a disposizione di tutti gli Stati membri e in secondo luogo, assicurare la stabilità dei cambi valutari. I paesi nei quali vigeva ancora il regime comunista non si associarono al fondo monetario e chiaramente era interesse degli Stati Uniti stimolare profondamente la rinascita economica europea in modo da riuscire a monopolizzare buona parte dei mercati internazionali in funzione dei propri parametri politici ed economici.




  Tuttavia la “grande alleanza” tra le potenze vincitrici, che già aveva iniziato ad incrinarsi prima della fine della guerra, entrò definitivamente in crisi con la morte di Roosvelt: gli Stati Uniti miravano senza dubbio alla ricostruzione di uno stabile ordine mondiale, godendo del primato economico ed avendo subito in misura minore le devastanti conseguenze della guerra, l’Unione Sovietica invece, avendo subito perdite e devastazioni ingenti, esigeva il “prezzo” della vittoria in termini politici ed economici. Nonostante questi gravi contrasti di fondo Roosvelt era convinto che fosse possibile mantenere aperto il dialogo con i sovietici e stabilire un ordine europeo nell’ambito del quale l’Urss avrebbe avuto l’importante funzione di garantire la sicurezza nell’area dei paesi comunisti.

  L’avvento di Truman alla presidenza degli Stati Uniti accese il contrasto riguardo due nodi fondamentali della politica internazionale: il futuro della Germania e gli sviluppi della politica internazionale in Europa orientale dove cominciava a prender corpo il progetto di assoggettamento di Stalin. Alla conferenza di Parigi, che si tenne fra il luglio e l’aprile del 1946 il nodo fondamentale del conflitto restò irrisolto: tra Unione Sovietica e Stati Uniti si stava ormai per aprire quella fase della politica mondiale che venne definita come guerra fredda, una guerra mai combattuta, ma portata avanti quasi esclusivamente sul piano diplomatico, sintomo di uno stato di continua tensione tra gli stati che costituivano i blocchi contrapposti formatisi attorno a USA e URSS.

  Lo scontro che acquisì progressivamente la fisionomia di una dichiarata ostilità, affondava le sue radici nell'inconciliabilità delle ideologie alla base dei due sistemi politico-economici, capitalismo e comunismo, che ispiravano chiaramente interessi “geopolitici” completamente opposti.

  Il carattere bipolare di questo conflitto contribuì a semplificare il quadro internazionale, frenando il dinamismo politico che aveva caratterizzato il precedente sistema, dominato da più potenze, con l'esito paradossale di aver garantito il più lungo periodo di pace nella storia dell'Europa contemporanea.






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