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LA CACCIA NELLA LETTERATURA

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LA CACCIA NELLA LETTERATURA


OVIDIO, Metamorfosi, libro I, MITO APOLLO E DAFNE (vv. 452/567)


Il primo amore di Febo fu Dafne, lia di Peneo,

e non fu dovuto al caso, ma all'ira implacabile di Cupido.

Ancora insuperbito per aver vinto il serpente, il dio di Delo,

vedendolo che piegava l'arco per tendere la corda:

«Che vuoi fare, fanciullo arrogante, con armi così impegnative?»

gli disse. «Questo è peso che s'addice alle mie spalle,



a me che so assestare colpi infallibili alle fiere e ai nemici,

a me che con un nugolo di frecce ho appena abbattuto Pitone,

infossato col suo ventre gonfio e pestifero per tante miglia.

Tu accontèntati di fomentare con la tua fiaccola,

non so, qualche amore e non arrogarti le mie lodi».

E il lio di Venere: «Il tuo arco, Febo, tutto tragerà,

ma il mio trage te, e quanto tutti i viventi a un dio

sono inferiori, tanto minore è la tua gloria alla mia».

Disse, e come un lampo solcò l'aria ad ali battenti,

fermandosi nell'ombra sulla cima del Parnaso,

e dalla faretra estrasse due frecce

d'opposto potere: l'una scaccia, l'altra suscita amore.

La seconda è dorata e la sua punta aguzza sfolgora,

la prima è spuntata e il suo stelo ha l'anima di piombo.

Con questa il dio trafisse la ninfa penea, con l'altra

colpì Apollo trapassandogli le ossa sino al midollo.

Subito lui s'innamora, mentre lei nemmeno il nome d'amore

vuol sentire e, come la vergine Diana, gode nella penombra

dei boschi per le spoglie della selvaggina catturata:

solo una benda raccoglie i suoi capelli scomposti.

Molti la chiedono, ma lei respinge i pretendenti

e, decisa a non subire un marito, vaga nel folto dei boschi

indifferente a cosa siano nozze, amore e amplessi.

Il padre le ripete: «liola, mi devi un genero»;

le ripete: «Bambina mia, mi devi dei nipoti»;

ma lei, odiando come una colpa la fiaccola nuziale,

il bel volto soffuso da un rossore di vergogna,

con tenerezza si aggrappa al collo del padre:

«Concedimi, genitore carissimo, ch'io goda», dice,

«di verginità perpetua: a Diana suo padre l'ha concesso».

E in verità lui acconsentirebbe; ma la tua bellezza vieta

che tu rimanga come vorresti, al voto s'oppone il tuo aspetto.

E Febo l'ama; ha visto Dafne e vuole unirsi a lei,

e in ciò che vuole spera, ma i suoi presagi l'ingannano.

Come, mietute le spighe, bruciano in un soffio le stoppie,

come s'incendiano le siepi se per ventura un viandante

accosta troppo una torcia o la getta quando si fa luce,

così il dio prende fuoco, così in tutto il petto

divampa, e con la speranza nutre un impossibile amore.

Contempla i capelli che le scendono scomposti sul collo,

pensa: 'Se poi li pettinasse?'; guarda gli occhi che sfavillano

come stelle; guarda le labbra e mai si stanca

di guardarle; decanta le dita, le mani,

le braccia e la loro pelle in gran parte nuda;

e ciò che è nascosto, l'immagina migliore. Ma lei fugge

più rapida d'un alito di vento e non s'arresta al suo richiamo:

«Ninfa penea, férmati, ti prego: non t'insegue un nemico;

férmati! Così davanti al lupo l'agnella, al leone la cerva,

all'aquila le colombe fuggono in un turbinio d'ali,

così tutte davanti al nemico; ma io t'inseguo per amore!

Ahimè, che tu non cada distesa, che i rovi non ti graffino

le gambe indifese, ch'io non sia causa del tuo male!

Impervi sono i luoghi dove voli: corri più piano, ti prego,

rallenta la tua fuga e anch'io t'inseguirò più piano.

Ma sappi a chi piaci. Non sono un montanaro,

non sono un pastore, io; non faccio la guardia a mandrie e greggi

come uno zotico. Non sai, impudente, non sai

chi fuggi, e per questo fuggi. Io regno sulla terra di Delfi,

di Claro e Tènedo, sulla regale Pàtara.

