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IMMORTALITà

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Nel corso della storia la vocazione della scienza è stata spesso quella di andare contro natura. Nell’ultimo mezzo secolo la medicina, ad esempio, ha fatto progressi che sembravano impossibili. Le utopie di ieri oggi si acquistano in farmacia. Infrangeremo anche quella dell’immortalità?

Il famoso virologo francese Luc Montagnier, padre della lotta all’Aids, ha recentemente sostenuto che le sue ultime ricerche lo inducono a ritenere che la morte non è ineliminabile. Lo studioso ha detto, infatti, che nel prossimo secolo la vita media degli uomini si allungherà molto e, come ipotesi, non ha escluso la nostra immortalità.

“L’individuo - afferma Montagnier - muore perché esiste la riproduzione sessuata. Per adattarsi e garantire i cambiamenti dell’individuo la riproduzione sessuata è il sistema migliore: alcuni individui muoiono e altri nuovi prendono il loro posto con una variazione genetica che facilita l'adattamento. Ma se l'ambiente non cambia, non c'è più alcuna ragione che le cose debbano avvenire in questo modo. E dunque è lecito immaginare individui immortali che naturalmente non si riproducono più con riproduzione sessuata”. Lo scienziato francese ritiene che la ricerca consentirà di trovare le soluzioni per far vivere gli individui più a lungo, per esempio sopprimendo l'azione dei retrovirus endogeni, che cioè, proprio come l'Hiv, sono nascosti nelle cellule, restando invisibili. Presenti nei nostri cromosomi, questi retrovirus possono rimanere inattivi, per poi attivarsi improvvisamente. Insomma, tutto comincia, anzi tutto finisce, a partire dai retrovirus. Studiandoli, è la conclusione di Montagnier, potremo trovare la soluzione per far vivere gli individui più a lungo, molto più a lungo.



Studiare i retrovirus per scongere la morte? Facile a dirsi, meno a rea­lizzarsi. Le reazioni del mondo della scienza alle affermazioni di Luc Montagnier non sono particolarmente positive. «Idea suggestiva, ma, forse, un po' troppo semplicistica», dicono più o meno i suoi col­leghi, che sospettano che lo scienziato fran­cese sia a caccia di fondi. L'ipotesi dell'immortalità appare ad alcuni scienziati una cosa assurda: neanche la Terra è immortale; anche nell’universo nulla è eterno.

Certamente è una esagerazione sostenere, come fa Montagnier, che l'allungamento della vita sia opera esclusiva della medicina, perché bisogna tenere in considerazione il crollo della mortalità neonatale e il mi­glioramento della situazione socioeconomica

Secondo alcuni scienziati, inoltre, l’immortalità non è ipotizzabile scientificamente: sognare di individuare i geni della longevità e prolungare la vita indefinitivamente è un’utopia. La legge della vita, secondo questi studiosi, resta quella della riproduzione delle generazioni. Pensare che un’umanità immortale si “paralizzerà” sul pianeta, sembra loro da escludere: significherebbe, infatti, la fine dell’uomo.

La cultura mondiale si divide sulle tesi dello scienziato francese. C’è chi dice che al massimo possiamo reggere due secoli e chi, invece, che si tratta solo di sogni. Per qualcuno, poi, un’ora o mille anni sono eguali di fronte al baratro del nulla .

Se la morte, come sostiene Montagnier, non fosse, come spesso si pensa, qualcosa di iscritto nella vita stessa, e se in effetti l’immortalità fosse un’ipotesi da prendere in considerazione, allora l’attuale paradigma mentale dell’uomo verrebbe sconvolto dalle fondamenta. Al di là dell'aspetto scientifico, un orizzonte di vita illimitata pone considerazio­ni di tipo filosofico e teologico. Perché, come fa notare il filosofo Gian­ni Vattimo, studioso di Martin Heidegger per il quale la mor­te era un dato fondamentale, «una vita indefinita non riu­sciamo nemmeno a immaginarcela». E sebbene Vattimo tro­vi l'idea di un prolungamento della vita, fino a cancellare la morte dal suo orizzonte, filoso­ficamente intrigante, non può fare a meno di associare imme­diatamente a quest'ipotesi pro­blemi filosofici e non, che vanno dalla pragmatica domanda sulla ripartizione dello spazio disponibile, a considerazioni circa il rischio immane di staticità: la storia dell’essere è storia anche di avvicendamento, di rinnovamento di prospettive. E “come pensare poi in termini religiosi, come immaginare la storicità senza mortalità?”, si chiede ancora il filosofo torinese, che fra l’altro contesta alla scienza l’ansia di sopravvivenza a tutti i costi. È la qualità della vita a preoccuparlo più che la sua “quantità”.

Da un punto di vista medico, la vecchiaia è da tem­po considerata una malattia e il passaggio ulteriore, ossia considera­re la morte come una malattia da debellare, non meraviglia af­fatto il filosofo Emanuele Severino. Sull'auspicabilità di que­sto eventuale successo, però, il filosofo bresciano resta dubbioso: “L'uomo è uomo pro­prio perché intende liberarsi dal dolore, dalla morte; per questo ha inventato il mito, la religione, la stessa scienza, la quale non è una contemplazione disinteressata e ingenua, bensì la longa manus dell’istinto di sopravvivenza dell’uomo”, che lo aiuta a preparare rimedi per liberarsi dall’infelicità. Morte e infelicità, però, non sono sinonimi. L’infelicità, secondo Severino, proviene dalla coscienza del dolore e il dolore estremo è la morte. Per l’autore di “Destino della necessità”, inoltre, quand’anche la scienza raggiungesse il pretenzioso obiettivo di allungare illimitatamente la vita, non cambierebbe il parametro di fondo del senso dell’esistenza. E di fronte all’eternità del nulla “vivere un miliardo di anni o un’ora è la stessa cosa”, conclude Severino, “ perché sull’altro versante c’è il baratro del nulla”. Dunque, un prolungamento dell’esistenza, per quanto notevole, non farebbe che “accumulare l’angoscia rispetto all’imminenza del termine della vita”.

