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EDUCAZIONE ALLA TOLLERANZA - LE RADICI DELL'INTOLLERANZA, EDUCAZIONE ALLA TOLLERANZA, LE IDEOLOGIE RELIGIOSE E LAICHE, LE REGOLE AUREE COME PREMESSA A

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EDUCAZIONE ALLA TOLLERANZA




1. LE RADICI DELL'INTOLLERANZA




Nella scala dei rapporti fra gli uomini - 'lotta, astio, antipatia, sop­portazione, tolleranza, solidarietà, amore' -La tolleranza dovrebbe es­sere uno stato transitorio, mentre in realtà, fra gli stati positivi, è il più costante; dovrebbe essere uno stato raro ed invece è il più fre­quente e per questo la sua promozione merita il nostro interesse.



Partiamo, rivolgendo la nostra attenzione sulle radici dell'intolleranza perché la tolleranza non è altro se non il suo superamento. L'intolle­ranza - a differenza dell'aggressività che svolge nei lattanti e nei bambini funzioni vitali di difesa - pare non abbia basi biologiche, an­che se in pratica all'intolleranza si accomna spesso l'aggressività. 

Oggi la scienza della genetica ha fatto emergere ottime ragioni scientifiche a sostegno della tolleranza: il 26 giugno del 2000 è stata resa pubblica la notizia che la mappa del genoma umano è ormai stata decifrata. Dal punto di vista genetico, la differenza fra due uomini presi a caso è minima: meno dell'uno per mille. Da questo punto di vista, sembra che tutti gli uomini si somiglino come delle fotocopie. Peraltro, la biologia da più di un secolo afferma che tutti gli uomini appartengono alla stessa specie, l'homo sapiens sapiens, e di conseguenza hanno mediamente le stesse prestazioni, esigenze, istanze, bisogni, desideri, sogni. L'esperienza pratica dimostra che un uomo può capire la mentalità di qualsiasi altro uomo, cioè che l'umanità è Una. Inoltre, l'antropologia ha verificato che gruppi isolati di uomini, come le tribù dell'Africa o dell'Amazzonia, non sono assolutamente intolle­ranti quando vengono a contatto con altri uomini. Lo stesso si può dire osservando il comportamento dei bambini piccoli che normalmente sono aperti e tendono fortemente a socializzare con gli altri bambini o con le altre persone. Se ne deduce che l'uomo è un essere naturalmente tol­lerante e che l'intolleranza è un fattore culturale che si acquisisce con l'educazione (o meglio con la mal-educazione); si può dire che si viene educati ad essere intolleranti. Alla radice dell'intolleranza c'è, però, una base psicologica in quanto se una cosa avviene deve avere la sua ragione. In genere, l'uomo è sufficientemente tollerante con gli al­tri gruppi di uomini finché questi ultimi non invadono in qualche modo quello che egli sente come suo spazio vitale. Quando, per le più svaria­te ragioni, non necessariamente causate dall'ingerenza degli altri grup­pi, tale spazio diminuisce, il disagio che deriva può essere proiet­tato verso direzioni improprie causando intolleranza. Il meccanismo psi­cologico che permette che ciò avvenga è quello della semplificazione mentale mediante modelli. E' normale che un uomo conosca meglio le carat­teristiche del gruppo di uomini cui appartiene rispetto ai gruppi diver­si. Io conosco molto bene i componenti della mia famiglia, conosco meno bene i miei amici, ancor meno i conoscenti, ancor meno quegli uomini che sono fuori della mia città, della mia nazione e così via.  In questo proces­so, man mano che gli altri si fanno più lontani, si tende ad inserirli in modelli sempre più artefatti e sbrigativi. Certo, conservano la loro umanità in quanto attuiamo nella mente quel processo di induzione che li riconosce come nostri simili, però il modello umano che si tende ad ap­plicare nei loro confronti diventa sempre più semplificato perché basta un modello più semplice per mettermi in relazione con loro. Tutto questo è in armonia con i principi dell'interpretazione della mente secondo la teoria della Gestalt (ted. Gestalt=forma), ovvero che la mente si orga­nizza in un modo chiamato della 'legge del minimo' .

