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LA PAROLA EBREO DI ROSETTA LOY



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LA PAROLA EBREO DI ROSETTA LOY


Il romanzo di Rosetta Loy intitolato “La parola ebreo” si può recensire citando le prime due righe del romanzo stesso: “Se penso a come la parola <<ebreo>> è entrata nella mia vita..”.

E’ esattamente questo che fa l’autrice: racconta come la parola “ebreo” sia entrata nella sua vita, la vita, quando di Rosetta Loy stessa, quando di Rosetta Loy bambina come tante altre, attingendo ricordi dalla propria memoria e da una sorta di memoria collettiva. Il lavoro che ha fatto è, a dir poco, ammirabile: le ricerche approfondite si incrociano perfettamente con l’autobiografia d‘infanzia. Sono infatti le piccole cose a colpire: “ proibendo agli ebrei [ . ] di avere il proprio numero sull’elenco telefonico”1 . Ci sono dettagli che spesso vengono omessi nel raccontare la Storia, ma sono proprio quelli che riescono a colpirti, a strabiliarti come il fatto che “sempre il sabato sceglievano i tedeschi perché sapevano che era più facile trovare le famiglie [di ebrei] riunite”2. Quella vita di tutti i giorni che sembra non cambiare: il mondo è in guerra, ma all’interno delle mura di casa, nessuna nuova emozione turba i cuori, nessun avvenimento riesce a superare quella sorta di bolla di sapone all’interno della quale la bambina vive. La Loy ci fa capire quanto questo fosse sbagliato in maniera indiretta, descrivendo con una passione, dettata forse dalla rabbia, certe stragi e raccontando in modo freddo quanto queste non modificassero le sue abitudini.

“I colpevoli senza colpa”3 . Una frase che ricorderò per sempre: una spiegazione semplice, ma allo stesso tempo esauriente di ciò che significava essere ebrei.

È un libro . strano. La prima parola che mi è venuta in mente per descriverlo è stata proprio questa. Non c’è una suddivisione in moduli, i periodi non si susseguono per associazione di idee, è difficile da leggere. Rispecchia, però, perfettamente quel tempo in cui “ niente ci viene chiesto, niente ci viene detto..”4. Il tempo scorre in modo fluido come se non ci fosse modo per pensare o capire. L’unica scelta che si ha è continuare, andare avanti. Sperare. Ogni volta che leggo un libro che tratta di quegli anni, spero di leggere un numero di morti inferiore a quello delle stime di cui fino a quel momento sono a conoscenza. Anche una vita sola. Rosetta Loy si allontana da una visione “romanzata” di quel periodo. Non ci racconta della storia d’amicizia tra un bambino ebreo e uno “ariano” e nemmeno della storia d’amore che sopravvive nonostante gli ostacoli. Ci racconta la verità “nuda e cruda” e i metodi utilizzati sono dei più efficaci. Una critica feroce a nove anni di follia nazista, la voglia di non far dimenticare. Perché purtroppo l’uomo non sempre impara dai suoi errori.



La parola ebreo entra nella vita di una bambina come un fulmine a ciel sereno, un’infanzia passata tra le domande, alcune che non avevano risposta, altre a cui non si voleva rispondere. E parlando di una famiglia ebrea dice questo: “Per troppo tempo avevano diviso con noi giornate tristi e felici, paure, viltà, speranze. [ . ] Troppo tempo, per sentirsi altri.”5 Un brivido mentre leggo quella parola. Altri. Incomprensibile a me. Non posso immaginare cosa sia significato per una bambina seduta su di una seggiolina azzurra che ci racconta con occhio critico la realtà che la circonda.








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