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Della confessione in Dante e in Machiavelli : chiose a luoghi puntuali

Della confessione in Dante e in Machiavelli : chiose a luoghi puntuali
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Della confessione in Dante e in Machiavelli : chiose a luoghi puntuali


Una indagine intertestuale tra alcuni versi del IX canto del Purgatorio dantesco e qualche passo del terzo atto della Mandragola di Machiavelli può offrire una occasione –didatticamente utile- per riflettere sull’evoluzione e sull’uso parodico (in letteratura ) del sacramento della penitenza tra Medioevo ed Età moderna.

Sia Dante che Machiavelli mostrano di conoscere la dottrina* teologico-canonistica e la rilevanza socio-giudiziale della penitenza non solo nell’ambito della storia della chiesa.

Entrambi ne fanno una “ragion poetica”:Dante per fondare la necessità della dimensione “purgatoriale”della seconda cantica, Machiavelli per “inventare” un motore narrativo capace di dare un senso all’inganno dell’intera commedia della Mandragola.

Il primo non avrebbe potuto , infatti , creare poeticamente la polarità liturgica “pellegrino-angelo confessore”, né il secondo avrebbe potuto dar vita alla polarità socio-giudiziale “Lucrezia –Frà Timoteo”!

Ma se Dante appare sostanzialmente fedele alla dottrina della Chiesa , giacchè egli crede nella confessione come sacramento della riconciliazione del peccatore con Dio , sacramento efficace , capace cioè di dare dopo l’amarezza della colpa la gioia e la luce della grazia divina,Machiavelli sottolinea il ruolo sociale della confessione come mero strumento di controllo e di potere.



Dante probabilmente conosceva**, oltre al decreto conciliare lateranense anche qualche statuto sinodale le successive bolle papali (che davano indicazioni precise anche in relazione al ruolo di confessore riconosciuto ai frati domenicani e francescani ), il cui contenuto dottrinale è mirabilmente precisato non solo nella terza parte della Summa Teologica, ma  anche nell’opuscolo “Contra impugnantes Dei” di San Tommaso.

In proposito, i commentatori più antichi di Dante, quali l’Anonimo fiorentino , Benvenuto e Pietro concordano nel ritenere che una delle fonti teologiche di Dante è appunto la Summa dell’aquinate.

Il magistero tomista è sotteso , infatti , al discorso poetico che Dante fa nel canto IX   del purgatorio da verso 75 a v.132, in cui è teatralizzata una rappresentazione allegorica del Sacramento della penitenza.

Nella quaestio 90, a.2 e sgg . San Tommaso aveva affermato che “Tria sunt partes integrales poenitentiae :Contritio cordis, confessio oris et satisfactio operis” e aveva chiarito la importanza del confessore nell’aiutare il penitente quando questi non poteva giungere al pentimento completo.

La chiarezza concettuale di S.Tommaso è così poeticamente resa da Dante:



v.76  vidi una porta , e tre gradi di sotto

per gire ad essa , di color diversi,

e un portier ch’ancor non facea motto.

E come l’occhio più e più v’apersi,

vidil sedersovra a l’grado sovrano,

tal ne faccia ch’io non lo soffersi;

e una spada nuda avea in mano,

che reflettea i raggi si ver’ noi,

ch’io dirizzava spesso il viso in vano.

<<Dite costinci: che volete voi?>>,

Comiciò elli a dire , <<ov’è la scorta?

Guardate che ‘l venir su non vi noi>>.

<<Donna del ciel , di queste cose accorta>>,

rispose ‘l mio maestro al lui , <<pur dianzi

ne disse : “Andate là:quivi è la porta”>>.

Ed ella i passi vostri in bene avanzi>>,

ricominciò il cortese portinaio:

<<Venite dunque a’ nostri gradi innanzi>>.

Là ne venimmo ; e lo scagion primaio

bianco marmo era sì pulito e terso,

ch’io mi specchiai in esso qual io paio .

Era il secondo tinto più che perso ,

d’una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo , che di sopra s’ammassiccia,

porfido mi parea, sì fiammeggiante

come sangue che fuor di vena spiccia .

Sovra questo tenea ambo le piante

L’angel di Dio sedendo in su la soglia

Che mi sembrava pietra di diamante.

Per li tre gradi su di buona voglia

Mi trasse il duca mio, dicendo:<<Chidi

Umilmente che ‘l serrame scioglia>>.

Divoto mi gittai a’ santi piedi;

misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,

ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse

Col punton de la spada, e <<Fa che lavi,



quando se’ dentro , queste piaghe>>disse .

Cenere , o terra che secca si cavi ,

d’un color fora col suo vestimento ;

e di sotto da quel trasse due chiavi.

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;

pria con la bianca e poscia con la gialla

fece a la porta sì , ch’i’ fu’ contento.

