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Le multinazionali - Croce e delizia del nostro tempo, Storia delle multinazionali, Monoliticità del potere, Multinazionali: solo sfruttamento?

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Le multinazionali

Croce e delizia del nostro tempo.


Storia delle multinazionali



Il funzionamento dell’economia mondiale è condizionato da aziende gigantesche, generalmente chiamate “multinazionali” o “corporazioni transnazionali”. Nel 1982 380 aziende, di ben 30 paesi diversi, di cui un numero crescente con sede nel terzo mondo, avevano un fatturato di più di due miliardi di dollari l’anno, superiore al prodotto nazionale lordo di molti paesi. Queste aziende sono state paragonate a dei veri e propri stati sovrani, capaci d’influenzare in maniera sostanziale la politica internazionale e l’economia mondiale.

Alla fine degli anni sessanta, Jean Jacques Servan Schreiber arrivava ad affermare che la terza potenza industriale nel mondo non era tanto l’Europa, ma l’industria statunitense in Europa.

Buona parte delle multinazionali più grandi è composta da comnie petrolifere, aziende automobilistiche, elettriche, elettroniche, chimiche, alimentari. Queste aziende operano in molti paesi di tutto il mondo, molte sono controllate da un azionario privato, ma un numero rilevante di esse, tra cui vanno citate la Renault, la British Leiland e la Petroleos de Venezuela, sono controllate, del tutto o in parte, dai rispettivi governi.



Il fenomeno dell’impresa multinazionale è molto antico. La città stato di Venezia già nel quindicesimo secolo gestiva tutta una serie di operazioni finanziarie a livello internazionale. Molte comnie commerciali, nei secoli successivi, svilupparono attività commerciali nei vari continenti, ma solo alla fine del diciottesimo secolo e all’inizio del diciannovesimo si assistette alla crescita e alla proliferazione delle multinazionali, di pari passo con gli sviluppi dell’economia capitalistica mondiale. Le prime multinazionali ad emergere sono state delle corporazioni specializzate in un settore specifico, che avevano concentrato una gran quantità di risorse economiche al punto da raggiungere posizioni quasi monopolistiche in diversi paesi.

Alla metà del nostro secolo si delinea una nuova tendenza: con l’emergere della legislazione antitrust, che si propone di limitare l’influenza di queste aziende, si cominciano ad affermare le imprese di tipo diversificato. Queste si sono sviluppate a mano a mano che si cercava di acquisire il controllo delle fonti cruciali di materie prime, di sviluppare un portafoglio d’investimenti differenziati, di limitare i rischi connessi con l’operare in un solo paese lavorando in più nazioni, di effettuare degli investimenti all’estero allo scopo di proteggersi dalle fluttuazioni dell’economia o da eventuali cambiamenti di politica dei singoli governi ospitanti e di aprire nuovi mercati per prodotti che erano oramai divenuti maturi in altri mercati.

Alcuni di questi conglomerati, si sono sviluppati a mano a mano che le grandi aziende acquisivano interessi in nuove aree di attività, altri attraverso una serie di operazioni finanziarie che sono state in grado di dar vita a conglomerati giganteschi prendendo le mosse da quasi niente. Questo secondo tipo di tendenza è stato tipico degli anni sessanta, quando il mondo della finanza approfittò del boom borsistico che ha accomnato la guerra del Vietnam, dando luogo a tutta una serie di acquisizioni e fusioni a catena di aziende.

Un esempio è di come Harold Geneen è stato capace di trasformare la Itt da un gruppo disarticolato di aziende telefoniche internazionali in conglomerato centralizzato che controlla 331 società, le quali a loro volta controllano altre 771 aziende operanti in tutto il mondo. Questo successo ottenuto da Geneen trova una serie di riscontri in molte altre multinazionali. La Gulf & Western ha preso rapidamente vita sulla base di una piccola azienda produttrice di paraurti per automobili arrivando a controllare 92 aziende operanti in settori tanto diversi quanto quello minerario, saccarifero, editoriale e dello show business. La Litton Industries si è trasformata, in meno di dieci anni, da un’azienda elettronica che fatturava meno di un milione di dollari l’anno, in un conglomerato che controlla più di cento aziende.

