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LA MORTE DI ADELCHI

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LA MORTE DI ADELCHI


Ci troviamo alla fine dell’Atto V; dopo che Pavia si è arresa consegnando a tradimento Desiderio ai Franchi, anche Verone, dove è rinchiuso Adelchi, decide di aprire le porte al nemico: circondato dal tradimento, Adelchi prova disdegno per tutto questo gretto egoismo ed è indeciso tra affrontare i nemici per cercare deliberatamente la morte e riparare a Bisanzio per organizzare una controffensiva. Richiamando alla mente l’idea del padre prigioniero, opta per la seconda opzione. Durante la sortita però viene ferito mortalmente e, portato nella tenda di Carlo, si scioglie nell’estremo dialogo con il padre.

Questa è la più evidente deformazione storica operata da Manzoni nell’Adelchi, proprio perché Adelchi riuscì ad arrivare a Bisanzio e morì solo qualche tempo dopo. Tuttavia la scelta di far morire in queste circostanze permette a Manzoni di sottolineare ulteriormente sia la ura tragica di Adelchi stesso, sia la drammaticità della visione manzoniana della storia e della vita, di cui il principe longobardo si fa portavoce.


Adelchi, morendo, guarda ciò che gli sta attorno con gli occhi della morte. Ma è una morte, la sua, che non solo non gli pesa, ma che gli appare addirittura come una grazia (la provvida sventura di Ermengarda). Adelchi è sempre stato presentato come un “eroe in tono minore”, non perché costituisca un personaggio negativo, ma proprio perché aleggia in lui la coscienza che nella storia non c’è luogo per un’opera innocente o gentile: non c’è che da fare torto o patirlo.



E’ la maledizione della storia: il male non sta, secondo Manzoni, nell’operare male, ma proprio nell’operare. Non è possibile per l’uomo fare del bene, perché anche cercando di eliminare ogni componente negativa, il male è comunque connaturato all’azione umana. Non si può agire senza essere carnefici. Meglio allora essere vittime della storia, essere oppressi, perché gli oppressi potranno godere della grazia divina.

Ed è proprio per questo motivo che ora si rallegra con il padre, il padre che, non essendo più re, non potrà più essere annoverato tra gli oppressori, ma tra gli oppressi.

E il giorno in cui anche Desiderio morirà, non si mesceranno più ai lamenti dei cari le imprecazioni di coloro ai quali Desiderio ha fatto torto.



Alla valutazione negativa della storia umana Manzoni è giunto partendo da una ricerca di valori etici “assoluti” che lo porta a concludere che è impossibile fondare una morale su basi puramente umane e dall’altra che è inevitabile una frattura tra moralità assoluta e storia umana. E’ una tematica che, osserva Giulio Bollati, Manzoni aveva già affrontato in forma più programmatica nelle Osservazioni sulla morale cattolica (1819).

La morale filosofica è contrapposta alla morale teologica e rifiutata a vantaggio di questa perché “non è scienza, non ha basi fisse né punti di convincimento comune”.

Il suo difetto è quello di essere stata fondata soltanto “nella ragione e nella coscienza” degli uomini, e la ragione e la coscienza, per Manzoni, variano secondo luoghi e tempi.



Non si salva, da questa valutazione negativa della morale filosofica, nemmeno Kant, il quale pure aveva fondato una morale tutto sommato abbastanza astratta, basata su una legge morale acontenutistica. C’è tuttavia un aspetto della trattazione morale kantiana che Manzoni condivide: l’impossibilità di conciliare istanze naturali della componente materiale dell’uomo e moralità.

Il che vuol dire che, dato che la storia è fatta da uomini che agiscono sospinti da queste istanze, la storia umana e la morale sono due poli opposti e inconciliabili.

Da specificare, tuttavia, che si parla della storia limitatamente, della storia in quanto prodotto dell’azione umana. C’è tuttavia anche nella storia, solo in alcuni momenti, uno spazio per una valutazione positiva costituita dalla presenza della Provvidenza Divina; il che viene messa in evidenza, per esempio, nel Cinque Maggio, sia in quanto Napoleone era l’uomo fatale in cui il Massimo Fattore volle stampare la più vasta orma del suo spirito, sia in quanto, alla fine dell’ode, diventa consapevole, grazie alla provvida sventura dell’esilio, della presenza del divino che lo avvolge come una mano dal cielo, lasciando spazio dunque anche ad una dimensione di ricompensa personale. Così anche e soprattutto l’Adelchi è la tragedia della provvida sventura, che abbraccia sia Ermengarda sia, come vediamo qui, Adelchi.

Una provvida sventura che lo rende non più carnefice, ma vittima della storia e che quindi gli garantisce il perdono e la grazia divina.

Pietoso fino all’ultimo e depositario dell’insegnamento cristiano, Adelchi perdona Carlo con le toccanti parole “il tuo nemico prega per te morendo”, proprio perché Adelchi sa che ora l’ingrato ruolo d’oppressore è passato ai Franchi.






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