Le persone lontane vengono inserite in modelli molto semplici perché ci coinvolgono poco e questo spiega perché noi italiani facciamo mediamente più attenzione ad un incidente fer­roviario con qualche ferito avvenuto in Italia che ad un terremoto avvenuto nella Mongolia che ha causato qualche mi­gliaio di morti. È una cosa ovvia e normale che deriva da una conve­niente economia della mente, la quale deve rivolgere la sua attenzione soprattutto a ciò che la riguarda più da vicino.  Purtroppo, quando per varie ragioni inter­viene (o si fa intervenire ad arte) un contrasto fra il gruppo di cui facciamo parte ed altri gruppi di uomini, i modelli semplificati che si hanno di loro non sono capaci né di offrire molta resistenza al cam­biamento - e quindi alla manipolazione attraverso i mass-media o altri canali di persuasione - né di sviluppare quel sentimento di soli­darietà che porterebbe ad opporsi a qualsiasi tentativo di generaliz­zazione negativa. In sostanza, per fare qualche esempio, la gente comune non si commuove (né interviene) quanto sarebbe auspicabile nell'apprendere che si sta sviluppando un infame commercio di videocassette porno a spese dei bambini del terzo mondo, né si scandalizza quanto dovrebbe se qualcuno afferma che gli albanesi sono tutti ladri o che i negri sono meno intelligenti dei bianchi, o che gli ebrei sono tutti avari, ecc.. Il punto cruciale di cui si avvalgono tutti coloro che vogliono svilup­pare uno spirito d'intolleranza, e ce ne sono ancora molti anche nel nostro tempo, è quello che viene chiamato processo di deumanizzazione; per cui l'al­tro viene spogliato di qualcosa: in relazione agli esempi di prima: l'albanese dell'onestà, il negro dell'intelligenza, l'ebreo della generosità, ecc.. Mi pare utile, in tal senso, riportare le seguenti parole pronunziate sull'argomento da una relatrice nel corso di una conferenza tenuta presso la Scuola di Pace di Boves nel 1990:


'Quand'è che l'uomo può aggredire? Quand'è che può torturare, può diven­tare violento, distruttivo? Quando riduce l'altro a oggetto, quando in sostanza deumanizza l'altro. Se fate attenzione, tutte le proande di guerra sono volte a deumanizzare l'altro. Cioè l'altro viene mostrato come un mostro, come una bestia, come un essere che non ha nulla o po­chissimo di umano. Questo perché si sa benissimo che se noi riconosciamo nell'altro una persona come noi, non l'aggrediamo più. Ma torniamo alla nostra vita quotidiana. Il processo di deumanizzazione gioca anche nella vita di tutti i giorni. Ad esempio, un primo gradino della deumanizza­zione, apparentemente molto innocente ma di fatto pericoloso, è il pre­giudizio. Nel pregiudizio noi diciamo che ci siamo «no» e che ci sono «loro». Noi che siamo i settentrionali, i bianchi, i cattolici, gli europei e loro che sono i meridionali, i negri, gli zingari Si fanno così due gruppi sociali; in questo parlare di noi e di loro c'è già il germe della divisione, perché loro, sì, sono ancora umani, però di una umanità un po' diversa e vi manca già qualcosa. Sì, sono bravi, però hanno qualcosa che non funziona. Quindi il pregiudizio, che appa­rentemente sembra molto banale, è il primo scalino di questo processo di deumanizzazione dell'altro.'



Abbiamo visto che l'intolleranza si acquisisce; in effetti, è un vero e proprio apprendimento che il più delle volte avviene tramite il meccanismo psicologico dell'osservazione ed imitazione, e che è stato ben studiato dallo psicologo A. Bandura della Stanford University (U.S.A.)[3]: l'individuo apprende osservando un determinato fenomeno, per cui se frequenta persone intolleranti tenderà ad imitarli. A questo punto, la responsabilità delle famiglie e degli educatori appare evidente. Bisognerebbe, quindi, stare molto attenti alle modalità educative e alle informazioni che si ricevono in famiglia, a scuola o da altre fonti informative, come la televisione, ecc.. Bisognerebbe vigilare affinché dalle direzioni che meno ci si aspetta, per esempio durante giochi fra bambini o in una gita scolastica, ecc., non arrivi il sottile germe dell'intolleranza, che può annidarsi nelle cose più bana­li, in un proverbio, es. 'moglie e buoi dei paesi tuoi', in uno sguardo, ecc..