<< Quandunque l’una d’este chiavi falla,

diss’elli a noi , >>non s’apre questa cala .

Più cara è l’una ; ma l’altra vuol troppa

d’arte e d’ingegno avanti che diserti,

perch’ella è quella che l’nodo di groppa.

Da Pier le tegno ; e dissemi ch’i’ erri

anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,

pur che la gente a’ piedi mi s’atterri>>.

Poi pinse l’uscio a la pora sacrata,

dicendo:<<Entrate; ma faccioni accorti

che di fuor torna chi ‘n dietro si guata>>.


Nella simbologia di tutta la scena, che è la ura della confessione ogni dettaglio ha un significato preciso :la porta è quella della penitenza che può essere varcata solo con la mediazione del sacerdote preposto alla confessione ; la spada dell’angelo (ura del sacerdote ministro) rappresenta la giustizia divina , ma anche (secondo il testo di Hebr.4,12) la parola di Dio che penetra nell’intimo dell’anima e discerne i pensieri e le intenzioni;l’abito cinereo dell’angelo significa l’umiltà con cui il confessore deve esercitare il suo ufficio: “si poenitens debet se humilitate et sacerdos non debet tenere claves sub arrogantia”(così commenta il Benevenuto).

La notazione cromatica “cenere” del vestimento dell’angelo, fa pensare inoltre al saio fratesco ed è chiara allusione alla disputa canonica se stendere l’officium della confessione ai predicatori, disputa chiarita in termini positivi da S.Tommaso nell’opuscolo “Contra impugnantes”.

I tre gradini , la cui simbologia rispecchia il sapere dei lapidari medievali circa le proprietà delle pietre , rappresentano visivamente le tre fasi della penitenza:Contritio cordis, confessio oris e satisfactio operis.

Il primo gradino , di marmo perfettamente bianco e lucido , rappresenta la contrizione ovvero il dolore interiore ossia spirituale nell’intelletto e nella volontà.

Dante-pellegrino dice che potè specchiarsi in esso e vedere la propria immagine:allusione evidente all’ immagine interiore che il penitente riesca a vedere dopo aver fatto un sincero esame di coscienza. Vedere dentro di sé, avere coscienza chiara dei propri peccati è dunque il primo passo verso la penitenza .

Il secondo gradino “tinto più che perso” rappresenta la sgradevolezza della confessione, la vergogna provata dal penitente nel confessare i propri peccati.

L’essere la pietra “crepata per lo lungo e per traverso” dimostra “che dentro come di fuori si debbe vergognare e quel medesimo che sente nel cuore dire con le parole e rompe questa pietra della durezza e della ostinazione de ‘ suoi peccati” ,  così chiosa L’Anonimo fiorentino.

Il porfido, roccia dura e rossa del terzo gradino, è ura dell’ardore di carità verso Dio , che spinge il penitente dopo la contritio cordis e la confessio oris , ad espiare il peccato con azioni positive (satisfactio operis).

La carità, infatti, è la spinta indispensabile all’azione .

Su questo gradino rosso-sangue –carità poggiano i piedi dell’angelo che siede sulla soglia di diamante , che è allegoria della forza incrollabile che deve sostenere il penitente sino alla fine della realizzazione del buon proposito .

La soglia è di diamante perché simbolo di fermezza e di costanza : già nella Bibbia(Ezechiele, 39 – Matteo 16,18) questa pietra preziosa simboleggiava la costanza dei profeti annuncianti la parola di Dio.

Le chiavi con cui l’angelo apre la porta del Purgatorio rappresentano le facoltà del confessore : la “scientia discermendi” e la “ potestas solvendi et ligandi”.

La prima è la capacità psicologica di comprendere la gravità della colpa in relazione alla personalità del peccatore e alle circostanze in cui il peccato è stato commesso; la seconda significa l’autorità del sacerdote ad amministrare il sacramento .

Davvero mirabile la rappresentazione dantesca: l’angelo e Dante-pellegrino sono rispettivamente ura del confessore e del penitente , la scena è  una “sacra rappresentazione”, in cui i gesti del penitente e le azioni dell’angelo, pausati da ieratica solennità, sono liturgicamente fondati.

Dante –pellegrino si comporta come un fedele “divoto”e umile che si accosta al confessore battendosi il petto tre volte**** e chiedendo misericordia e assoluzione (simboleggiata dall’apertura  del “serrame”);



l’angelo –sacerdote incide con la spada sulla fronte del penitente sette P(simbolo dei peccati capitali da espiare in ciascuna cornice del monte) e , dopo aver aperto la porta lo invita ad entrare per iniziare l’ascesa della espiazione.

Lo stridore dei battenti della porta ( oltre alle suggestioni classiche) indica allegoricamente l’importanza di questo passaggio : entrare da questa porta nel Purgatorio significa aver conquistato il diritto di accesso al duro cammino della purificazione.