Giove è mio padre. Io sono colui che rivela futuro, passato

e presente, colui che accorda il canto al suono della cetra.

Infallibile è la mia freccia, ma più infallibile della mia

è stata quella che m'ha ferito il cuore indifeso.

La medicina l'ho inventata io, e in tutto il mondo guaritore

mi chiamano, perché in mano mia è il potere delle erbe.

Ma, ahimè, non c'è erba che guarisca l'amore,

e l'arte che giova a tutti non giova al suo signore!».

Di più avrebbe detto, ma lei continuò a fuggire

impaurita, lasciandolo a metà del discorso.

E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo,

spirandole contro gonfiava intorno la sua veste

e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli

rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino

non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore

lo sprona, l'incalza inseguendola di passo in passo.

Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto

una lepre, e scattano l'uno per ghermire, l'altra per salvarsi;

questo, sul punto d'afferrarla e ormai convinto

d'averla presa, che la stringe col muso proteso,

quella che, nell'incertezza d'essere presa, sfugge ai morsi

evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla,

un fulmine lui per la voglia, lei per il timore.

Ma lui che l'insegue, con le ali d'amore in aiuto,

corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle

della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento.

Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa

allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e:

«Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,

dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».

Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,

il petto morbido si fascia di fibre sottili,

i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;

i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici,

il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.

Anche così Febo l'ama e, poggiata la mano sul tronco,

sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia

e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,

ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.

E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia,

sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno,

o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra;

e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante

intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei.

Fedelissimo custode della porta d'Augusto,

starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.



E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa,

anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».

Qui Febo tacque; e l'alloro annuì con i suoi rami

appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo.




VIRGILIO, Georgiche, libro I, (vv. 305/310)

Ma quando si stende alta la neve

e i fiumi sospingono i ghiacci,

è pure il momento di cogliere ghiande di quercia,

bacche d'alloro, olive e mirti rosso sangue;

di tendere lacci alle gru,

reti ai cervi e d'inseguire le orecchie delle lepri,

è tempo di ferire i daini

con una fionda delle Baleari

torcendone le corregge di canapa.

sed tamen et quernas glandes tum stringere tempus       
et lauri bacas oleamque cruentaque myrta,
tum gruibus pedicas et retia ponere ceruis
auritosque sequi lepores, tum ere dammas
stuppea torquentem Balearis uerbera fundae,
cum nix alta iacet, glaciem cum flumina trudunt.    


VIRGILIO, Eneide, libro IV, (vv. 160/209)

Una gioventù scelta, nato il sole, s'affretta

fuori città: hanno reti e grandi maglie, lacci

e larghi giavellotti; i cavalieri massili

galoppano tra le mute dei cani di fine odorato.

I capi punici attendono la regina che indugia

nella sua stanza da letto: un cavallo fregiato

d'oro e porpora aspetta mordendo il freno spumoso.

Ma ecco che infine arriva, in mezzo a un folto corteo,

coperta da una clamide dall'orlo ricamato;

ha una faretra d'oro, ed una rete d'oro

sui capelli, una fibbia d'oro alla veste di porpora.

Al tempo stesso avanzano i Frigi e Iulo, felice;

bellissimo su tutti Enea s'offre di scorta

alla bianca Didone e unisce le due schiere.

Simile a Apollo, quando lascia la Licia invernale

ed il fluente Xanto, torna a vedere Delo

materna e dirige i cori; misti intorno agli altari

fremono i Driopi, i Cretesi, i dipinti Agatirsi;

lui va per i gioghi del Cinto e raccoglie i capelli

fluenti adornandoli di flessibile fronda

e incoronandoli d'oro; i dardi gli suonano in spalla.

Non meno pronto e animoso veniva Enea, tanta

bellezza gli splendeva sul nobilissimo volto.

Quando si giunse ai monti e ai covi inaccessibili,

ecco le capre selvagge saltando giù dalle rocce

attraversare di corsa le alture; laggiù i cervi

corrono per la camna alzando nubi di polvere,

in schiere compatte, in fretta lasciano la montagna.

Ed il fanciullo Ascanio in mezzo alle valli

galoppa furiosamente col cuore pieno di gioia

oltrepassando in corsa gli animali sbrancati,

spera con tutta l'anima che tra l'imbelle armento

gli si pari davanti uno schiumante cinghiale

o che un fulvo leone discenda giù dai monti.

