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Gesualdo Bufalino



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Gesualdo Bufalino

Bufalino era siciliano e scrisse dopo i 60 anni.La sua prima opera, Diceria dell’untore, è una meditazione sul mistero della morte.Per il tema trattato si tratta di un libro atipico, in cui si avverte sempre la presenza d’un destino di morte che incombe. “Diceria” perché racconto –monologo, si presenta con un tono alto e raffinato, elaborato e nudo in cui serpeggia una sottile ironia.

La morte, colta più che in sé stessa, nell'’incerta attesa, sembra diffondersi dappertutto con sentimento di putrefazione e di liberazione. Essa si mimetizza in ogni cosa, dal momento che tutto sembra condannato, a partire dallo stesso protagonista che alla fine risulterà l’unico evasore del regno dei morti.Ovvero un Orfeo che ritorna dall’Ade solo dopo aver perso la sua Euridice.Costui avverte in ogni cosa il perire dell’esistenza,ma l’untore non è lui, né il suo amore sospeso,perché la morte è entro di noi,nelle cose.

Tutti i personaggi dell’opera sono destinati a morire,ma la vita stessa è un morire giorno dopo giorno,infatti Bufalino preferisce la morte alla vita .E questa vicenda d’amore e morte (titolo di una poesia di Leopardi =visione triste dell’esistenza) si svolge in un sanatorio,la Rocca di Palermo dove approdano i malati terminali. Angelo e Marta sono entrambi malati e si consolano a vicenda con il loro amore.Il protagonista era arrivato a questo Scoglio di mala speranza nel dopoguerra del 1946,scampato alla morte nascondendosi sotto una tettoia.Egli non saprà mai perché sarà l’unico salvo,perché sfuggirà alla morte così come al male di vivere.



Il mistero della morte,la malattia senza sopravvivenza sono le angosce che i personaggi si portano dentro .E come Leopardi anche qui sembra che tutto sia condizionato dalla morte,tutto sia destinato a morire.Tuttavia si conserva il bisogno di un perché nella sofferta analisi della morte stessa. L’unico medico a disposizione ,Il Gran Mago anche lui condannato,porta gli ammalati alla morte invece di aiutarli e nella sua penna di esistere se la prende con Dio cercando una ragione tramite l’orrore.Egli incarna l’altra parte dell’autore,quel fondale negativo che sta in ogni animo umano.Al fondo c’è una visione pessimistica della vita,maggiore rispetto a Leopardi,in cui ci si interroga sul perché del dolore e dell’attesa inutile perché il loro destino è già segnato.

Eppure,in questo amaro sfondo d’amore e morte,nelle stesse pieghe del male del vivere,c’è la ricerca della verità,appresa proprio dalla morte degli altri,una verità che possa portare conforto,una verità come regione ultima.

Attraverso il protagonista impariamo a conoscere i diversi personaggi:Luigi il pensieroso malato di tubercolosi;Luigi l’allegro affetto dal morbo di Koch;il bambino Adelmo,lio di tutti. Nell'’assurdo pirandelliano poi Angelo scrive delle lettere alla madre già morta.

Personaggi dominanti, che soffrono la pena stessa del vivere,sono Padre Vittorio e Marta,che simboleggiano il mistero di Dio e il mistero dell’amore ma entrambi destinati a veder morire le proprie fedi.Padre Vittorio si interroga continuamente su Dio,davanti al mistero del dolore:ha preferito lo squallore della Rocca al confortevole sanatorio dei sacerdoti del Nord,nel bisogno di trovare Dio e di dare un senso di purificazione attraverso il mistero del dolore e della morte. Nei suoi appunti,lasciati ai margini di una Filotea egli cerca di inquinare le sue certezze in cerca di risposte,nel tentativo di fuggire alla sua disperazione,che è la stessa disperazione di Dio.Al protagonista Padre Vittorio esprime infatti la sua ansia di Dio ritrovandolo forse proprio nel dolore.



Marta è un personaggio indimenticabile,è la ballerina che vive con il protagonista un’intensa giornata d’amore,dandogli un motivo di vita ma alla fine morendogli accanto.=L’amore che da senso alla vita.Allora il libro è un breve romanzo d’amore,ma fatto di un pessimismo leopardiano,perché l’amore si mischia con al morte.Dopo la ssa di Marta non rimane forse più nulla,o magari proprio nel dono d’amore di Marta il protagonista deve trovare una ragione di vita,come Orfeo.E rimasto l’unico superstite,ora che ha sondato il mistero della morte sente di poter ritrovare la speranza nell'’impulso a rendere testimonianza della pietà della vita e della morte:ultimo obolo da dare a Caronte quando anche lui si ritroverà sulle soglie della morte.








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