Nel 1948 le duecento maggiori imprese industriali americane controllavano il 49% della produzione manifatturiera; nel 1969 tale percentuale era salita al 58%. Nel 1983 le prime cento aziende manifatturiere americane controllavano il 48% della produzione manifatturiera totale.




Monoliticità del potere


Lo sviluppo delle multinazionali ha alterato in maniera significativa la distribuzione del potere a livello mondiale. Non poche aziende hanno dimensioni maggiori di diversi stati nazionali e sono più potenti di questi; al contrario degli stati nazionali, peraltro, queste aziende non devono rispondere a nessuno se non a se stesse. Una serie di ricerche recenti dimostra che generalmente le multinazionali sono molto accentrate, al punto che le rispettive filiali straniere sono tenute sotto rigido controllo attraverso una serie di regole, norme, etc. Le filiali devono riferire regolarmente alle società madri e il personale delle filiali non ha praticamente alcun’influenza sulle decisioni strategiche, nemmeno su quelle che riguardano le filiali stesse. Le risorse delle multinazionali sono, inoltre, gestite in modo da accentuare la dipendenza delle singole filiali piuttosto che favorire la loro autonomia.

Il fenomeno delle multinazionali è, quindi, un fenomeno caratterizzato dalla monoliticità del potere. Di tutti i tipi di organizzazione, le multinazionali sono quelle che più ci rammentano i timori di Weber relativi al fatto che le organizzazioni burocratiche sono in grado di divenire dei veri e propri regimi totalitari al servizio di élites che, attraverso tali organizzazioni, si trovano titolari di un potere “praticamente inattaccabile”. In parole povere la caratteristica delle multinazionali è il controllo e ancora il controllo. Molto spesso le multinazionali danno luogo a forme d’integrazione verticale, per garantirsi il proprietà o il controllo di materie prime cruciali o di altre forniture egualmente cruciali e impegnano risorse considerevoli nelle ricerche di mercato e nelle attività promozionali allo scopo d’influenzare le preferenze dei consumatori. Le multinazionali svolgono inoltre una serie di attività, ufficiali o ufficiose, di sectiunello, in modo da regolare i rapporti tra le varie organizzazioni e, quindi, in modo da poter stabilizzare e controllare aspetti dell’ambiente che altrimenti sarebbero incerti e minacciosi. Gli accordi di sectiunello determinano la riduzione dei livelli di concorrenza, perché prevedono la spartizione dei mercati: ciò fa sì che in ogni zona vi sia una sola impresa dominante che dovrà affrontare solo la concorrenza di piccole imprese nazionali che non fanno parte del sectiunello. Il livello di concorrenza sui mercati stranieri è così definito da veri accordi di “spartizione dei terreni di caccia”, accordi che di preferenza tendono a non intaccare la suddivisione già esistente sul mercato. Di solito le imprese statunitensi hanno mano libera sui Carabi, le imprese inglesi e francesi sui loro ex territori coloniali, le imprese tedesche nell’Europa settentrionale ed orientale e quelle giapponesi nell’Asia orientale e meridionale. Le altre zone restano caratterizzate da libera concorrenza, anche se qui sono ampiamente praticati accordi di spartizione di quote di mercato e di spartizione dei prezzi.Questi sectiunelli fissano la propria sede in paesi che non hanno una legislazione antitrust e trovano il modo di aggirare le normative là dove esistono. Queste strategie, contribuendo ad evitare lo svilupparsi di guerre tra queste giganti, che potrebbero risultare fatali, aumentano ulteriormente il già immenso potere delle multinazionali.



