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Ettore (registrato col nome Aron) Schmitz - Le opere, Le novelle e il teatro, La formazione culturale di Italo Svevo, Svevo e la crisi della media bor

Ettore (registrato col nome Aron) Schmitz - Le opere, Le novelle e il teatro, La formazione culturale di Italo Svevo, Svevo e la crisi della media bor


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La vita

1861-l892. Ettore (registrato col nome Aron) Schmitz, che assumerà come scrittore lo pseudonimo di Italo Svevo, nasce nel 1861 a Trieste in una famiglia ebrea. Il padre è un commerciante e anche Ettore segue studi commerciali, prima in Germania, presso Wurzbug (1873-l878), poi a Trieste. Nel 1880 il padre fallisce ed Ettore, interrotti gli studi, si impiega nella sede cittadina della banca viennese Union. Nel dicembre del medesimo anno inizia la collaborazione con il quotidiano «L’Indipendente» che durerà per un decennio: compone recensioni e articoli culturali, firmandoli con lo pseudonimo E. Samigli. Nel 1886 muore il fratello che gli è più caro, Elio, nel 1892 il padre. Nel medesimo anno, vede la luce a spese dell’autore il primo romanzo firmato da Italo Svevo: Una vita, che ottiene scarsissimo interesse.

1892-l918. Sin dal 1892 inizia la stesura di un secondo romanzo, Senilità, che verrà pubblicato prima a puntate e poi in volume, nel 1898. Nel 1896 ha intanto sposato Livia Veneziani, di quindici anni più giovane di lui, lia di un industriale. Il totale disinteresse che accomna l’uscita del secondo romanzo spinge Svevo a una svolta: licenziato dalla banca, entra nell’azienda del suocero (1899). Lavora prima alla fabbrica di Murano, presso Venezia; dal 1901 al 1912 si reca annualmente a controllare il lavoro nella fabbrica di Charlton, vicino a Londra. Nel 1907 incontra a Trieste James Joyce, insegnante alla Berlitz School, e stringe con lui una solida amicizia. Inizia in questi anni a interessarsi alla psicoanalisi freudiana. Allo scoppio della prima guerra mondiale, continua a lavorare, prima in Germania e poi a Trieste, fino a quando la fabbrica viene chiusa per gli eventi bellici. Scrive articoli per «La Nazione».



1919-l928. Nel 1919 inizia a stendere La coscienza di Zeno, che vede la luce, a spese dell’autore, presso l’editore Cappelli, nel 1923. Nel 1925 scoppia il «caso Svevo»: i critici francesi a cui ha inviato La coscienza su consiglio di Joyce esaltano il libro; Eugenio Montale scrive un articolo sullo scrittore pubblicato dalla rivista «L’esame». Si aprono le discussioni sulla sua opera. Svevo riprende il lavoro letterario con grande alacrità, come per recuperare il tempo perduto: nel 1928 inizia un quarto romanzo (Il vecchione o Le confessioni del vegliardo), ma nello stesso anno muore, in seguito alle ferite riportate in un incidente stradale, a Motta di Livenza (Treviso).
«Le opere»


L’asse centrale della produzione sveviana è costituito dai romanzi dove è evidente una linea evolutiva e una trasformazione del personaggio. Svevo inizia il primo romanzo nel 1888, avrebbe voluto intitolarlo “Un inetto”, ma sconsigliato dall’editore, che riteneva tale titolo poco accattivante, si risolse per il neutro “Una vita”.

L’opera ebbe pochissime recensioni e fu un insuccesso. Il protagonista è Alfonso Nitti, un piccolo impiegato che viene in contatto con una società dominata dall’interesse e dal denaro, da cui finisce con l’essere travolto. Nel ritratto di questo personaggio, l’autore concentra l’alternativa sogno-realtà, la crisi della volontà e della coscienza di fronte alla brutalità delle scelte imposte dalla vita.

Alfonso è il primo uomo senza qualità, l’inetto, intellettuale megalomane, il suo vero regno è il sogno. Quando Anna gli cade fra le braccia, l’inetto non è in grado di vivere il proprio successo, perché questo significherebbe la preclusione del sogno, la sostituzione della fantasia alla realtà. Questo romanzo ha una soluzione narrativa di gusto veristico nella minuzia descrittiva e nella cura di rendere fedelmente i tratti dei personaggi, nell’analisi di ambiente e di ceti sociali, quali l’anonimo mondo bancario, dove lavora Alfonso o quello umile di casa Lanucci.