Intanto con un gran murmure il cielo si turba,

e arriva subito un nembo di pioggia mista a grandine:

spaventati i Fenici, i giovani troiani

e il dardanio nipote di Venere qua e là

si disperdono in cerca d'asilo per i campi;

impetuosi torrenti precipitano dai monti.

Didone e Enea riparano in una stessa grotta.

Per prima la Terra e Giunone pronuba danno il segnale:

rifulsero lampi nell'aria a festeggiare l'unione,

e sulle cime dei monti ulularono le Ninfe.

Fu quello il primo giorno di morte, la causa prima

di tanti mali; Didone non pensa alle chiacchiere,

non pensa al suo decoro e non teme lo scandalo,

ormai non coltiva più un amore segreto,

lo chiama matrimonio, vela così la sua colpa.


OMERO, Odissea, canto 19, (vv. 428/455)

Ma come lia del mattin l'Aurora

Si mostrò in ciel ditirosata e bella,

I liuoli d'Autolico ed Ulisse

Con molti cani a una gran caccia usciro.

La vestita di boschi alta montagna

Salgono, e in breve tra i ventosi gioghi

Veggonsi di Parnaso. Il sol recente,

Dalle placide sorto acque profonde

Dell'Oceán, su i rugiadosi campi

Saettava i suoi raggi, e i cacciatori

Scendeano in una valle: innanzi i cani

Ivan, fiutando le salvatic'orme,

E co' li d'Autolico, pallando

Una lancia, che lunga ombra gittava,

Tra i cani e i cacciatori andava Ulisse.

Smisurato cinghiale in così folta

Macchia giacea, ché di venti acquosi

Forza, né raggio mai d'acuto sole

La percoteva, né le piogge affatto

V'entravano: coprìa di secche foglie



Gran dovizia la terra. Il cinghial fiero,

Che al calpestìo, che gli sonava intorno,

Appressare ognor più sentìa la caccia,

Sbucò del suo ricetto, e orribilmente

Rizzando i peli della sua cervice,

E con pregni di foco occhi guatando,

Stette di contra. Ulisse il primo, l'asta

Tenendo soprammano, impeto fece

In lui, ch'ei d'impiagare ardea di voglia:

Ma la fera prevennelo, ed il colse

Sovra il ginocchio con un colpo obliquo

Della gran sanna e ne rapì assai carne;

Né però della coscia all'osso aggiunse.

Ferilla Ulisse allor nell'omer destro,

Dove il colpo assestò: scese profonda

L'aguzza punta della fulgid'asta;

E il mostro su la polvere cadé,

Mettendo un grido e ne volò via l'alma.


SENOFONTE, Cinegetico, 6, 11-26; 11-l3


SENOFONTE, Ciropedia, libro I, 1,2 10-l1

La ragione per cui la caccia si svolge a cura dello Stato, e nel corso di essa il sovrano guida i suoi uomini come in guerra e partecipa egli stesso alla battuta e si preoccupa che tutti facciano altrettanto è che per i Persiani la caccia rappresenta il più idoneo addestramento alla guerra. E in effetti la caccia, ogni volta cioè che si incontri l’opposizione di un animale coraggioso: allora bisogna saperlo colpire se avanza, scansarlo se ci assale. Così non è facile trovare in guerra una situazione che non si verifichi anche nella caccia. (11) Partendo per la caccia i giovani portano con sé una razione di cibo più abbondante, com’è logico, di quella riservata ai fanciulli e tuttavia, nei suoi componenti, non diversa da quella. Durante la caccia non possono rifocillarsi, e se un animale li obbliga a una lunga attesa o se per qualche altra ragione intendono prolungare la durata della battuta, consumano per cena questa colazione e il giorno dopo riprendono la caccia fino all’ora della cena calcolando le due giornate come una dato che consumano il vitto di un giorno solo. Seguono questa pratica per abituarsi a fare altrettanto in guerra in caso di necessità. Per companatico consumano la selvaggina che hanno cacciato: altrimenti, ripiegano sul crescione. E se qualcuno immagina che non gustino il cibo, quando abbiamo a disposizione solo il crescione col pane, o il bere, quando non bevano altro che acqua, si ricordi come sono saporiti la focaccia e il pane per chi ha fame e com’è dolce l’acqua per chi ha sete.


