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Il primo novecento

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Oval: 3Il primo novecento



Il Decadentismo si protrae fino agli inizi del Novecento con esponenti come Italo Svevo e Luigi Pirandello. Questi autori si ritrovano immersi in una società carica di conformismo, la loro critica sarà dunque rivolta in questo senso alla società borghese.

Essere conformista significa adeguarsi passivamente alla mentalità, alle opinioni, ai modi di vita prevalenti in una determinata società. Questo è ciò che la borghesia sta subendo e che sta subendo anche la società che essa stessa dirige e guida.



L’industrializzazione ha inserito le macchine nel processo produttivo, gli operai fungevano solo come “assistenti”, svolgendo sempre lo stesso identico procedimento, alienando così il lavoro.

Agli inizi del Novecento si diffonde poi il fenomeno del Taylorismo (un’organizzazione scientifica del lavoro). Esso si basava su tre principi cardine:

  1. l’ISTRUZIONE PROFESSIONALE;
  2. la STANDARDIZZAZIONE DEL LAVORO;
  3. la STANDARDIZZAZIONE DEI PRODOTTI.

Tramite l’istruzione professionale tutti gli operai venivano istruiti, tramite il medesimo processo formativo, al fine di utilizzare le nuove macchine; tutti hanno così la stessa istruzione e le competenze dei vari operai vengono livellate, da ciò consegue la standardizzazione del lavoro: i ruoli diventano interscambiabili, tutti sono in grado di adempiere alle stesse mansioni, il lavoratore perde quindi potere contrattuale perché per l’imprenditore un operaio vale l’altro; non esistono più gli operai generici e quelli specializzati. Ne consegue anche la standardizzazione dei prodotti in quanto tutti gli operai lavorano e producono allo stesso modo; si produce quindi in serie, la quantità aumenta, ma la qualità diminuisce.

Il Taylorismo termina nel 1970.



Le opere di Svevo più famose sono: “Una vita”; “Senilità” (scritta a fine Ottocento come la prima); “La coscienza di Zeno” (inizi Novecento). Di questi romanzi solo l’ultimo ebbe successo, ma hanno tutti un tema comune, vale a dire la presentazione della ura dell’inetto (immagine sviluppatasi nel decadentismo e codificata da Svevo, per descrivere un individuo passivo, negativo, che subisce la crisi senza saper reagire al disagio provato).

Le sue opere sono scritte sotto forma di ROMANZO PSICOLOGICO, esplorando il mondo interiore dei personaggi, il quale è quindi elaborato attraverso la tecnica dello STREAM OF CONSCIOUSNESS, che da lui sarà definito “monologo interiore”.

L’inettitudine è presentata da Svevo come una “malattia”, conseguenza del conformismo borghese, da cui è difficile curarsi perché l’inetto non ne è in grado: si arrende, infatti, alla vita scegliendo, il più delle volte, l’alternativa del suicidio; l’inettitudine è il male dell’uomo moderno che vive nella società contemporanea. I “malati”, secondo Svevo, sono coloro che non si sentono uguali agli altri, che si sentono fuori posto, anormali, mentre i “sani” sono coloro che si sono adattati alla società in cui vivono e si sentono a loro agio in essa.

L’uomo non può essere se stesso all’interno della società poiché altrimenti non potrebbe farne parte; Svevo però dà la possibilità di un compromesso: essere se stessi nel privato, tra le quattro mura casalinghe. Nel romanzo “La coscienza di Zeno”, il protagonista, Zeno Cosini, è l’unico dei personaggi di Svevo che si riscatta dalla propria condizione d’inettitudine; Zeno, infatti, acquisisce consapevolezza della propria “malattia” ma non cambia la realtà bensì se stesso, perché nel momento in cui sai chi sei puoi essere te stesso nel privato.


Anche Pirandello applica i principi del romanzo psicologico, ma si differenzia da Svevo nel modo in cui osserva la realtà.

Parte dalla constatazione che l’uomo all’interno della società è soffocato dalle convenzioni e capisce che questo è condannato all’inautenticità poiché la società porta a vivere secondo le apparenze. Alla base del suo pensiero c’è infatti la contrapposizione tra ESSERE  e APPARIRE che pervade la vita dell’uomo. Vivendo nella società ti vengono attribuiti degli aggettivi, degli elementi, delle caratteristiche stereotipate che diventano come una sorta di maschera con cui la società ti riconosce. La maschera coglie però di noi solo gli aspetti più superficiali, mostra solo quello che gli altri vedono di noi; è quindi riduttiva, imprigiona il tuo essere e se mai tentassi di liberartene la società non ti riconoscerebbe più e ne conseguirebbe la solitudine. Questo pensiero Pirandello lo rappresenta nella sua opera “Il fu Mattia Pascal”, il cui personaggio riesce a liberarsi della maschera e finché si esclude dalla società rimanendo in solitudine si sente libero, ma non appena tenta di entrare in contatto con questa si accorge di essere rimasto solo, la società non lo riaccetta.