Gli sforzi delle multinazionali volti a controllare il proprio ambiente, spesso sconfinano in politica: esse si trovano spesso in grado di condizionare in maniera rilevante i governi dei paesi che lo ospitano, specialmente nel caso che questi paesi dipendano in maniera significativa dalla presenza della multinazionale o da alcune sue attività. Ad esempio, laddove gli obiettivi e gli scopi di natura economica della multinazionale vengano a trovarsi in conflitto con lo sviluppo perseguito dal governo del paese ospitante, la multinazionale tende ad invischiarsi in tutta una serie di processi suscettibili di condizionare la politica economica e sociale del paese ospitante. Emblematico a questo proposito è il coinvolgimento dell’Itt nella vita politica del Cile: qui la Itt nel 1970 complottò in prima persona per impedire l’ascesa al potere del presidente marxista Salvador Allende. D’accordo con la CIA la Itt si diede da fare per creare in Cile una situazione di caos suscettibile di favorire un colpo di stato, arrivando ad offrire alla Casa Bianca, in cambio di un aiuto nel tentativo di fermare l’ascesa, un contributo finanziario a “sette zeri”. L’episodio cileno, anche se estremo, evidenzia tutta una serie di problemi specifici che emergono quando delle strutture molto autoritarie, quali le multinazionali, si trovano ad operare in paesi democratici. Infatti, le multinazionali sono in grado di annullare completamente il processo democratico, costringendo i governi a fare i conti, prima che con gli interessi degli elettori, con quelli delle multinazionali stesse.

Il potere brutale delle multinazionali, i sectiunelli che riducono la concorrenza tra loro, il fenomeno delle partecipazioni incrociate che le caratterizza, tutto contribuisce a conurare un’economia mondiale dominata dalle organizzazioni ed in cui il poter del funzionario di queste organizzazioni fa aggio su quello del politico eletto e su quello della gente al cui servizio, in principio, le organizzazioni dovrebbero operare.




Multinazionali: solo sfruttamento?


Le multinazionali hanno anche dei sostenitori dai quali sono considerate delle forze positive dello sviluppo economico, poiché creano opportunità di lavoro e perché mettono a disposizione di comunità, che ne sarebbero altrimenti prive, risorse finanziarie, tecnologia ed esperienza. I critici tendono a considerare le multinazionali come dei mostri autoritari che cercano di sfruttare sin dove è possibile i paesi che lo ospitano.

La struttura molto centralizzata fa sì che gli interessi della multinazionale nel suo insieme, interessi in termini di margini di profitto, di crescita e di sviluppo strategico, abbiano la precedenza, nell’elaborazione delle politiche aziendali, sugli interessi delle comunità locali che ospitano i vari segmenti della multinazionale. Quando i dirigenti della multinazionale sono indotti da considerazioni di natura strategica a disinvestire in particolare settore, a chiudere un impianto o a ristrutturare l’assetto aziendale a livello internazionale, le conseguenze per le comunità locali che ospitano le attività della multinazionale possono essere tragiche. Molto spesso queste decisioni non sono dovute tanto al fatto che l’impianto che si vuol chiudere sia in perdita quanto al fatto che si pensa che sia possibile guadagnare di più altrove.

Ad esempio, il fatto che molte grandi aziende statunitensi abbiano deciso di traslocare molti impianti manifatturieri in zone caratterizzate da un minor costo della manodopera e da una scarsa presenza sindacale, ha determinato la decadenza di molte città del nord degli Stati Uniti.

Gli effetti delle strategie delle multinazionali sono particolarmente pesanti sulle piccole comunità: qui l’eventuale decisione di chiudere un impianto può far venire meno la principale attività economica della zona. Anche se perfettamente logiche dal punto di vista dell’utile dell’azienda, queste decisioni sono spesso disastrose per il tessuto socioeconomico della comunità interessata. Fenomeni di questo tipo sono parimenti riscontrabili in quelle zone industriali e minerarie dell’Europa ora in crisi, zone nelle quali la chiusura di miniere di carbone e di acciaierie provoca la decadenza di intere regioni. In maniera simile, la decisione della multinazionale di spostare la sua liquidità da un paese all’altro, magari per sfruttare la differenza nei tassi d’interesse, può influenzare in maniera sostanziale le bilance dei amenti dei paesi interessati. Oppure, la decisione di seguire una particolare politica di sviluppo aziendale può condizionare i programmi economici del paese o della regione ospitante, magari distorcendo i modelle che lo stato o il governo locale tentano di realizzare.

