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Materia, atmosfera, poetica del Paradiso appaiono già dichiarate nel lungo proemio della terza cantica; esse sottolineano il divario esistente tra la “Comedìa” del Purgatorio e dell’Inferno e il “sacrato poema” del Paradiso.




Il canto II del Paradiso ospita il lungo proemio alla terza cantica; in cui Dante ammonisce i lettori non provvisti di un bagaglio culturale adeguato ad abbandonare la lettura della cantica. La difficoltà della materia teologica è preannunciata dalla metafora della “piccioletta barca”, in cui la poesia è allegoricamente rappresentata da una piccola nave sulla quale si imbarcano i lettori sprovvisti degli strumenti necessari per seguire la nave su cui è Dante. Molti sono i riferimenti al canto XXVI dell’ Inferno, nel quale Ulisse, cercando di oltrepassare le colonne d’Ercole e di raggiungere il monte del Purgatorio, sprofonda in un vortice che lo porterà all’inferno poiché ha passato il limite della facoltà e dell’ingegno; questo episodio viene messo a confronto con la nuova impresa del poeta, infatti Ulisse pecca di superbia, mentre la missione di Dante è sorretta dalla grazia divina. Grazie a questa e alla consapevolezza dell’insufficienza della ragione e della scienza umana, l’autore riuscirà dove il grande Ulisse ha fallito. La retorica del tempo prevedeva che la parte iniziale di un’opera fosse divisa in propositio, in cui si esplicita il contenuto dell’opera, invocatio, in questo caso rivolta ad Apollo ed a tutte le muse per sostenerlo nella difficile impersa, e dedicatio,che qui manca ma che Dante spiega nella lettera a Cangrande della Scala, dove sostiene di aspirare ad un pubblico universale. La parte retorica del Paradiso è molto più ampia rispetto a quella dell’Inferno e del Purgatorio, ma qui l’elemento centrale non è più l’io del poeta ma Dio; infatti i primi tre versi sono autonomi rispetto al resto della protasi e descrivono il Paradiso e l’ordine universale, che verrà poi spiegata da Beatrice nella seconda parte del canto. Dopo aver esaltato Dio, nelle tre terzine successive Dante parla di sé stesso, ponendo l’accento sull’io poetico ed esponendo la poetica del Paradiso, definita “dell’ispirazione divina” o “del poeta teologo”. Egli si è ritrovato nell’Empireo e ha visto  cose che sono troppo alte per essere totalmente comprese dagli esseri umani. A tal proposito si può notare l’uso di parole monosillabiche per indicare la difficoltà di ciò che sta per raccontare.

Dopo l’invocazione, Dante comincia a trascrivere l’esperienza dell’ineffabile, cioè il suo passaggio dall’ambito umano (Inferno, Purgatorio) a quello sovrumano, in cui l’io si fonde in Dio. L’incontro con Beatrice, avviene già nel canto secondo dell’Inferno, attraverso le parole di Virgilio, e il poeta la incontra dal vivo nella vetta del Purgatorio: se nell’Inferno ella era una delle tre Grazie, ora diventa la vera Teologia, espressione della Grazia in atto che lo conduce a Dio facendogli acquisire intellettualmente la verità attraverso le zone teologiche. Con questo primo canto, Dante tenta di far capire all’uomo il processo di transumanazione, che avviene per elevamento dell’intelletto verso Dio e che il poeta rende servendosi del metodo dogmatico basato su principi non dimostrati da cui vengono poi dedotte le verità.







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