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I have a dream



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'I have a dream'


'Io sogno che sulle rosse colline della Georgia i li degli antichi schiavi e i li degli antichi proprietari di schiavi possano sedere insieme al tavolo della fratellanzasogno che un giorno ogni valle sarà colmata, ogni collina e ogni montagna sarà abbassata, i luoghi impervi divengano piani e i sentieri tortuosi saranno raddrizzati e la gloria del Signore si rivelerà e tutti gli uomini la vedranno insieme! L'odio non può scacciare l'odio, solo l'amore può farlo!'

Siamo nel novembre del 2008 quando il sogno di Martin Luther King, a distanza di circa 50 anni, viene riproposto dall'uomo che attualmente racchiude le speranze di quasi tutta la popolazione americana e mondiale. E tali speranze hanno trovato espressione nel grido tanto liberatorio quanto fiducioso: 'Yes we can!'. E lo stesso grido intriso di aspettative e buoni propositi si è concretizzato nel blu democratico che ha tinto l'America appena tre mesi fa, e nei festeggiamenti che hanno invaso le piazze del continente per proclamare presidente Barack Obama. Quel sogno di fratellanza, uguaglianza, di giustizia, ora è realtà. Ed è così rivoluzionaria quanto sensata la presenza alla Casa Bianca di un uomo nero, un volto nuovo, assai più consono a rappresentare un paese a maggioranza di afroamericani, un paese devastato da disuguaglianze sociali ed economiche ( ma che 'si atteggia' a potenza mondiale) tantè che solo ora risulta assurdo pensare a come, per tutto questi anni, si possa aver portato a governare sempre gli stessi volti, conservatori, appartenenti a una casta che per duecentoventanni ha portato scompiglio e dissenso in tutto il mondo, disseminando guerra e povertà. Ed è proprio questo alone di novità di cui si è avvolto Obama, una novità sinonimo di cambiamento che ha dato la forza alla popolazione di far avverare tale sogno. Così dopo una camna elettorale realizzata, non nelle sale di Washington, ma nei portici, nei cortili, nelle case dei quartieri, è arrivata una vittoria schiacciante che profuma di speranza.  E dopo una disperata e sfacciata camna di calunnie e montature, con offese razziste o addirittura accuse di terrorismo, 'Obama il Marxista' (definito anche così) è riuscito nonostante la sua 'abbronzatura' (on. S.Berlusconi) e nonostante gli spergiuri e le gufate dei nostri onorevoli ('L'America non eleggerà mai un presidente nero'  G. Fini) a trionfare con una vittoria schiacciante, che possiamo definire più che come il trionfo della sinistra sulla destra, come il trionfo dell'intelligenza. Il trionfo di circa 7 milioni di persone che rappresenta la volontà di un America che vuole rialzare la testa, voltare ina e ricominciare. Così pur non sapendo quanto il nostro nuovo paladino Super Obama riesca a fare bene e giusto, siamo contenti nell'esser certi che a rivestire questo grande ruolo di presidente , ci sia un uomo vero, 'uno che conosca la differenza fra un libro e una sega a motore' (V. Zucconi), un uomo che nn soffra di complessi di inferiorità perseguitato da una inspiegabile smania di potere e conquista.



Sicchè ora dopo appena 50 giorni di presidenza già si possono tirare le somme per giudicare positiva o meno la condotta del presidente statunitense; tantè che i suoi buoni propositi si stanno concretizzando in alcuni provvedimenti di grande rilievo sociale. Però, la politica di compromesso sponsorizzata durante la camna elettorale, che gli ha dato consensi anche fra i conservatori, piano piano sta deludendo coloro che speravano in una condotta più bipartisan, ma ciò è comprensibile se si considera che la crisi in atto, da fronteggiare, è enorme e non sempre permette compromessi nelle scelte. Ma i provvedimenti democratici e/o anticapitalistici presi da Obama stanno antipatici un po a tutti i magnati che cercano, ora più che mai, di difendere i propri privilegi, ostacolando in parte il sogno di cui sopra parlavo.  Obama conosce l'importanza di dover portare a termine le sue promesse, ma conosce anche l'importanza del consenso comune e quindi anche della controparte. Ed è facile comprendere la scomodissima posizione in cui si trovi, nella consapevolezza che ogni intervento americano si riverberi assai velocemente influenzando il sistema del mondo intero (esempio: se Obama fa un peto in Casa Bianca, prima che le guardie del corpo sentiranno l'odore sgradevole, la notizia avrà fatto il giro del mondo, andando in più giornali in prima ina con titoli simili a 'L'America di Obama fa aria da tutte le parti'). Così si procede con cautela e incisività, perciò mentre da un lato si cerca di ritirare le truppe dalla striscia di gaza si preparano quelle per l'afghanistan; mentre si scende a compromessi col presidente russo sull'atomico, si introduce assistenza medica per i ceti più poveri, mettendo mano al protocollo del welfare che i suoi predecessori non osavano toccare. Ma tutti questi buoni propositi ( e non) stanno scomodi a chi non piace il cambiamento, come segno di rivoluzione, a chi sta bene il mondo così comè, perchè non deve preoccuparsi di cosa mettere a tavola per i propri li, quanto piuttosto di quanti modelli di yatch gli manchino per la sua collezione che ha esposta nella sua modesta camera di 300 ettari..attirando sul presidente afroamericano inimicizie e avversità da non sottovalutare(probabilmente le stesse inimicizie di Kennedy o perchè no di King)..Pertanto l'impegno concreto nel far avverare il sogno, che negli anni perdura come utopia, proabilmente non basterà a garantire la sua sopravvivenza(del sogno)..e chissà se non garantisca anche quella del presidente










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