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ANALISI DEL TESTO - O CORPO ENFRACEDATO (Iacopone da Todi)

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ANALISI DEL TESTO


O CORPO ENFRACEDATO (Iacopone da Todi)


Una tra le più famose laudi scritte da Iacopone da Todi fu senz’altro “O Corpo Enfracedato”.

Questa tipologia testuale, che raggiunge il massimo della propria diffusione orale nel corso del 1260, è caratterizzata principalmente da lodi rivolte alla Madonna, a Cristo e ai Santi.

Lo schema metrico utilizzato per questi inni era la canzone a ballo o ballata, un metro tipico popolare, rappresentante il passaggio ad una forma letteraria più complessa. In seguito, quando diventerà una vera e propria lauda “drammatica”, avrà un ruolo anche nel teatro.

Nel dialogo analizzato è narrata la storia dell’anima dello scrittore, che dopo la morte si trova a dovere rendere conto delle azioni compiute durante la propria vita. L’intero testo non è altro che uno scambio di battute fra Iacopone da Todi, spaventato dalle orribili visioni che vede guardandosi attorno, fra cui la più spaventosa è quella dei demoni che lo circondano, ma anche intimidito al cospetto di Gesù, rafurato come un signore di grande altezza, dallo sguardo severo e arrabbiato.

Le risposte dell’anima sono tutt’altro che liete e rassicuranti (“levati emmantemente, cà si meco dannato), quasi fosse una seconda persona innocente che si vede trascinata in un baratro da un essere colpevole. Ella ricorda in continuazione allo stesso protagonista i peccati compiuti durante la vita terrena, che ora dovrà are a caro prezzo. All’interno del testo, l’autore insiste su immagini macabre e terrificanti: la prima di esse si trova al verso numero 20; qui Iacopone viene a contatto con orribili persone dal volto surato, con le quali l’autore dovrà convivere per l’eternità, per espiare i peccati commessi durante tutta la sua vita. Un’altra rafurazione terrificante più per il significato che per l’aspetto è quella di Cristo, il cui sguardo duro, tanto che lo scrittore vorrebbe sprofondare sotto terra, rappresenta il modo di vivere sbagliato che l’ha condotto all’inferno anziché nel regno dei cieli. Tali immagini di per sé orribili hanno come significato il distaccamento dell’anima dal corpo, descritto da Iacopone da Todi quasi come la separazione di due esseri distinti, dei quali sembra addirittura che uno agisca contro l’altro, e i cui peccati vengono scritti sulla fronte e giudicati da Cristo, che e alla fine della lauda come un signore su un trono.

E proprio in questo momento l’anima stessa rimpiange un errore molto grave commesso nella vita terrena dall’autore, e che avrebbe potuto salvarli entrambi dal peggiore destino che sarebbe mai potuto capitare a qualsivoglia persona: non avere vissuto in modo spiritualmente giusto per entrare nel suo regno.

La visione dell’uomo da parte di Iacopone da Todi, messa in evidenza dall’analisi del testo “O Corpo Enfracedato”, non coincide con quella di Francesco D’Assisi, pur inserendosi anch’egli nel solco della tradizione francescana. Il primo, difatti, non vive più il rapporto fiducioso e ottimistico con la natura che caratterizza quest’ultimo. La sua opposizione contro la ricchezza ed il potere è tragica e sfiduciata, al contrario di quella di San Francesco, che era riuscito a trovare un rapporto sereno con l’uomo riconciliato alla natura. Il suo equilibrio risulta impossibile per Iacopone da Todi, che riprende dalla sua dottrina gli aspetti maggiormente polemici, senza alcunché di positivo, come era stata per il primo la conversione.







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