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GENESI SOCIALE DEL ROMANZO: FONTI ETNOLOGICHE E SOCIOLOGICHE

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GENESI SOCIALE DEL ROMANZO: FONTI ETNOLOGICHE E SOCIOLOGICHE


In una lettera a Capuana nel 1879 Verga sostiene una tesi interessante: la verità della rappresentazione si raggiunge non copiando dal vero la realtà ma facendone una “ricostruzione intellettuale” e sostituendo la “nostra gente agli occhi”. Per questo è meglio rappresentare il mondo siciliano ad una certa distanza, cioè da Milano in modo da esprimere meglio la differenza tra l’attività frenetica di una grande città e il fresco e sereno raccoglimento della camna siciliana. Verga afferma qui un metodo di ricerca e, insieme, un atteggiamento esistenziale e psicologico: da un lato egli si propone non di copiare dal vero la vita di Aci Trezza, ma di ricostruire intellettualmente, cioè scientificamente, un paese siciliano tipico servendosi dei documenti sociologici ed etnologici del suo tempo; dall’altro vuole esprimere una ideologia ed un sentimento che la distanza geografica rende più chiari e vivi: l’ideologia di una serena realtà arcaico-rurale contrapposta alle passioni turbinose ed incessanti delle grandi città ed il sentimento di nostalgia per esserne lontano e separato. Si mescolano, insomma, sia esigenze di distacco scientifico e di “ricostruzione in laboratorio” di un fenomeno sociale, sia istanze ideologiche che si rifanno all’anticapitalismo romantico e alle teorie di Franchetti e di Sonnino, sia, infine, motivazioni esistenziali che comportano un movimento di rimpianto e di nostalgia per una terra già minacciata dal progresso ma ancora collocata ai suoi margini. Di qui le due componenti fondamentali del romanzo: quella documentaria, sociologica, etnologica, che nasce direttamente dalla poetica del Verismo, e quella lirica e simbolica che rivela ancora le presenza in Verga di un elemento soggettivo e romantico, cioè di un idoleggiamento della realtà popolare siciliana. Proprio perché, alla base dei Malavoglia, c’è anche un progetto sociologico, ideologico e politico, egli aveva pensato in un primo tempo di pubblicare il romanzo sulla rivista di Franchetti e Sonnino, “Rassegna Settimanale”. Anche se poi vi rinunciò, non è certo casuale che proprio sulle colonne di questa rivista sia uscita bandelle poche recensioni positive che abbia avuto il romanzo: in essa I Malavoglia vengono definiti uno “studio sociale” ed avvicinati, per gli argomenti e per le tesi impiegate, ai lavori di Franchetti e Sonnino.



In effetti, per realizzare il suo progetto, Verga si avvale soprattutto dell’Inchiesta in Sicilia, da cui riprende una serie di temi ed una delle tesi di fondo su cui è costruito il romanzo. Riprende, per esempio, i temi della corruzione del ceto amministrativo locale, dei danni procurati alla popolazione dalla leva militare e da un sistema di tassazione che colpiva solo i poveri e soprattutto la tesi che l’usura è il cancro che distrugge l’economia siciliana impedendo lo sviluppo della piccola proprietà.

Con questi strumenti sociologici ed etnologici egli ricerca di ricostruire la realtà di un paese siciliano tipico, con le sue gerarchie e con le sue stratificazioni sociali, con i suoi riti ed i suoi costumi. Compiuta tale operazione, egli cala poi il paese così costruito in un paese reale. In altri termini Verga non muove dalla descrizione dal vero, ma dalla costruzione da lontano di un paese modello che poi identifica in Trezza. Il suo lavoro è, dunque, astratto e concreto: astratto, perchè il paese da lui ricostruito non corrisponde in realtà a nessun paese siciliano, anche se ha il paesaggio e la collocazione geografica di Trezza; concreto, in quanto il mondo ricostruito ha in sé gli effettivi caratteri sociali ed etnologici di un paese siciliano intorno al 1870.