La tolleranza nell'individuo è fondamentale per la tolleranza a qualsia­si altro livello perché la società è formata da tanti individui. Se un esponente di una certa confessione religiosa è dentro di sé intollerante verso gli aderenti ad altri movimenti religiosi, quando dovesse partecipare ad un incon­tro con loro, questo suo atteggiamento interiore sarà avvertito perché ol­tre alle parole verbali noi comunichiamo anche attraverso gesti ed espressioni fisiche che gli altri percepiscono e che comunicano il no­stro reale stato d'animo. Non si potrà raggiungere per intero quella co­munione spirituale che è il frutto massimo di tali riunioni.


2. EDUCAZIONE ALLA TOLLERANZA


Come fare per divenire tolleranti? Bisogna mettere in moto un processo di educazione e di autoeducazione. Per sviluppare una personalità tolle­rante e non violenta, bisogna armarsi di pazienza perché grande è il la­voro da fare per eliminare i pregiudizi che continuamente insorgono da tutto ciò che ci circonda. Bisogna educarsi alla tolleranza, meglio an­cora alla solidarietà, attraverso un processo di valorizzazione, identi­ficazione e condivisione con l'altro.


Tanti sono gli accorgimenti, per esempio:

1) Cercare di conoscere meglio gli altri, informandoci sulla loro cultu­ra, religione, folklore, apprezzandone le qualità e sviluppando in noi un sentimento d'empatia nei loro confronti. In questo processo è essen­ziale comunicare con gli altri in modo da far loro riacquistare la pro­fondità e la completezza umana. L'attuale grande sviluppo delle comunicazioni mediante i mass media ha reso molto agevole mettere in atto questo proposito. In sostanza, è l'applicazione pratica del principio bahá'í dell'eliminazione dei pregiudizi.

2) Educare ed educarsi alla tolleranza; questo è un aspetto della più ampia educazione alla pace, che l'ONU ha proposto nel 1986 come una vera e propria materia di studio. Pochi governi l'hanno accolta, ma essa ha dato frutti in direzioni meno istituzionalizzate, come per esempio la Scuola di Pace di Boves, l'Università della Pace, ecc. Un mo­do per educarsi è ricercare occasioni di dialogo e luoghi di incontro in cui si possa venire a contatto con emarginati, con persone in disagio, con gente diversa da noi, ecc.. Almeno mantenere vivo il nostro interes­se nei loro confronti mediante confronti in contesti interessati alla stessa problematica.

c) Sviluppare in noi una superiore base etica. Questo punto sembra par­ticolarmente importante in quanto serve proprio a sorreggere, meglio sa­rebbe dire 'rivestire', quei semplici modelli psicologici cui accennavo prima con una base etica granitica, quale potrebbe essere quella della dichiara­zione dei diritti umani dell'ONU, alla quale noi dobbiamo dare un valore che informi la nostra visione della vita. Tale base etica ci può proteg­gere dal farci accettare supinamente quei pregiudizi che spesso altri uomini senza scrupoli cercano d'inculcarci, facendo leva sulle peggiori tendenze dell'animo umano.


D'altra parte, lo sviluppo di una superiore base etica s'imbatte imme­diatamente nel problema di definire la sua formazione, ma in tale pro­cesso una tappa particolarmente importante è il confronto con quelle grandi strutture di pensiero che sono chiamate ideologie che, piaccia o non piaccia, enorme importanza assumono nella formazione del nostro pen­siero e dei nostri comportamenti.



3. LE IDEOLOGIE RELIGIOSE E LAICHE


Passiamo, quindi, a discutere brevemente le ideologie. Un'ideologia si può definire come l'insieme di principi, ideali e valori che sono alla base di un movimento politico, religioso, sociale. Uno schema molto chiaro delle ideologie oggi presenti nel mondo lo possiamo trovare nel libro 'Guida alla Bibbia - ed. paoline - Roma 1982 - pgg. 30-31). Da questo schema emerge che le ideologie si possono suddividere in religiose e laiche.

-Le ideologie religiose sono la maggioranza e sono particolarmente dif­fuse in precise aree geografiche: andando da ovest ad est, troviamo: Cristianesimo, Islam, Ebraismo, Zoroastrismo, Induismo, Buddismo, Uni­versismo cinese. Nello schema di quel libro, come ideologia a sé stante, viene inclusa anche la Fede Bahá'í.

