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I CANTO (inferno)

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I CANTO  (inferno)


All’età di 35 anni mi sono ritrovato in una selva oscura, perché avevo perso la strada. Com’è difficile spiegare com’era questo bosco in ospitabile e malvagio che solo al pensiero torna la paura! È così spiacevole che la morta è poco più angosciosa. Ma per descrivere le cose belle che ho trovato, dirò altre cose che ho visto. Io non so di preciso come ci sono entrato, talmente ero assonnato che la via del bene abbandonai. Poiché io fui giunto ai piedi del colle, dove terminava quella valle che mi aveva riempito il cuore di paura, guardai in alto e vidi le sue spalle illuminate dal sole che giuda l’uomo per la giusta strada. Allora si calmò la paura che mi era rimasta nel cuore durante la notte che avevo passato in tanta paura. Come un naufrago, scampato al mare, si volta a guardare l’acqua, così il mio animo desideroso di scappare dalle insidie della selva, si volta a guardare quel luogo dal quale nessuno si è mai salvato. Dopo che ebbi riposato il corpo stanco, ripresi il cammino nella spiaggia deserta, facendo pesare il peso del corpo sul piede che sta sotto. Ed ecco quasi all’inizio della salita, una lonza agile e veloce con la pelle maculata, non si allontanava da me, anzi impediva il mio cammino, che io fui tentato più volte di tornare indietro. È l’alba di un giorno di primavera, nel cielo c’è la costellazione dell’Ariete che era presente quando Dio creò il mondo; così che io non avevo timore di quell’animale dalla pelle maculata, incoraggiato dall’atmosfera della dolce mattina di primavera; ma non tanta fu la paura alla vista del leone. Questo sembrava mi venisse incontro, con la testa alta e con fame rabbiosa, tanto che sembrava che l’aria avesse paura di lui. E una lupa che nella sua magrezza, sembrava carica di tutti i mali e aveva fatto vivere malamente molta gente, mi spaventò tanto che la paura che provocò in me alla sua vista mi fece perdere la speranza di arrivare in cima al colle. Come colui che accumula tanto ma poi comincia a perdere e si rattrista e si dispera; così mi fece sentire la lupa, che venendomi incontro, mi respingeva nell’oscurità. Mentre io precipitavo verso il basso, davanti ai miei occhi apparve colui che per la lunga assenza mi sembrò appena visibile. Quando lo vidi nella selva, gli gridai: “Abbi compassione di me, chiunque tu sia, un fantasma o un uomo vero. Egli mi rispose:” Non uomo, sono già stato uomo, i miei parenti erano sia lombardi che mantovani d’origine. Nacqui sotto Giulio Cesare che non poté apprezzare le mie doti poetiche e vissi sotto Augusto, quando si credeva ancora agli dei, falsi e bugiardi. Ero poeta e cantai del giusto lio d’Anchise che venne da Troia, dopo che la sua superba rocca di Troia fu distrutta con il fuoco. Ma perché ti tormenti? Perché non sali il monte dove c’è gioia? Ora sei tu Virgilio e quella fonte di ampio fiume?” Risposi a Virgilio con reverenza e soggezione. “Degli altri poeti onore e modello, veglia il grande studio e il grande amore che mi ha fatto esaminare con grande cura. Tu sei il mio autore preferito; tu sei colui da cui presi lo stile tragico che mi ha provocato fama. Vedi la bestia di cui ebbi paura: aiutami a superare quest’ostacolo che mi sconvolge in ogni mia più intima fibra”. Ti conviene seguire un altro percorso”, poi mi rispose vedendomi piangere: “ se vuoi salvarti da questo luogo selvaggio: perché questa bestia, la causa delle tue grida, non lascia passare nessuno per la sua strada, ma lo ostacolerà al punto che lo uccide e ha un carattere così malvagio che non riempie mai la sua bramosa voglia e dopo il pasto ha più fame di prima. Molti sono gli animali con cui si accoppia e saranno ancora di più, finchè arriverà il Veltro, che farà morire con dolore. Questi non bramerà né dominio né ricchezze, ma sapienza, amore e virtù, la sua patria sarà tra feltro e feltro. Sarà la salvezza dell’Italia per cui morirono la Vergine Camilla, Euralio, Tumo e Niso di ferite. Questi la caccerà da ogni città, fino a quando non l’avrà riportata all’inferno,dove l’invidia l’aveva portata fuori. Dove io, per il tuo bene, penso che debba seguirmi, io sarò la tua giuda e da qui ti condurrò nell’inferno, dove sentirai le grida disperate e vedrai gli antichi spiriti addolorati che lamentano la morte dell’anima e vedrai coloro che sono contenti di stare nel fuoco sperando di giungere in Paradiso. Poi se tu vorrai salire da qua, ci sarà un’anima più degna di me: ti lascerò con lei; perché Dio che lassù regna, dato che io non mi sottomisi alla sua legge, non vuole che io entri nella sua città. In tutte le parti comanda e qui regna; qui c’è la sua città e l’alto trono: “oh felice colui che comanda!” E io gli dissi:” Poeta io ti richiedo in nome di Dio che tu non conoscesti, affinché eviti la selva e la dannazione, che tu mi conduca dove dicesti, così che io veda la Porta di San Pietro e coloro che descrivi così tristi”. Allora si mosse e io lo seguii









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