La solennità del momento è sottolineata dal canto misto a “dolce suono” del TE DEUM LAUDAMUS che a Dante –pellegrino-penitente pare di udire.

L’inno cantato come lode e ringraziamento a Dio per aver concesso ad un’anima l’entrata nel regno della purificazione è conferma della natura liturgica del viaggio di Dante inteso come itenerarium in Deum.

Diversa la teatralizzazione machiavellica.

La confessione teatralizzata da Machiavelli nella scena XI dell’atto III della Mandragola è , infatti , la parodia, lo svuotamento del sacramento cristiano della penitenza. Svuotamento e parodia che rivelano la mutata Veltanchauug e la diversa istanza poetica delle due opere in cui è “rappresentata” la confessione:nella Commedia dantesca essa segna –come si è visto- un momento liturgico necessario al viaggio di salvezza qual è quello intrapreso da Dante-pellegrino , nella Commedia machiavelliana –badalucco scritto per disperazione – la confessione è invece il momento parodico in cui la beffa trova la sua risolutiva progettazione.

Dante delinea religiosamente la ura dell’angelo –ministro officiante-.Machiavelli fà di Timoteo –comicamente- il frate “confessoro” attore nel gioco della beffa audacemente blasfemo : Frà Timoteo fa uso pieno della sua auctoritas proprio nello spazio teatrale-chiesa , dove con logica deformata ma suadente “alleggerisce” la coscienza di Madonna Lucrezia.

Per i due autori , dunque, la confessione è “ il giusto rimedio” per Dante lo è nella misura in cui consente la purificazione –salvezza;per Machiavelli lo è perché consente la realizzazione della beffa.

Per il primo è quindi strumento sacro, per il secondo strumento comico; perciò , al contrario di quella dantesca che è rappresentazione ieraticamente solenne,  quella Machiavelliana è dinamicamente interlocutoria perché si conura come un incontro sui generis tra penitente e “confessoro”, e il comico nasce proprio dalla fusione tra sacro e profano , fusione che è istintiva e spontanea*****nell’ esprimersi del frate:


TIMOTEO:Voi siate la benvenute .Io so quello che voi volete intendere da me, perché messer Nicia m’ha parlato .Veramente , io sono stato in su libri più di dua ore a studiare questo caso ;e , dopo molte essamine. io truovo di molte cose che , ed in particulare ed in generale , fanno per noi

LUCREZIA Parlate da vero o motteggiate?

TIMOTEO Ah, madonna Lucrezia! Sono , queste, cose da motteggiare? Avetemi voi a conoscermi ora?

LUCREZIA Padre, no ; ma questa mi pare la più strana cosa che mai si udissi

TIMOTEO Madonna , io ve lo credo , ma io non voglio che voi diciate più così. E’ sono molte cose che discosto paiano terribile , insopportabile, strane, che , quando tu tu appressi loro, le riescono umane, sopportabili, dimestiche; e però si dice che sono maggiori li spaventi ch’e mali: e questa è una di quelle.

TIMOTEO Io voglio tornare a quello, che io dicevo prima. Voi avete, quanto alla conscienzia, a pigliare questa generalità, che, dove è un bene certo ed un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a messer Domenedio; el male incerto è che colui che iacerà, dopo la pozione, con voi, si muoia; ma e’ si truova anche di quelli che non muoiono. Ma perché la cosa è dubia, però è bene che messer Nicia non corra quel periculo. Quanto allo atto, che sia peccato, questo è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose; el fine vostro si è riempire una sedia in paradiso, contentare el marito vostro. Dice la Bibia che le liuole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usorono con el padre; e, perché la loro intenzione fu buona, non peccorono.

LUCREZIA Che cosa mi persuadete voi?

SOSTRATA Làsciati persuadere, liuola mía. Non vedi tu che una donna, che non ha liuoli, non ha casa? Muorsi el marito, resta com’una bestia, abandonata da ognuno.

TIMOTEO Io vi giuro, madonna, per questo petto sacrato, che tanta conscienzia vi è ottemperare in questo caso al marito vostro, quanto vi è mangiare carne el mercodedí, che è un peccato che se ne va con l’acqua benedetta.

LUCREZIA A che mi conducete voi, padre?

TIMOTEO Conducovi a cose, che voi sempre arete cagione di pregare Dio per me; e piú vi satisfarà questo altro anno che ora.

SOSTRATA Ella farà ciò che voi volete. Io la voglio mettere stasera al letto io. Di che hai tu paura, moccicona? E’ c’è cinquanta donne, in questa terra, che ne alzerebbono le mani al cielo.

LUCREZIA Io sono contenta: ma non credo mai essere viva domattina.