OVIDIO, Metamorfosi, libro I, Mito di Atteone, (vv.138/255)

Fra tanta felicità il primo dolore ti fu causato,

Cadmo, da tuo nipote, da quelle strane corna cresciutegli

in fronte, e da voi, cani, che vi abbeveraste al sangue del padrone.

Ma, a ben guardare, in lui vedrai torto di malasorte,

non malvagità: e quale malvagità è in un errore?

C'era un monte intriso del sangue di diversa selvaggina,

e già il mezzogiorno aveva contratto le ombre delle cose,

perché il sole si trovava a ugual distanza dai suoi confini,

quando il giovane Ianteo si rivolse con voce pacata

ai comni di caccia che si aggiravano per forre isolate:

«Amici, armi e reti sono madide del sangue di animali;

giornata fortunata questa: può bastare. Quando, trascinata

dal suo cocchio d'oro, domani l'Aurora riporterà la luce,

ci rimetteremo all'opera. Ora Febo è a metà

del suo cammino e spacca la terra con la sua vampa.

Sospendete l'opera in corso e togliete l'intrico delle reti».

Gli uomini eseguono e interrompono il loro lavoro.

C'era una valle coperta di pini e sottili cipressi,

chiamata Gargafia, sacra a Diana dalle vesti succinte,

nei cui recessi in fondo al bosco si trovava un antro

incontaminato dall'uomo: la natura col suo estro

l'aveva reso simile a un'opera d'arte: con pomice viva

e tufo leggero aveva innalzato un arco naturale.

Sulla destra in mille riflessi frusciava una fonte d'acque limpide,

col taglio della sua fessura incorniciato di margini erbosi.

Qui veniva, quand'era stanca di cacciare, la dea delle selve

per rinfrescare il suo corpo di vergine in acque sorgive.

E qui giunta, alla ninfa che le fa da scudiera consegna

il giavellotto, la faretra e il suo arco allentato;

si sfila la veste che un'altra prende sulle braccia;

due le tolgono i sandali dai piedi, e la lia di Ismeno,

Cròcale, più esperta di queste, in un nodo le raccoglie i capelli

sparsi sul collo, che lei al solito portava sciolti.

Nèfele, Iale, Ranis, Psecas e Fiale attingono acqua

con anfore capaci e gliela versano sul corpo.

Mentre Diana si bagnava così alla sua solita fonte,

ecco che il nipote di Cadmo, prima di riprendere la caccia,

vagando a caso per quel bosco che non conosceva,

arrivò in quel sacro recesso: qui lo condusse il destino.

Appena entrò nella grotta irrorata dalla fonte,

le ninfe, nude com'erano, alla vista di un uomo

si percossero il petto e riempirono il bosco intero

di urla incontrollate, poi corsero a disporsi intorno a Diana

per coprirla con i loro corpi; ma, per la sua statura,

la dea tutte le sovrastava di una testa.

Quel colore purpureo che assumono le nubi se contro

si riflette il sole, o che possiede l'aurora,

quello apparve sul volto di Diana sorpresa senza veste.

Benché attorniata dalla ressa delle sue comne,

pure si pose di traverso e volse il volto indietro.

Non avendo a presa di mano le frecce, come avrebbe voluto,

attinse l'acqua che aveva ai piedi e la gettò in faccia all'uomo,

inzuppandogli i capelli con quel diluvio di vendetta,

e a predire l'imminente sventura, aggiunse:

«Ed ora racconta d'avermi vista senza veli,

se sei in grado di farlo!». Senza altre minacce,

sul suo capo gocciolante impose corna di cervo adulto,

gli allungò il collo, gli appuntì in cima le orecchie,

gli mutò le mani in piedi, le braccia in lunghe zampe,

e gli ammantò il corpo di un vello a chiazze.

Gli infuse in più la timidezza. Via fuggì l'eroe, lio di Autònoe,

e mentre fuggiva si stupì d'essere così veloce. Quando

poi vide in uno specchio d'acqua il proprio aspetto con le corna,

«Povero me!» stava per dire: nemmeno un fil di voce gli uscì.

Emise un gemito: quella fu la sua voce, e lacrime gli scorsero

su quel volto non suo; solo lo spirito di un tempo gli rimase.

Che fare? Tornare a casa, nella reggia, o nascondersi

nei boschi? Quello glielo impediva la vergogna, questo il timore.

