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La grande crisi

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La grande crisi


La crisi borsistica del 1929 e la depressione mondiale che la seguì furono eventi diversi e senza dubbio molto più gravi e violenti delle crisi economiche del secolo XIX e del principio del XX.

La crisi scoppiò negli Stati Uniti; dove le società per azioni si moltiplicarono e si assistette ad una gigantesca ondata speculativa sui titoli. Ad attirare gli acquirenti era il continuo aumento di valore dei titoli, che faceva sperare in ottimi guadagni in breve tempo. Perciò, la febbre speculativa coinvolse non solo gli investitori di professione ma anche un gran numero di piccoli risparmiatori. Qualche segno premonitore di crisi si ebbe già all’inizio di ottobre, quando il corso dei titoli cominciò a scendere, ma solo il giorno 24 (il famoso “giovedì nero”) il panico scoppiò a Wall Street: quasi 13 milioni di titoli furono offerti in vendita con una domanda pressoché nulla. La situazione peggiorò martedì 29 ottobre (“martedì nero”); fu la giornata più disastrosa della Borsa di New York, con 33 milioni di titoli offerti in vendita. I corsi ovviamente precipitarono e si ebbero i primi fallimenti di banche e di agenti di cambio (alcuni investitori si suicidarono).

Dagli Stati Uniti la crisi si proò agli altri paesi tramite gli scambi internazionali, per il peso che l’economia aveva ormai acquistato. Nel 1929, difatti, la produzione industriale degli USA costituiva il 45 per cento di quella del mondo intero. Contribuì alla crisi anche il ritiro, da parte degli USA, di capitali investiti all’estero (specialmente dalla Germania).

Le conseguenze della crisi mondiale furono gravissime: la domanda di beni di consumo durevoli si arrestò, i prezzi crollarono, la produzione si ridusse drasticamente, aumentò la disoccupazione, colpendo milioni di persone negli Stati Uniti e nel mondo. Si trattava di una gigantesca crisi di sovrapproduzione che durò fino al 1932.

Uno degli effetti principali della depressione fu l’abbandono del gold exchange standard. La crisi mondiale condusse il sistema monetario al fallimento definitivo quando i paesi creditori, in particolare gli Stati Uniti, ritirarono una larga parte dei capitali investiti sui mercati internazionali. Le monete di riserva e l’oro dei paesi debitori cominciarono ad assottigliarsi . La possibilità di continuare ad assicurare la convertibilità delle banconote venne allora messa seriamente in discussione. La fine del gold exchange standard si avvicinava a grandi passi.

Il primo paese ad abbandonare il sistema a cambio aureo e a svalutare la moneta fu, nel 1931, la Gran Bretagna. Era l’inconvertibilità della sterlina, che di fatto veniva svalutata.

Anche negli stati Uniti venne svalutato il dollaro, e la moneta americana, non era più convertibile all’interno degli Stati Uniti, ma conservava la sua convertibilità esterna. La Riserva federale, cioè, cambiava i dollari in possesso di banche straniere in oro o in divise. Fra il 1935 e il 1936, perciò, molti paesi (Belgio, Francia, Olanda, Italia, Svizzera, ecc.) furono costretti ad abbandonare la convertibilità dei propri biglietti e a svalutare le monete in una misura oscillante tra il 25 e il 41 per cento.






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