IL TITOLO E LA COMPOSIZIONE


Nel settembre del 1875 Verga, in una lettera all’editore Treves, lo informa di stare lavorando ad un “bozzetto marinaresco” intitolato Padron ‘Ntoni. Probabilmente il successo di Nedda spingeva l’autore a riproporne le soluzioni stilistiche ed ideologiche in un altro racconto dd’argomento ancora siciliano ma , ora , marinaresco.

Quando però Verga, all’inizio del 1878, aderisce al Verismo, abbandona il modello del bozzetto, cioè del racconto camnolo ispirato alla narrativa filantropico sociale cara a Caterina Percoto. In una lettera a Capuana del maggio 1878, egli dichiara di aver distrutto il bozzetto e di lavorare allo stesso tema in un modo radicalmente nuovo, con il progetto di un romanzo intitolato I Malavoglia. Il titolo è una ingiuria, cioè un soprannome scherzoso, sull’uso di quelli impiegati nel linguaggio popolare siciliano. Già nel titolo si compie dunque una scelta di poetica: con esso, infatti, si assume l’ottica culturale e linguistica dei personaggi che sono protagonisti del romanzo.

Verga lavora al romanzo dalla primavera dal 1878 al 1880, quando annuncia a Capuana di averlo terminato. In realtà continuerà a correggerlo anche nei mesi successivi, aggiungendo per esempio, a chiusura, le decisive ine dell’addio di N’Toni, che furono inserite solo durante la revisione delle bozze. Il romanzo uscì dall’editore Treves di Milano nel febbraio del 1881.


IL PROGETTO LETTERARIO E LA POETICA


Le prese di posizione di Verga in campo teorico sono numerose. Ricordiamo le principali:



1) la lettera dedicatoria a Farina a premessa all’ Amante di Gramigna;

2) il racconto Fantasticheria che rappresenta un documento prezioso della genesi dei Malavoglia;

3) la prefazione ai Malavoglia;

4) le lettere a Capuana e ad altri amici e quelle all’editore.

Esse dimostrano la chiara coscienza dei problemi di poetica impliciti nell’adesione al Verismo e nel progetto, condiviso anche da Capuana, di fondare in Italia il romanzo moderno.

I punti essenziali del progetto letterario verghiano, quali emergono dai documenti sopra ricordati, sono:

  • Occorre inventare una “forma inerente al soggetto”, cioè “rendere il colore locale anche nella forma letterale”.
  • L’autore deve sparire calandosi in una voce narrante appartenente al mondo rappresentato: la narrazione stessa infatti deve avvenire attraverso la prospettiva dei personaggi, secondo il principio dell’impersonalità così come lo concepisce il Verga.
  • Devono cadere gli artifici narrativi della tradizione manzoniana, come il narratore onnisciente, la “messa in scena” dei personaggi da parte del narratore, la descrizione dall’alto dei protagonisti e dei luoghi, il loro inquadramento nella griglia ideologica e nel sistema gerarchico di valori dell’autore: tutta la narrazione, infatti, deve essere condotta dal basso, raccogliendo o riferendo le voci dei protagonisti e della comunità arcaico rurale in cui essi vivono.
  • Occorre perciò inventare nuovi artifici narrativi; per esempio, esclusa la presentazione al lettore dei personaggi, bisognerà inserire all’inizio della narrazione ampie scene corali in cui essi possano ire direttamente in scena, in modo che il lettore sia posto nella condizione di poter imparare a riconoscerli da ciò che essi dicono, da ciò che fanno e da ciò che di loro dicono gli altri personaggi.
  • Bisogna creare anche certe soluzioni linguistiche, capaci di esprimere la prospettiva popolaresca. Infatti, per rappresentare il mondo attraverso il punto di vista dei pescatori e dei contadini, occorre vedere la realtà attraverso i loro occhi, filtrarla, cioè, attraverso la loro immaginazione e la loro cultura.
  • Ne conseguono il rifiuto di un “successo facile”, la rinuncia a offrire “i manicaretti che piacciono al pubblico” e le “solite frasi lisciate da cinquanta anni”: insomma è sul carattere radicale del rinnovamento formale che Verga gioca le sue sectiune.







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