Il fatto è che, tanto più le pubbliche autorità tentano di limitare l’ambito di discrezionalità delle multinazionali, tanto meno queste sono motivate ad investire nel paese relativo. Come conseguenza, la multinazionale e lo stato si trovano spesso in un rapporto di dominio/dipendenza o in un rapporto di contrapposizione in cui ognuno dei due attori cerca di condizionare l’operato dell’altro.

Per quanto l’impatto delle multinazionali sui paesi occidentali possa essere stato negativo, l’impatto delle stesse imprese sui paesi del terzo mondo è stato di gran lunga peggiore. Molti osservatori critici di questo fenomeno considerano le multinazionali come dei moderni colonizzatori che sfruttano le risorse, naturali e non, del paese ospitante, per i loro scopi. Ovviamente le multinazionali no condividono queste opinioni. Queste affermano che il loro operato contribuisce allo sviluppo del mondo sottosviluppato; e ciò nonostante le difficoltà determinate da una pubblicità negativa riconducibile ai comportamenti scorretti di una minoranza irresponsabile, nonostante la pubblicità negativa favorita dalle sinistre che condannano il mondo degli affari in maniera aprioristica e nonostante che le pubbliche autorità spesso non rispettino i patti.

Le multinazionali sostengono che l’influenza che intendono esercitare ha sempre effetti positivi e che, tra le multinazionali e le pubbliche autorità, è possibile sviluppare rapporti di cooperazione con vantaggi reciproci. Il dibattito è ancora molto acceso ed è possibile portare argomenti a favore e contro ambedue le cause.




Principali critiche rivolte al comportamento delle multinazionali.


La prima di queste critiche sostiene che il comportamento delle multinazionali nei confronti delle economie ospitanti, al pari di quello degli imperi coloniali di cui hanno raccolto l’eredità, sia caratterizzato da un sostanziale sfruttamento. L’analisi del ruolo delle multinazionali nel terzo mondo dimostra che tali imprese si sono tradizionalmente occupate dell’estrazione delle materie prime e di risorse alimentari. Più recentemente hanno dato vita anche ad attività manifatturiere. In ambedue i casi il controllo delle attività operative, della tecnologia e degli utili è nelle mani della multinazionale: in questo modo il paese del terzo mondo che ospita le attività operative della multinazionale si trova a dipendere dal paese d’origine della multinazionale in maniera ancora più accentuata.

Si consideri il modo in cui le multinazionali hanno affrontato le problematiche relative all’estrazione mineraria e quelle relative allo sfruttamento agricolo nei paesi del terzo mondo. In ambedue i casi, le multinazionali hanno usato le risorse dei paesi che ospita vano le loro attività operative per aumentare i profitti ed il livello di vita dei paesi occidentali. Ad esempio nel 1970, il Bureau International du Travail poteva registrare che i paesi industrializzati dell’occidente ricevevano l’85% della bauxite, il 100% del cromo, il 17% del rame, il 95% dello stagno e praticamente la totalità dei prodotti agricoli tropicali del terzo mondo. Sino a che i governi ospitanti non hanno esercitato delle opportune pressioni, le multinazionali si limitavano all’estrazione di questi prodotti, eseguendo la maggior parte delle lavorazioni necessarie altrove. I prodotti erano esportati allo stato grezzo, determinando un notevole profitto per la multinazionale ma un limitato beneficio per il paese di estrazione.