- Le ideologie laiche sono meno numerose e si possono ridurre a tre:

* ideologia socialista e comunista

* liberismo

* ideologia razionalistica-scientifico-tecnica

Le prime due sono ben conosciute; la terza, anche se alla sua base si può porre il razionalismo, non è una vera e propria ideologia bensì quell'insieme di proposte di spiegazione del mondo basato sulle moderne acquisizioni della scienza e della tecnica che pur non strutturandosi in ideologia pure influenza larghissima parte dell'umanità.


Vediamo alcuni caratteristiche delle ideologie:


a) sembrano profondamente connesse con le civiltà in cui sono presenti e in certe condizioni si formano inevitabilmente; di conseguenza conviene conside­rarle dati di fatto di cui tener conto.

b) sono importanti perché coinvolgono grandi masse di uomini verso fini unitari che possono essere positivi o anche negativi.

Tutte le ideologie attualmente presenti sulla scena mondiale affermano di aver come obiettivo il benessere dell'u­manità; in particolare, le ideologie religiose  hanno uno scopo preciso che non è difficile rintracciare, come risulta dalle seguenti parole di E. Laszlo:


' non è necessario adottare ideali sconosciuti quando quelli che fan­no parte della nostra eredità culturale hanno ancora il potere latente di spingere all'azione e di influenzare le decisioni. I grandi ideali delle religioni mondiali, l'etica e le filosofie di tempi più recenti racchiudono valori perenni, indipendenti dal periodo storico in cui ap­parirono per la prima volta. Questi ideali potrebbero e dovrebbero esse­re riaffermati e separati dalle sovente discutibili esperienze politiche che vi sono state associate. Abbiamo per esempio l'ideale cristiano del­la fratellanza universale guidata dall'amore dell'uomo per un Dio di tutti gli uomini e per il prossimo. Nel giudaismo è presente l'ideale storico di un popolo eletto in cui tutte le famiglie della terra devono essere benedette. L'Islam afferma la visione universale di una comunità finale di Dio, natura e società. L'obiettivo essenziale della Fede Bahá'í è di raggiungere un ideale che abbracci il mondo e possa condurre all'unità dell'umanità e allo stabilirsi di una civiltà mondiale fondata sulla pace e la giustizia. L'induismo considera la materia come pura ma­nifestazione esteriore dello spirito e cerca la sincronizzazione con l'armonia cosmica attraverso i sentieri svariati dello yoga. Anche per il buddismo tutta la realtà è interdipendente e questa religione insegna all'uomo come unirsi a essa attraverso il rifiuto dei desideri e delle pressioni di un io separato. Il confucianesimo trova l'armonia suprema nell'ordine e nella disciplina delle relazioni umane, e per il taoismo essa risiede nella natura e nella naturalezza. Le religioni tribali africane pensano ad una grande comunità dei vivi e dei morti a cui ogni individuo appartiene'[4]


Anche le ideologie laiche hanno in linea di principio uno scopo positi­vo, per esempio, nel programma di Gotha, Marx dichiarò che lo scopo del­la dittatura del proletariato è una società senza classi in cui si abbia 'da ciascuno secondo le capacità, a ciascuno secondo il bisogno', mentre il liberismo afferma di propugnare un sistema economico in cui le capa­cità degli uomini siano valorizzate al massimo.



4. LE REGOLE AUREE COME PREMESSA ALLA TOLLERANZA


Per il momento, a mio parere, dalle ideologie laiche non ci si può aspettare molto nel campo della tolleranza perché: a) sono nate per que­stioni di contrasti sociali nei confronti di specifiche altre ideologie cui si con­trappongono, es. il comunismo contro il liberismo, ecc.; b) sono stret­tamente legate al potere politico che, in pratica, basa il suo comporta­mento sul pragmatismo e mostra tolleranza a seconda della convenienza politica. Dobbiamo, tuttavia, registrare che a partire dal 1989, anno in cui è caduto il muro di Berlino, le posizioni sono divenute molto meno rigide e intransigenti ed è lecito sperare che in prospettiva la situazione possa evolvere positivamente.