Il secondo romanzo “Senilità” (1892) racconta la storia di Emilio Brentani, un impiegato di 30 anni, che ha una piccola notorietà letteraria e vive a Trieste. Conduce una vita mediocre, occupandosi della sorella Amalia. Un suo amico, lo scultore Balli, ha molti successi con le donne. Per imitare Belli, Emilio frequenta la bella Angiolina che un po’ lo tradisce e un po’ lo ricambia. Incapace di staccarsi da Angiolina ricorre all’amico Balli, ma questi entrando nel triangolo costituito da Emilio-Angiolina e Amalia, attira su di sé l’amore di entrambe le donne e prepara inconsapevolmente la tragedia. Amalia minata dall’alcool, muore. Angiolina continua i suoi tradimenti, mentre Emilio non riesce a scrivere il libro che avrebbe voluto dedicare a quella esperienza amorosa.

Senilità”, a differenza di “Una vita” non offre più un articolato quadro sociale, ma si incentra quasi esclusivamente su quattro personaggi centrali, i cui rapporti e le cui vicende si compongono in una struttura rigida. I fatti esteriori, l’intreccio romanzesco, la descrizione di ambienti fisici e sociali in “Senilità” hanno poco rilievo. Si può dire che la vicenda si svolga essenzialmente dentro la mente di Emilio: è la dimensione psicologica che l’autore si preoccupa in primo luogo di indagare. Ciò non significa che Svevo ignori la dimensione sociale, ci arriva attraverso l’analisi della psiche. Emilio piccolo borghese, incapace di vivere è congelato nella sua Senilità, cioè nella sua inerzia, nella incapacità di vivere con gli altri. Di conseguenza lo scontro della sua «diversità» con la normalità della società, si conclude come per Alfonso Nitti, nell’isolamento e nella solitudine.

Senilità” può dirsi il romanzo della coscienza di Emilio, anche se l’autoanalisi è parziale e c’è l’uso della terza persona. Con “La coscienza di Zeno” l’autoanalisi del personaggio sarà raggiunta.





Le novelle e il teatro

Dopo il successo de “La coscienza di ZenoSvevo scrisse saggi, novelle e testi teatrali.

Alcuni racconti furono pubblicati su riviste mentre l’autore era ancora vivo; furono poi riuniti insieme agli inediti, nelle raccolte postume “Le novelle del buon vecchio e della bella fanciulla” (1929) e “Corto viaggio sentimentale” (1925-26) e altri racconti inediti (1949). Un racconto lungo: “L’assassino di Via Belpoggio” era uscito a puntate nel 1890 sul quotidiano di Trieste «L’Indipendente». Fra i racconti più noti ricordiamo: “La madre”, “Vino generoso”, “Una burla riuscita”, scritti nel 1926.



Iniziò nel 1928 a scrivere un ampio romanzo che doveva intitolarsi “Il vecchione”, rimasto incompiuto dopo i primi moduli per la morte dell’autore avvenuta a causa di un incidente automobilistico.





La formazione culturale di Italo Svevo

Lo pseudonimo di Italo Svevo nelle intenzioni dello scrittore aveva lo scopo di congiungere l’italianità del suo sentire con il germanesimo della sua educazione, istituendo fra l’altro una precisa distanza fra l’uomo Ettore Schmitz, impiegato e commerciante e il grande letterato che questi da sempre sognava di diventare.

La sua appartenenza a Trieste, stretta fra il mare e le colline carsiche, abitata da razze e percorsa da lingue e culture diverse (la maggioranza italiana, l’alta borghesia tedesca, il proletariato sloveno, la comunità ebraica dedita ai commerci) indubbiamente condizionarono la sua formazione. Anche la passione per il teatro si spiega con l’influenza di una certa cultura e costume mitteleuropeo borghese e benestante che considerava il teatro manifestazione mondana.

Svevo ha una conoscenza eclettica della letteratura, dai classici alla narrativa russa, da autori francesi a quelli inglesi e italiani, in modo particolare il Boccaccio, il Machiavelli, il Guicciardini. Educato fin dagli anni del suo soggiorno in Germania alla riflessione sistematica, ad un’austera disciplina di vita, si interroga su tanti quesiti connessi all’esistenza. Legge Schopenhauer, Darwin, Nietzsche, Marx e Freud, pensatori che analizza lungamente e che influenzarono in tempi successivi le sue opere, le sue idee. Pensatori diversi, ma tutti caratterizzati dal rilievo dato alla disarmonia che spesso si instaura fra individuo e società o che agisce all’interno stesso del singolo individuo. In nessuno di questi pensatori Svevo troverà le risposte che cerca, passerà da Schopenhauer a Darwin, da Darwin a Nietzsche, a Freud.

L’incontro con la psicoanalisi (databile intorno al 1910) diviene per Svevo un’esperienza fondamentale. Da Vienna, le teorie psicoanalitiche, si diffusero con anni di anticipo sulle altre città europee, a Trieste, accolte con vivo interesse dall’ambiente intellettuale medico, soprattutto ebraico. La malattia del cognato Bruno Veneziani, che si sottopose all’analisi di Freud, favorì una conoscenza più diretta sia del metodo terapeutico (a cui Svevo nega ogni valore) sia delle teorie psicoanalitiche. Nel 1918 traduce con l’aiuto del nipote medico “Il sogno” operetta di Freud che compendia la più ampia “Interpretazione dei sogni”.