Nel caso dell’agricoltura, il fenomeno ha assunto aspetti ancora peggiori. Infatti, il trovarsi a coltivare per esportare nei paesi dell’occidente, ha messo le popolazioni del terzo mondo in una situazione di completa dipendenza nei confronti dei datori di lavoro e dei mercati stranieri. Si prenda in considerazione, per esempio, come l’agricoltura è stata ristrutturata nei paesi latinoamericani e nei Carabi, allo scopo di produrre zucchero, caffè, prodotti tropicali, noci e piante tropicali. Il terzo mondo, grazie all’influenza di un numero limitato di multinazionali che controllano le varie produzioni agricole, è diventato, nonostante sia caratterizzato da una diffusa situazione di sottoalimentazione, un esportatore netto di beni alimentari.

La dipendenza che caratterizza oggi le popolazioni del terzo mondo nei confronti del lavoro salariato come fonte di sopravvivenza, richiama ciò che si è verificato durante la rivoluzione industriale in Europa, quando si formò una classe lavoratrice dipendente, parallelamente al venir meno dei mezzi tradizionali di sostentamento.


Secondo tale critica le multinazionali sfrutterebbero le popolazioni locali alla stregua di “schiavi da salario”, spesso al posto dei lavoratori occidentali protetti dai sindacati. Nelle fabbriche che le multinazionali possiedono nel terzo mondo, gli uomini, le donne ed i bambini arrivano a lavorare sino a dieci, dodici o più ore per meno di un dollaro al giorno.


Un’ulteriore critica rivolta all’operato delle multinazionali nel mondo, si riferisce al fatto che, laddove esse sostengono di portare capitali e tecnologie a i paesi sottosviluppati, in effetti, estraggono da tali paesi un flusso netto di capitali e fanno sì di mantenere il controllo della tecnologia che utilizzano. Si stima che le multinazionali abbiano un ritorno che arriva talvolta ad essere pari all’80% del capitale investito. L’investimento diretto risulta pertanto relativamente poco ma comunque in grado di determinare un ritorno incredibilmente alto. In alcuni settori si stima che il ritorno di capitale investito dalle multinazionali si aggiri sul 400% all’anno.


C’è ancora un’altra critica che è rivolta al comportamento delle multinazionali. Essa riguarda il fatto che tali imprese riescono spesso, attraverso la pratica della “sotto/sovrafatturazione”, ad occultare una parte dei loro profitti in modo da evitare di are imposte adeguate alle nazioni che lo ospitano. Si stima che un terzo del commercio mondiale sia intra-aziendale. Da un punto di vista monetario, ogni multinazionale rappresenta spesso contemporaneamente il proprio più importante cliente, poiché le singole filiali si acquistano e si vendono a vicenda prodotti e servizi. In questo modo la multinazionale ha una notevole possibilità di manovra che le permette di manipolare i dati relativi agli utili nei vari paesi. Acquistando del materiale da una consociata a prezzi molto elevati e rivendendo i prodotti ad un’altra consociata a prezzi molto bassi, è possibile far urare delle perdite o degli alti profitti a seconda dell’impressione che si vuol fare sul mondo esterno. Nei paesi a tassazione elevata, i profitti risultano bassi, mentre risultano alti nei paesi a bassa imposizione. Oppure è possibile trasferire i prodotti da un a consociata ad un’altra, per approfittare degli incentivi offerti dai governi ospitanti. Queste manovre rappresentano spesso una componente essenziale della politica dell’azienda, specialmente quando è chiamata a trattare con i sindacati a giustificare la chiusura di qualche impianto.



Le multinazionali, al pari delle altre organizzazioni, utilizzano la contabilità per condizionare la rappresentazione della realtà, in modo da rendere tale rappresentazione strumentale ai propri obiettivi.

Da ultimo va ricordato che le multinazionali vengono spesso aspramente criticate per i veri e propri ricatti che fanno ai paesi e alle comunità locali che le ospitano, arrivando spesso a giocare un paese contro l’altro per ottenere delle migliori condizioni operative.La multinazionale si trova spesso in una condizione tale da poter fare quello che vuole. Alcuni esempi eclatanti riguardano la sicurezza sul lavoro e le malattie professionali, nonché la sicurezza ambientale e la buona fede nella conduzione degli affari. Trovandosi al di sopra dei regolamenti pubblici, tali imprese finiscono spesso con il gestire impianti pericolosi e con il vendere prodotti pericolosi ad un pubblico ignaro.