Mentre si arrovellava, lo avvistarono i cani. Melampo e Icnòbate,

quel gran segugio, per primi con un latrato diedero il segnale

(Icnòbate di ceppo cretese, Melampo di razza spartana).

Poi di corsa, più veloci di un turbine, si avventarono gli altri:



Pànfago, Dorceo e Orìbaso, tutti dell'Arcadia,

e il forte Nebròfono, il truce Terone con Lèlape,

Ptèrela e Agre, eccellenti l'una in velocità, l'altra nel fiuto,

e il battagliero Ileo ferito di recente da un cinghiale,

Nape concepita da un lupo, Pemènide già guardiana

di mandrie e Arpia accomnata dai due li,

Ladone di Sicione coi suoi fianchi scarni,

e Dròmade, Cànace, Sticte, Tigri ed Alce,

Lèucon e Asbolo, col pelo niveo il primo, di pece il secondo,

il fortissimo Làcon e Aello insuperabile nella corsa,

e Too, la veloce Licisca col fratello Ciprio,

Arpalo con una stella bianca in mezzo alla fronte nera,

e Melàneo e Lacne col suo mantello irsuto,

Labro e Agrìodo nati da padre cretese,

ma da madre di Laconia, e Ilàctore con la sua voce acuta,

e altri, troppi da elencare. Tutta questa muta, avida di preda,

per rupi, anfratti e rocce inaccessibili, dove la via

è impervia o dove via non esiste, l'insegue.

Lui fugge, per quei luoghi dove un tempo li aveva seguiti,

ahimè lui fugge i suoi stessi fedeli. Vorrebbe gridare:

«Sono Attèone! Non riconoscete più il vostro padrone?».

Vorrebbe, ma gli manca la parola. E il cielo è pieno di latrati.

Le prime ferite gliele infligge sul dorso Melanchete,

poi Teròdamas; Oresìtrofo gli si avvinghia a una spalla:

erano partiti in ritardo, ma tagliando per i monti

avevano abbreviata la via. Mentre essi trattengono il padrone,

il resto della muta si raduna e in corpo gli conficca i denti.

Ormai non c'è più luogo per altre ferite. E geme,

ma con voce che, se non è umana, neanche un cervo

emetterebbe, e riempie quei gioghi di lugubri lamenti:

in ginocchio, supplicando come chi prega,

volge intorno muti sguardi quasi fossero braccia.

I suoi comni intanto con gli sproni di sempre aizzano ignari

il branco infuriato e cercano Attèone con gli occhi,

poi, come se fosse lontano, 'Attèone' gridano a gara

(al suo nome lui gira il capo) e si lamentano che non ci sia,

che per pigrizia si perda lo spettacolo offerto dalla preda.

Certo lui vorrebbe non esserci, ma c'è; vorrebbe assistere

senza dover subire la ferocia dei suoi cani. Ma quei cani

da ogni parte l'attorniano e, affondando le zanne nel corpo,

sbranano il loro padrone sotto il simulacro di un cervo:

e si dice che l'ira della bellicosa Diana non fu sazia,

finché per le innumerevoli ferite non finì la sua vita.

I pareri sono incerti: per alcuni troppo crudele

fu la dea; altri la lodano, considerandola degna

della sua verginità austera; ognuno con buone ragioni.


Visita alla saletta del ParmigianinoLA SALETTA DI DIANA E ATTEONE (1523, Fontanellato, (PR) Rocca dei Sanvitale









Il visitatore entrando scopre come prima scena quella che rafura due cacciatori, che inseguono una ninfa, anch’essa con il corno da caccia ed un elegante levriero legato con una corda attorcigliata al polso sinistro.


Il racconto continua nella parete destra dove si vede il giovane cacciatore Atteone, che ha sorpreso la dea Diana al bagno, insieme alle ninfe che l’accomnano. La dea irritata lo spruzza con l’acqua e il giovane, ancora con l’arco in mano, inizia a trasformarsi in cervo.






Nella parete successiva, tra due cani da caccia un giovane è concentrato a suonare il corno, mentre Atteone, la cui trasformazione in cervo è completata, viene sbranato dai suoi stessi cani che non lo riconoscono.





Sull'ultima parete è una ura femminile, circondata da cani, che si staglia su un paesaggio arrossato dal tramonto e tiene nella destra sollevata alcune spighe e nella sinistra una coppa su di un vassoio: si tratta di Paola Gonzaga, moglie del Conte Galeazzo Sanvitale, committente dell’opera.