TIMOTEO Non dubitar, liuola mia: io pregherrò Iddio per te, io dirò l’orazione dell’agnol Raffaello, che ti accomni. Andate, in buona ora, e preparatevi a questo misterio, ché si fa sera.

SOSTRATA Rimanete in pace, padre.

LUCREZIA Dio m’aiuti e la Nostra Donna, che io non càpiti male.


Timoteo è “un frate malvissuto” (Prologo v42) nel senso che della sua vitalità non esprime unicamente malizia e astuzia: nell’affermare << io sono , io sono stato in su’ libri , io truovo>> egli dichiara subito la sua convinzione di superiorità mostrando di conoscere molto bene le Summae , che auspicavano –per il confessore perfetto- non solo ricchezza di dottrina , ma anche di buon senso chiara espressione della logica dell’utile******.

Lucrezia è “ la donna , savia , costumata, ed atta a governare un regno”. La sua saviezza si esprime nell’istintiva repulsione per una prova di fecondità strana e sospetta.

Repulsione che presto è vinta dalla calliditas del frate , alla cui autorità religiosa e teologica ella si piega.

La scena creata da Machiavelli è davvero di grande effetto: le battute del dialogo tra Timoteo e Lucrezia nel loro realismo rivelano non solo la differente psicologia delle due “dramatis personae” ma anche una chiara suggestione epicurea alla L.Valla. Tutto il lessico è pertinente alla sfera semantica del volere-piacere. I verbi ricorrenti sono infatti “voglio , piacere , dispiacere, compiacere, pigliarne piacere, contentare , persuadere , condurre . . ”. Di fronte all’eloquenza suadente di Timoteo Lucrezia riesce a dire solo brevissime frasi che denotano il proprio disorientamento . . . .facile , comunque alla persuasione!

La dimensione se-ducente del discorso del “confessoro” si rivela proprio nella logica sottile che oppone “bene certo e male incerto” , nella precisazione dottrinale del ruolo decisivo della volontà del peccare e nella sottolineatura del duplice cui deve condurre l’azione di Lucrezia: “riempire una sedia in paradiso e contentare il marito”. Timoteo la corrompe dunque non per sé ma per altri. Il suo utile è il denaro non il sesso. Il meccanismo della corruzione  è quello consueto:convincere, persuadere la donna sotto il peso dell’auctoritas religiosa alienandole la volontà e soffocandone la saviezza, sotto il peso delle citazioni bibliche e del proprio prestigio morale,

La linea argomentativi infatti è davvero convincente perché “stringata” tra il riferimento biblico alle “lie di Lotto che non peccaro” e la promessa di dire “l’orazione dell’angiolo Raffaello”

Con tale promessa si conclude la parodia del sacramento: le SUMMAE e i Penitentiales suggerivano come satisfactio operis penitenze molto semplici e accettabili: le orazioni o un fiorino!.

Con il sintagma “dirò l’orazione”fra Timoteo rovescia i ruoli: è lui che farà la penitenza (!) avviando la donna “a cuor leggero” al godimento della vita.

E così umanisticamente , sotto il segno di Lorenzo Valla VIRTUS e VOLUPTAS  coincidono!


Note

* Dottrina diffusa attraverso numerosissime Summae e Penitenziali (in latino e in volgare) in cui erano recepiti gli orientamenti del Concilio 4 lateranense del 1215, la cui costitutione OMNIS utriusque sexus decretava l’obbligo della confessione annuale per il fedele de’uno e dell’altro sesso al proprio confessore e segnava il passaggio dalla confessione originale pubblica a quella privata .

(cfr Attilio Carpini , sacra doctrina ,51(2006),n.3-4 Bologna)



cfr P.Anciaux, La Théologie du sacrament de penitence au XIIme siècle, 1949



*** l’idea del saio fratesco potrebbe essere-annota il Porena- una allusione alla dottrina della povertà ecclesiastica: “quelle chiavi d’oro e d’argento uscenti di sotto la tonaca francescana sono piene di profondo significato,come contrasto fra la ricchezza spirituale e la povertà materiale ,

volute entrambe da Dio per la sua Chiesa”



****la prima volta per i peccati commessi nel pensiero , la seconda per quelli prodotti con la lingua e la terza per quelli conseguiti con le operazioni (Ottimo)


*****Matistella de Panizza Lorch, in A.A.V.V. Il teatro italiano del rinascimento , Edizioni di Comunità , Milano 1980, . 333 e sgg.


******In tutta la Mandragola Machiavelli proietta nel microcosmo della vicenda privata le regole dell’utile(erotico e/o economico) , surclassando la funzione di falsa ideologia assolta spesso –nel suo tempo- dalla morale e dalla religione. In tal senso egli posa sulla beffa ridanciana inflitta ad un marito sciocco lo stesso occhio impietoso che aveva scorto “ la verità effettuale” dei comportamenti umani.




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