L’influenza della borghesia non si manifestò solamente nella cultura, ma in ambito storico anche per quanto riguarda l’intervento in Libia o l’ingresso nella prima guerra mondiale.

Guerra in Libia (1911-l912)

Siamo nell’epoca dell’Età giolittiana, che corrisponde al secondo governo Giolitti (1903-l914). In questo periodo sorgono dei contrasti all’interno del Partito liberale, di cui Giolitti faceva parte, poiché l’età giolittiana è un’età caratterizzata da cambiamenti, sia sul piano economico che sul piano politico. Giolitti è l’uomo del compromesso e attua il trasformismo[1], due caratteristiche che non piacquero a tutti i liberali del tempo.



All’interno del Partito liberale divengono quindi sempre più marcate le differenze tra liberali di sinistra e liberali di destra che si concretizzano rispettivamente in due schieramenti: i liberali giolittiani e i liberali anti-giolittiani

Degli anti-giolittiani faceva parte la borghesia capitalista-industriale che non voleva accordi con gli operai. Si dimostreranno nazionalisti: volevano, infatti, affermare il prestigio della nazione con una politica espansionistica, in più volevano anche la restituzione da parte dell’Austria delle terre irredente (Trento e Trieste).

Nel 1911 si pone il problema di tentare ancora l’espansione verso l’Africa, già intrapresa con successi alterni dai governi della sinistra storica. La Libia diventa l’obiettivo italiano, in quanto era l’unico territorio rimasto libero dal controllo delle altre nazioni europee. Inoltre vi era la speranza di migliorare l’economia italiana, dando posti di lavoro ai disoccupati del Sud e trovando nuove risorse.

Non tutti erano favorevoli all’intervento in Libia. Si creano, infatti, due gruppi di schieramento:

A FAVORE si schierarono: i nazionalisti e la destra liberale per il prestigio che l’impresa avrebbe dato all’Italia, perché era un modo per riscattarsi della sconfitta in Etiopia e perché si cercavano nel territorio libico nuovi investimenti, nuovi affari; i cattolici, per farsi perdonare dallo Stato i tanti anni di ostruzionismo.

CONTRO si schierarono i socialisti, per non venire meno a quel principio di uguaglianza che era uno dei capisaldi della loro ideologia.

Giolitti inizialmente tentò di raggiungere il compromesso, ma alla fine fu costretto a definire l’impresa coloniale come fatalità storica perdendo così l’appoggio del PSI. La guerra iniziò nel 1911 e finì nel 1912 con la pace di Losanna con la Turchia.

La borghesia nazionalista vinse quindi la sua battaglia.

Prima guerra mondiale (1914-l918)

Inizia nel 1914, ma l’Italia temporeggerà dichiarandosi neutrale. Si doveva valutare la convenienza di entrare in guerra. Anche qui si creano due gruppi: neutralisti e interventisti

Tra i neutralisti vi erano i cattolici, il Partito socialista e i liberali giolittiani. Il PSI ed i cattolici si opponevano per i loro principi, mentre i liberali giolittiani ritenevano che l’Italia non fosse pronta per sostenere le spese di un’azione bellica;

Tra gli interventisti si schierarono i liberali anti-giolittiani, i nazionalisti e i sindacalisti rivoluzionari. I primi due volevano la guerra per il prestigio della nazione e per avere la possibilità di riprendere le terre irredente all’Austria, i sindacalisti rivoluzionari[2] perché vedevano nella guerra un pretesto per uno sciopero.



La situazione interna italiana era dunque caratterizzata dalla disomogeneità; gli stessi organi politici non avevano un orientamento univoco: il Parlamento era neutralista, il governo e la corona erano interventisti. Scatenando la piazza il governo riuscì ad imporre il proprio orientamento.

Nel 1915 l’Italia entra in guerra a fianco dell’Intesa in seguito al PATTO DI LONTRA.

Nel 1914-l5 aveva avviato delle trattative con l’Austria per Trento e Trieste, ma l’Austria non si dimostrò incline a trattare, quindi l’Italia si avvicinò all’Intesa. Questo avvicinamento portò alla stipulazione del Patto di Londra (24 Aprile 1915) con cui l’Italia lasciò la Triplice Alleanza (che senza di questa diventa “Imperi centrali”) per schierasi con l’Intesa. Secondo il Patto di Londra però l’Italia avrebbe dovuto entrare in guerra entro un mese dalla stipula. Il 24 Maggio 1915, l’Italia dichiarerà guerra all’Austria.

Il fatto che non entrò subito in guerra dimostra che non era pronta economicamente e socialmente e che stava cercando soluzioni alternative per la riconquista delle terre irredente.