La sala (4,35x3,90x3,50 m) è coperta a volta, e si chiude con 14 lunette sotto cui una cornice in legno laccato e bordato d’oro contiene una scritta in latino delle Metamorfosi di Ovidio. Gli affreschi si stendono al di sopra di questa fascia nelle lunette e nella volta.
L’andamento della volta è sottolineato dall’affresco, che finge nelle vele una architettura aerea rotta da grandi occhi, attraverso i quali si intravvede il cielo, e decorata da un finto mosaico. Da qui parte un pergolato coperto di fronde arboree, che si conclude in una grande siepe ottagonale di rose, che permette di vedere un ampio squarcio di cielo. Al centro è uno specchio circolare con la scritta 'Respice finem', cioè 'osserva la fine' sulla cornice lignea tonda, che richiama quella che delimita l’intera parte affrescata. Nei pennacchi della volta si muovono festosi dodici putti, alcuni alati e altri no, che recano in mano animali e frutta, si riposano oppure sono in atto di lottare o di giocare. I piedritti sono conclusi da teste di medusa in stucco, maschere enigmatiche, con capigliature composte da grovigli di serpenti.

IL MITO DI ATTEONE

Aristeo, lio di Apollo e della ninfa Cirene aveva avuto da Autonome, lia di Cadmo, un lio, Atteone che fu allevato dal Centauro Chirone. Questi gli insegnò l’arte della caccia.         Un giorno Atteone fu divorato sul Citerone dai propri cani. Si raccontano diverse versioni di questa morte. Alcuni dicono che fu punito così da Zeus per aver cercato di sottrargli l’amore di Semele (una delle lie di Cadmo). Ma la maggior parte degli autori, fra cui anche Seneca, attribuisce questo castigo alla collera della dea Artemide (Diana), scontenta per essere stata scorta da Atteone, mentre, nuda, si bagnava ad una fonte. La dea lo aveva tramutato in cervo e, rendendo furiosi i cinquanta cani che componevano la sua muta, li aizzò contro di lui. I cani lo divorarono senza riconoscerlo, poi lo cercarono, invano, in tutta la foresta che riempirono di ululati. La loro ricerca li condusse fino alla caverna dove abitava il Centauro Chirone e questi, per consolarli, modellò una statua a immagine di Atteone.

'ATTEONE' (Greco ; Latino Actaeōn, -ŏnis)

lio di Aristeo e di Autonoe, una lia di Cadmo , sorella di Semele, madre di Dionisio. Famoso cacciatore era stato educato nell'arte venatoria dal Centauro Chirone; la caccia al cervo era la sua attività preferita. Il mito racconta che egli, durante una delle sue partite di caccia, avesse sorpreso Artemide al bagno, in comnia delle Ninfe, nella valle di Gargafia. Per punizione la dea lo trasformò in un cervo e in questa forma fu divorato dai cinquanta cani della sua muta, sulle pendici del monte Citerone; Autonoe, la madre, ne raccolse poi i resti. Secondo una versione più antice della leggenda, Atteone si era accostato ad Artemide nascondendosi sotto una pelle di cervo; la sua fine fu la stessa anche secondo questo racconto.

Presenze letterarie antiche: Euripide, Baccanti; Diodoro Siculo; Callimaco, I lavacri di Pallade; Ovidio, Metamorfosi, Igino, Favole; Apollodoro; Pausania. Quest'ultimo conserva la prima attestazione del mito in Stesicoro.                                                          Moderne: Atteone e in particolare la sua fine violenta hanno ispirato vari autori moderni, tra i quali Giordano Bruno negli Eroici furori e G.B. Marino nella Sampogna e nell' Adone; da Ovidio è tratta la Favola di Atteone di L.Barahona de Soto.        Iconografia: il mito di Atteone fu sovente rappresentato nell'arte classica: è presentato mentre viene sbranato dai cani in una metopa di Selinute, e in oltre in pitture parietali romane e sarcofagi. Nel dipinto di Polinioto rafurante gli Inferi era rappresentato seduto su un cervo. In alcune immagini è dotato di corna di cervo che gli stanno spuntando sul capo. La scena di Artemide sorpresa al bagno è per la prima volta riprodotta nelle pitture pompeiane.







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