Ora rivolgiamo la nostra attenzione soprattutto verso le ideologie religiose in considerazione del fatto che sono meglio strutturate rispetto a quelle laiche e con mag­giore possibilità di intervento a livello sociale e individuale. Tutte le religioni hanno alla base del loro messaggio le cosiddette regole auree, di cui la versione che suona in negativo 'non fare agli altri ciò che non vorresti gli altri facesse­ro a te' è alla base della tolleranza, mentre la versione positiva, 'fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te' è alla base della solidarietà. Vediamo una breve rassegna[5] di queste regole auree, così come si trovano espresse nelle Sacre Scritture delle più importanti religioni:


a. Buddismo:

<<Non ferire gli altri in modi dai quali anche tu ti sentiresti feri­to>>.

b. Zoroastrismo:

<<Buona è soltanto quella natura che non fa agli altri ciò che non è buono per lei>>.

c. Giudaismo:

<<Quello che ti è odioso non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la Legge, il resto è commento>>.

d. Induismo:

<<Ecco la somma della vera onestà: tratta gli altri come vorresti essere trattato tu steso. Non fare al tuo vicino ciò che non vorresti che egli rifacesse a te>>.

e. Cristianesimo:

<<Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro>>.

f. Islam:

<<Non è credente un uomo finché non desidera per suo fratello quello che desidera per se stesso>>.

g. Taoimo:

<<L'uomo buono deve compatire le cattive tendenze degli altri; ralle­grarsi della loro eccellenza; aiutarli se sono in distretta; considerare i loro successi come i suoi propri e così i loro insuccessi>>.

h. Confucianesimo:

<<Sicuramente questo è il massimo della bontà: non fare agli altri ciò che non vorresti che essi facessero a te>>.

i. Fede Bahá'í:

<<Benedetto chi a sé preferisce il fratello>>.


Purtroppo, la storia dimostra che le ideologie hanno in pratica una dop­pia faccia: da un lato, sono state e sono portatrici di valori positivi, dall'altro, spesso nel passato sono state manipolate e divenute strumen­ti di oppressione nelle mani dei politici.  Generalmente, non sono state le ideologie a sostenere l'intolleranza, ma è l'intolleranza piuttosto che si serve delle ideologie per fare gli interesse di gruppi ristretti di persone. In realtà, le ideologie non possono essere lasciate a se stes­se, ma è compito di tutti esaltarne l'aspetto positivo che, del resto, è più forte perché all'origine della loro sa.

Si dice anche che le ideologie, in particolare quelle religiose sono in profonda crisi; ciò è indubbiamente vero, ma sarebbe un grave errore pensare che ormai il loro ruolo sia oggi ininfluente. Certamente, la loro influenza non è più dominante come nel passato, tuttavia coinvolge ancora miliardi di uomini, come per esempio possiamo osservare nel caso dell'Islam dove in vari stati si assiste ad una pericolosa recrudescenza integralista. Peraltro, ancora a propo­sito dell'Islam, si deve osservare che se alcune sue componenti sono divenute intolleranti uno dei motivi è che quei popoli in precedenza state vittime dell'intolleranza o dello sfruttamento occidentale. Ciò dimostra che se si vuo­le contrastare una componente negativa di una ideologia, lo si può fare solo contrapponendo la positività di tutte le altre: l'intolleranza deve essere combattuta con la tolleranza e la solidarietà.


5. IL DIALOGO FRA LE RELIGIONI


Dunque, è estremamente importante che le religioni diano il buon esempio nel campo della tolleranza e bisogna dire che effettivamente, rispetto al passato caratterizzato da lotte e contrasti, da qualche tempo hanno cominciato a muovere i primi passi in questa direzione. La situazione è migliorata per le seguenti ragioni:

1)La sempre maggiore pressione esercitata dalle grandi problematiche mondia­li, la cui gravità tutti riconoscono.

2) L'incremento e il miglioramento delle comunicazioni, dell'istruzione e della conoscenza, che comportano un maggior senso di re­sponsabilità dei leaders dei vari movimenti nei confronti dei loro seguaci non più, come nel passato, all'oscuro degli avvenimenti a livello locale, regionale e mondiale.

3) Le grandi migrazioni dei popoli del terzo mondo verso le nazioni occidentali del benessere, che ha comportato una maggiore sensibilità umana nei riguardi della pluralità ideologica della società contemporanea, che è divenuta un 'villaggio globale'.