L’adesione a Marx rimarrà sempre nell’ambito di un socialismo astratto proprio del borghese che sogna, senza crederci davvero, in una realtà diversa. In un apologo politico, la “Tribù” si scontrano una concezione di vita vicina allo stato di natura, e la vita alienata della civiltà industriale. La felicità dell’uomo, la sua liberazione sono procrastinate in un futuro molto lontano, quando albeggerà «un’era nuova»: la speranza socialista che promette per tutti «il pane, la felicità, il lavoro» si afferma con la forza dell’utopia, accettata in quanto tale.









Influenza di una nuova rivoluzione copernicana:

Bergson, Einstein, Freud sulla cultura

Alla fine dell’800 e nei primi decenni del ‘900 con i fisici Max ck (1858-l947) e Albert Einstein (1879-l955) con il filosofo Henri Bergson (1858-l941) e il medico Sigmund Freud (1856-l939) si ha una nuova rivoluzione copernicana in grado di incidere a tutti i livelli della cultura e di provocare angoscia e smarrimento negli uomini.



Stabilendo che spazio e tempo e massa non sono grandezze di valore assoluto, ma relative al sistema di riferimento (Einstein), mettendo un discussione il principio di causa ed effetto (Heisenberg e Freud), vengono messi in crisi i principi su cui si erano rette, fino alle soglie del ’900 le scienze della natura – in particolare la fisica e le scienze dell’uomo. Come ai tempi «della rivoluzione copernicana» queste scoperte investono il mondo della cultura e, intrecciate alla dinamica storica, operano una profonda lacerazione, smontano l’universo e l’uomo.

La coscienza moderna ne rimane disorientata e gli intellettuali, per primi, avvertono il dramma della crisi. I concetti di spazio e di tempo relativizzati saranno sentiti non come un dato scientifico, ma come uno stato d’animo, come perdita di un centro, di un mondo di valori, come perdita di identità e verranno trascritti a livello letterario come frantumazione – relativizzazione del personaggio, della coscienza, della realtà, del tempo. Cambiando i rapporti di spazio e tempo, i rapporti di causalità e i rapporti logici, cambiano anche i modi di guardare la realtà e con essi di gestire la letteratura, l’arte e la cultura. Specificamente subiranno profonde trasformazioni il romanzo, la lirica, il teatro.










Svevo e la crisi della media borghesia

Svevo vive e descrive la crisi della cultura borghese, prodotta da una profonda trasformazione economico-politica della grande borghesia industriale che nel primo Novecento si avvia al trionfo, travolgendo nella sua ascesa la piccola e media borghesia. Svevo appartiene a questa piccola borghesia, ormai incapace di farsi classe egemone, schiacciata tra l’ascesa del proletariato e il grande capitale. L’Italia era uscita dal conflitto prostrata: miseria, inflazione, squilibri per la riconversione dell’apparato industriale bellico in apparato di pace. La piccola borghesia e i ceti medi ritornavano dal fronte delusi, scontenti, anche perché si aspettavano prosperità e gloria ed adesso subiscono il disagio economico e l’incertezza dell’avvenire. I piccoli borghesi protagonisti della narrativa sveviana, coscienti della loro incapacità di fare storia, sono costretti alla lotta contro la società. Per il singolo che si oppone al sistema, c’è solo la sconfitta.

I piccoli borghesi sveviani constatano la loro impotenza, la loro inettitudine, la loro “malattia”. Essi non hanno che due alternative: o essere alienati o subalterni al servizio della grande borghesia industriale, od opporre ad essa la barriera consapevole e tragica dell’ironia, della denuncia.


Svevo e la psicanalisi

Ne La coscienza di Zeno, Italo Svevo trascura o addirittura distorce alcuni aspetti fondamentali della psicanalisi e in particolare quelli inerenti al rapporto tra analisi e paziente, è altrettanto vero che l’opera non avrebbe potuto essere concepita, né compresa, al di fuori di un orizzonte psicanalitico. L’interesse di Svevo è rivolto soprattutto alla dimensione psicologica dell’individuo, all’analisi degli strati profondi della coscienza, da cui far emergere le contraddizioni, i conflitti, le angosce, le finzioni entro cui si dibatte l’individuo con la sua “inettitudine” e le sue nevrosi. La psicanalisi offre allo scrittore strumenti conoscitivi validi per scandagliare fino in fondo la condizione umana, attraverso il vaglio lucido e rigoroso della malattia, con i suoi lapsus, autoinganni, rimozioni, fantasie allucinatorie, gratificazioni.










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