Si schierarono dalla parte dell’interventismo in guerra anche alcune “Riviste fiorentine” (riviste pubblicate a Firenze agli inizi del Novecento all’interno delle quali sorgono dibattiti culturali, ideologici ed educativi).

Tra queste ricordiamo: “Il Regno” e “La Voce”.



v     “Il Regno” nasce nel 1903 come rivista ideologica di destra e durerà fino alla prima guerra mondiale. È antidemocratica e antisocialista, ha una visione élitaria della società e dello Stato che dovrebbero essere guidati dai migliori, cioè la ricca borghesia, la borghesia industriale. S’ispira a Darwin (sopravvive il più forte che deve dominare il debole) ed a Nietzsche (il superuomo deve dominare la società). È contro Giolitti perché questi adotta il compromesso: per “Il Regno” lo Stato deve mettersi al servizio degli interessi economici della classe dirigente (mentre Giolitti affermava che lo Stato doveva essere garante degli interessi di tutta la popolazione): la rivista si esprime anche a favore di una politica militarista perché faceva gli interessi della borghesia industriale; afferma che la guerra non deve essere condannata in quanto esprime la vera natura dell’uomo, che è aggressiva. “Il Regno” tocca anche l’ambito religioso presentandosi fortemente contrario alle alleanze clerico-liberali sorte durante l’età giolittiana poiché mettono in crisi l’egemonia dei migliori. Propone l’idea di uno stato laico, senza l’ingerenza della Chiesa. Differenzia però cristianesimo e cattolicesimo essendo il primo la religione della fratellanza e della democrazia e il secondo la religione dell’obbedienza, che può quindi educare i fedeli all’obbedienza che poi i cittadini devono alla classe dirigente.

“Il Regno” è quindi una “spia” che denuncia il malessere della destra nell’età giolittiana.

v     “La Voce” ha vita dal 1908 al 1916.

Si divide in quattro fasi redazionali, in cui cambiano gli editori e l’orientamento.

La prima, che termina nel 1911, è la fase del pluralismo ideologico in cui la rivista è aperta al dibattito di varie correnti ideologiche, senza prendere quindi una netta posizione. ½ partecipano tra gli altri Don Romolo Murri, Salvemini, Papini, Prezzolini, Einaudi e Don Luigi Sturzo.

Obiettivo principale di questa prima fase è proporre la ura di un intellettuale militante, ovvero di un intellettuale che si sente coinvolto concretamente nei problemi della società. Il letterato esce dalla sua “torre d’avorio” e diventa uno dei tanti, cassa di risonanza delle masse, l’unico che ha i mezzi per farsi carico dei loro bisogni affinché questi vengano portati alla luce. Oltre a criticare Giolitti per l’uso del trasformismo, che non consente trasparenza, i vociani criticano D’annunzio e il suo superomismo, che incarna l’intellettuale che essi rifiutano.

Nel 1911 il dibattito interno alla rivista non è più tollerabile a causa dell’impresa in Libia. Di fronte a questa, infatti, molti si schierano a favore. Le due fasi redazionali successive tenderanno infatti verso destra:

La seconda, guidata da Papini, sostiene la guerra in Libia. Oltre a ciò si apre alla cultura straniera. Grazie alla seconda fase della Voce, infatti, l’Italia conosce i simbolisti francesi ed emerge la PROSA LIRICA, nuovo modo di fare letteratura, caratterizzata da una prosa breve(si esaurisce in 3-4 ine) e con un linguaggio fortemente lirico (simbolico), a suo tempo proposta dal “poème en prose” di Baudelaire.

La terza, guidata da Prezzolini, è strettamente interventista ed elimina gli aspetti letterari.

La quarta fase corrisponde alla VOCE BIANCA, nome che deriva dal fatto che la prima ina era di colore bianco, ma anche perché tratta solo ed esclusivamente di letteratura, eliminando gli aspetti ideologici e politici.

Essa è guidata da De Robertis ed è importante perché vi pubblicano le loro prime opere Ungaretti e Montale e quindi e una nuova tecnica di fare poesia: il FRAMMENTO





Il trasformismo emerse nella politica con Agostino Depretis (sinistra storica, 1976-l987). Diventa un nuovo modo di fare politica, non si ricerca più il consenso del partito, ma del singolo. Dà quindi vita a coalizioni e al fenomeno del clientelismo (comprare il consenso altrui tramite favori o altro).

Alla nascita del PSI vi erano all’interno due leader: Antonio Labriola e Filippo Turati. Il primo rappresentava l’ala estremista di cui facevano parte i massimalisti ed i sindacalisti rivoluzionari; entrambi volevano la rivoluzione, ma i sindacalisti rivoluzionari la volevano far precedere da uno sciopero che destabilizzasse la società, preparando così il terreno per la rivoluzione. Il secondo rappresentava, invece, l’ala moderata del partito composta dai riformisti, i quali volevano migliorare le condizioni di vita delle classi operaie attuando delle riforme in accordo con il governo.






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