Per tutti questi motivi, gli esponenti dell’approccio radicale ritengono che il comportamenti delle multinazionali tende a creare del caos sia in campo economico, sia in quello politico e sociale, distorcendo e non favorendo lo sviluppo dei paesi ospitanti. Non tutta la colpa va però addossata alle multinazionali: infatti, queste sono generalmente invitate dai paesi del terzo mondo i cui governi, che sono spesso delle dittature o comunque dei governi di tipo oligarchico, collaborano attivamente con le multinazionali stesse.

Talvolta le multinazionali raggiungono degli accordi, ufficiosi o ufficiali, con le autorità locali, in ordine alle condizioni di operatività; un esempio è rappresentato dalle Filippine, nelle quali la dittatura di Marcos garantiva la possibilità di disporre di una forza lavoro non sindacalizzata. Altrove gli accordi non sono molto più sottili e spesso sono il frutto di una continua attività di mediazione politica. “Lo stato e le multinazionali sono considerati dei partner che contribuiscono al progresso, alla modernizzazione e allo sviluppo e, la maggior parte delle multinazionali, si comporterebbe in maniera esemplare”: gli autori di questa affermazione sostengono che è necessario prendere in considerazione il comportamento come modello di ciò che è possibile. Da questo punto di vista va rammentato il codice di comportamento elaborato dalle Nazioni Unite in relazione alla produzione di prodotti pericolosi, nonché il codice di comportamento elaborato dal Bureau International du Travail relativo alla così detta “buona condotta” delle aziende; questi codici rappresentano dei quadri di riferimento nell’ambito dei quali le multinazionali possono offrire un contributi positivo allo sviluppo del mondo.

Il dibattito pro e contro le multinazionali non è esaurito. Sono disponibili dati e case studies a favore e contro le diverse tesi. E’ indubbio che è necessario migliorare il comportamento che attualmente le multinazionali hanno; la storia dello sfruttamento perpetrato dalle multinazionali è veramente imponente come pure rimarchevole è il sostegno offerto alle élites locali alle multinazionali. D’altra parte è anche vero che i governi ospitanti vogliono tutta la torta e, dopo aver attirato la multinazionali, tentano di controllarle. I riformisti invocano una maggiore comprensione reciproca; per i radicali, comunque, questa maggiore responsabilità sociale significherebbe solo realizzare le così dette “riforme possibili”, riforme che lascerebbero immutate le condizioni di sfruttamento e le disuguaglianze strutturali di base. Mentre i riformisti ci sollecitano a prendere atto delle pluralità degli interessi in gioco e a cambiare le regole del gioco stesso, in modo da realizzare un rapporto più equilibrato, i radicali mettono in discussione i principi stessi che garantiscono la possibilità di questo gioco.


Esperienze


Un’esperienza importante sul comportamento delle multinazionali del settore petrolifero e in generale, di quelle di “prima generazione”, le quali si proiettano all’estero per l’approvvigionamento di materie prime, è quella della Shell in Nigeria. Questa esperienza ci offre un esempio, in realtà non proprio positivi, dei rapporti delle multinazionali con le popolazione locale e il territorio che le ospita. In realtà, il caso Shell ha raggiunto l’attenzione della cronaca internazionale a causa degli scontri violenti degli abitanti di una piccola regione della Nigeria, l’Ongoniland, con l’esercito del governo centrale.



Comunque la ShellNigeria, da vari anni, si sta impegnando per il rispetto dell’ambiente, come dimostra il grafico sottostante.

Un altro caso è quello della “Pepsi Co” in India, che può rappresentare un esempio del crescente interesse delle multinazionali per i mercati emergenti dei paesi in via di sviluppo.












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