Per migliaia di anni e in diversi modi l'uomo ha cercato di raggiungere la completa libertà spiri­tuale dal ciclo interminabile di nascita e morte. Ma che cosa si intende per «im­mortalità»? Se con questo termine si fa ri­ferimento al concetto di “memoria”, l'arte è da sempre stata in questo senso la gran­de invenzione dell'uomo per continuare a vivere in eterno. Il riferimento alle grandi civiltà del passato, da quella egizia a quella greca a quella romana, non sono altro che la testimonianza del fatto che l'uomo vive per non mori­re o quanto meno che, nel vivere, cerca di non morire.



Ma se da un lato “vivere in eterno” significa preservare negli altri il proprio ricordo, è anche vero che l’idea di immortalità biologica non fa piacere a tutti. Si tratterebbe, secondo alcuni, di cambiare completamen­te il concetto di vita e allo stesso tempo bisognerebbe rivedere gli studi filosofici, religiosi, psicanalitici che costituiscono il pensiero. Ma non è da accettare l'idea di un corpo eterno senza l'eterna giovinezza. Se continuare a vivere significa portare avanti una vita a pieno rit­mo, allora si può essere favorevoli. L'idea di un'e­terna vecchiaia, non affascina molto. All'idea, invece, di una vita eterna che si bloccasse alla soglia dei trent'anni si può certamente essere favorevoli. L'unico rischio negativo per l'uomo stesso potreb­be essere quello di pensare di avere un tem­po infinito a disposizione e, di conseguenza, non impiegarlo al meglio.

Dal poema epico di Gìlgamesh fino ai romanzi di Milan Kundera, per ri­cordare gli estremi cronologici più immediati, da sempre gli uomini hanno raccontato in tante maniere il viag­gio, fisico e spirituale, alla ricerca della vita eterna. Il re di Uruk, protagonista del gran­de ciclo sumerico, sconvolto dalla s­sa dell'amico fraterno Enkidu, attraversa ca­tene di montagne, varca sconfinate distese di mare, uccide animali selvaggi, oltrepassa cento pericoli, pur di arrivare davanti a Ut­napistim, l'immortale.  Gìlgamesh, allo stes­so modo di Roy, Nexus 6, il cyborg di Blade Runner, vuole sapere a tutti i costi quale è il segreto per durare. Umanissima pretesa! La risposta che riceve s'è inchiodata per secoli nella coscienza della civiltà occidentale, co­me il più solenne dei baluardi, la più invali­cabile delle muraglie: «Nulla permane. Co­struiamo forse una casa che duri per sem­pre, stipuliamo forse contratti che valgono per ogni tempo a venire? Forse che i fratel­li si dividono un'eredità per tenerla per sempre, forse che è duratura la stagione delle pie­ne? Solo la ninfa della libellula si spoglia del­la propria larva. Fin dai tempi antichi nulla permane. Dormienti e morti, quanto sono si­mili: sono come morte dipinta».

Di fronte a tale potenza icastica, neppure l'im­precisa richiesta d'immortalità che Aurora ri­volge a Giove a favore di suo marito, può reg­gere il confronto, dal momento che Titone non muore ma sperimenta su di sé tutte le devasta­zioni di una vecchiaia che nessuno può arre­stare. Aurora avrebbe dovuto avere l'accortez­za di chiedere eterna giovinezza: ma, si sa, an­che gli dei quando sbagliano sono costretti a are.

“Nessun uomo troppo preoccupato di allungare la propria vita vivrebbe serenamente”, ha lasciato scritto Lucio Anneo Seneca.

Quale è dunque l'unica, possibile immortalità sognata in letteratura? Lo affermò Orazio, una volta per tutte, nella sua celebre ode: “Più immortale del bronzo ho lasciato un ricordo, / che s'alza più delle piramidi reali, / e non potrà distruggere morso di pioggia, / violenza di vento o l'incessante catena / degli anni a venire, il dileguarsi del tempo».

La cultura moderna ha spesso respinto con fare sprezzante questa consolazione: ma chi, come il Faust di Goethe, è giunto a stipulare con Mefistofele un patto per fermare l’attimo fuggente ha finito per smarrire l’anima. Da allora in poi l’immortalità sarà riproposta solo come favola, come, ad esempio, la storia del Peter Pan di J. M. Bar­rie, che si rifiuta di crescere, o macabro scher­zo: basti pensare all'indimenticabile fantasma di Gogol che strappa i cappotti ai passanti per vendicarsi di chi rubò il suo. Quando Oscar Wilde tornerà a preurare in Dorian Gray l'ideale di un'imper­itura avvenenza, spostando sul ritratto del giovane ogni vizio e insidia senile, si sentirà anch'egli obbligato a condannare il ragazzo, che aveva squarciato la tela con il pugnale, a un improvviso, orribile tracollo. Solo Ugo Fo­scolo aveva saputo trovare requie in una con­cezione attiva del sepolcro, proclamando: «Sol chi non lascia eredità d'affetti, / poca gioia ha dell'urna». Infine, se la letteratura testi­monia la finitudine, possiamo esserne certi: un immortale non scriverebbe.






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