4) L'attività delle tante organizzazioni non governative, soprattut­to nell'ambito dell'ONU, che hanno elaborato e pubblicato una serie enorme di documenti auspicanti uno spirito di tolleranza e di coesisten­za pacifica, come risulta dall'elenco[6] presente nel seguente brano tratto da un libretto edito dalla Assemblea Spirituale nazionale dei Bahá'í d'Italia sull'argomento della pace:


'Sicuramente «a dispetto delle evidenti manchevolezze che affliggono le Nazioni Unite, le oltre quaranta dichiarazioni e convenzioni adottate da questa organizzazione, anche quando non sempre entusiastico è stato l'impegno dei vari governi, hanno tuttavia dato alla gente comune la sensazione di nuove prospettive». Sarebbe troppo lungo elencarle tutte; basti citarne alcune, per comprendere la loro importanza:

Dichiarazione universale dei diritti umani   

Convenzione contro la discriminazione nell'educazione

Convenzione contro la discriminazione nell'impiego e nell'occupazione

Convenzione per l'abolizione della schiavitù

Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale

Convenzione per i diritti politici delle donne

Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio

Convenzione per la soppressione e la punizione del crimine dell'apar­theid

Dichiarazione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione raz­ziale

Dichiarazione sull'eliminazione della discriminazione contro le donne

Dichiarazione sul progresso e sullo sviluppo sociale

Dichiarazione sulla promozione fra i giovani dell'ideale della pace,

del rispetto reciproco e comprensione fra i popoli

Dichiarazione sui diritti del fanciullo.'


Per come si è evoluta la situazione della società odierna, le ideologie possono essere un grande aiuto per combattere l'intolleranza ed in ef­fetti le religioni mondiali gradualmente hanno cambiato le loro relazio­ni che sono passate da una certa ostilità e diffidenza a tolleranza ed apprezzamento: è iniziato il cosiddetto dialogo fra le religioni. Una tappa cruciale di tale dialogo è stata la conferenza spirituale di Calcutta[7], tenutasi nel 1968, dove si sono incontrati i rappresentanti di 11 religioni mondiali: Fede Bahá'í, Buddhismo, Cristianesimo, Induismo, Islam, Gianismo, Giudaismo, Confucianesimo, Sikhismo, Shintoismo e Zo­roastrismo; il tema della conferenza era 'rilevanza della religione per il mondo moderno'. Fu emessa una dichiarazione dove veniva sottolineato che per le religioni era arrivato il momento di cercare una comunicazio­ne più ampia, di comprendersi meglio e di lavorare insieme per un mondo migliore. Due anni dopo, nel 1970, ebbe luogo a Kyoto la 'conferenza mondiale delle religioni per la pace' che emanò una dichiarazione dove, secondo le parole del teologo Hans Kung, si esprime molto bene quello che potrebbe essere un ethos mondiale delle religioni universali al ser­vizio della società mondiale; riportiamo parte della dichiarazione:


'bahá'í, buddhisti, confuciani, cristiani, indù, jainisti, ebrei, musul­mani, shintoisti, sikh, zoroastriani e rappresentanti delle altre reli­gioni, noi tutti ci siamo qui riuniti nel comune interesse per la pace. Allorché ci siamo concentrati sull'importante tema della pace abbiamo scoperto che le cose che ci uniscono sono più importanti di quelle che ci dividono. Abbiamo trovato che possediamo tutti:

- una convinzione sull'unità fondamentale della famiglia umana, sull'u­guaglianza e dignità di tutti gli uomini;

- un senso dell'inviolabilità del singolo individuo e della sua coscien­za;

- un senso del valore della comunità umana;

- l'idea che il potere non è uguale al diritto, che il potere umano non può bastare a se stesso e non è assoluto;

- la fede che l'amore, la compassione, l'altruismo e la forza dello spi­rito e della sincerità interiore alla fine sono più potenti dell'odio, dell'inimicizia e dei propri interessi;

- un senso del dovere di stare dalla parte dei poveri e degli oppressi contro i ricchi e gli oppressori;

- la profonda speranza che alla fine a vincere sarà la buona volontà.'


A partire dalla Conferenza di Kyoto, gli incontri interreligiosi a livello mondiale si sono susseguiti e in Italia nel 1986 si è avuto l'importante riunione di pre­ghiera di Assisi, dove per la prima volta i rappresentanti delle reli­gioni mondiali hanno pregato per la pace. Da quell'anno, gli incontri interreligiosi, specie quelli promossi dalla Comunità di S. Egidio, sono stati organizzati a livello nazionale con cadenza annuale e cominciano ad avere un certo seguito anche nelle città di media importanza. Il futuro dipende molto da quanto si approfitterà di queste opportunità che tutti abbiamo il dovere di sviluppare e diffondere ai settori più am­pi della società umana.
















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