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L’Amore: cambiamento, passione, gelosia e fedeltà nel Decameron di Giovanni Boccaccio



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L’Amore: cambiamento, passione, gelosia e fedeltà

nel Decameron di Giovanni Boccaccio


“Dicono adunque alquanti de' miei riprensori che io fo male,
o giovani donne, troppo ingegnandomi di piacervi,
e che voi troppo piacete a me. Le quali cose io apertissimamente confesso, cioè che voi mi piacete e che io m'ingegno di piacere a voi”.
(Decameron, Introduzione alla quarta giornata)









INTRODUZIONE E CONTESTO

Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 a Certaldo, in Toscana. Si trasferisce successivamente a Napoli, dove si dedica agli studi dei classici latini e alla letteratura italiana e francese. E’ questo il periodo di composizione delle prime opere: Filocolo, Filostrato, Teseida, Caccia di Diana e Rime.

In seguito, soggiorna a Firenze e in Romagna, dove compone il Ninfale Fiesolano, altre opere minori, e scrive, tra il 1348 e il 1353 il suo capolavoro: il Decameron. In questo periodo, il Boccaccio stringe amicizia con Petrarca e si dedica inoltre allo studio di Dante, altro fondamentale scrittore del quattordicesimo secolo.  Muore alla fine del 1375.

Il Decameron è senza dubbio un’opera innovativa per la sua epoca; innanzitutto, per il lessico: lo stile è multiforme, presenta una enorme varietà di toni e linguaggi, in virtù dello sperimentalismo boccacciano. Poi, per i temi, e per il modo realistico di trattarli (l’amore, il sesso, la fortuna . ). Inoltre, per la forma: la cosiddetta struttura a cornice, che consiste in una storia di base (la “cornice”, appunto) che racchiude in se stessa altre narrazioni, di solito novelle.

La trama del Decameron è semplice: il Boccaccio prende spunto da un fatto realmente accaduto, la peste del 1348. La cornice comprende la descrizione della peste a Firenze e riferisce le vicende di dieci giovani, sette fanciulle e tre ragazzi di elevata estrazione sociale, fuggiti dalla città in camna, che trascorrono il tempo in allegria e letizia narrando a turno ciascuno dieci novelle, una al giorno (“Decameron” significa, infatti, “di dieci giorni”).

Ogni giornata ha un tema stabilito, ad eccezione della prima e della nona, e tutti dovranno narrare novelle secondo l’argomento.

Al fine di una migliore consultazione di questo testo, di seguito si trova un elenco delle tematiche trattate in ciascun giorno:

I.       Tema libero

II.     Si tratta di avventure a lieto fine.

III.  Si parla di chi, dopo aver lungamente desiderato qualcosa, lo ottiene o lo ritrova.

IV.  Si narra di amori infelici.

V.    Si stabilisce di parlare della felicità raggiunta dagli amanti dopo avventure e casi straordinari.

VI.  Si raccontano motti spiritosi o pronti che tolgono dai guai.

VII.            Si tratta di beffe fatte per amore o paura dalle donne ai loro amanti.

VIII.         Si narra di beffe di ogni genere.

IX.  Tema libero.

X.     Si racconta di chi, con cortesia o magnanimità, ha avuto avventure d’amore o di altro genere.

Certamente, come si può notare dall’elenco precedente, il Decameron tratta svariati argomenti. Tuttavia, quello preso in considerazione da questo testo è uno: l’amore e alcune delle sue forme.

Il Boccaccio era senza dubbio un amante delle donne, come dimostra l’introduzione alla quarta giornata, nella quale si legge:

“Dicono adunque alquanti de' miei riprensori che io fo male, o giovani donne, troppo ingegnandomi di piacervi, e che voi troppo piacete a me. Le quali cose io apertissimamente confesso, cioè che voi mi piacete e che io m'ingegno di piacere a voi”.



Da uno scrittore in grado di formulare una affermazione tale, non può che scaturire un’opera in grado di lodare degnamente la ura femminile.

E come ignorare l’importanza che essa ha nella vita dell’uomo, e la sua relazione con lui?

Per questo, mi pare legittimo affermare che uno dei temi principali dell’opera sia l’amore.

Tuttavia, è necessario precisare che il Boccaccio è anche un fedele riproduttore della realtà, per cui non può tralasciare di proporre al suo lettore racconti di passioni carnali e di storie dal finale non proprio idilliaco, senza fargli mancare, però, quelle di amori a lieto fine. L’amore nel Decameron è visto come una legge di natura che non deve essere frenata: la concezione laica presente è ben distante da quella della produzione boccacciana precedente. L’opera è destinata a fornire diletto e insieme consigli pratici di comportamento alle donne innamorate e, quanto ai contenuti, esprime l’intenzione di narrare “novelle piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati avvenimenti”.

E’ l’autore stesso ad affermare cosa tratterà nella sua opera: nel Proemio, lo scrittore afferma di voler dedicare il libro a tutti coloro che sono afflitti da pene d’amore, in particolar modo alle donne, “in rifugio di quelle che amano”. Esse, infatti, non hanno modo di trovare distrazione dalle afflizioni amorose, perché sono loro precluse tutte le attività che occupano l’esistenza dell’uomo (la caccia, il gioco . ecc).

L’AMORE COME FONTE DI INGENTILIMENTO  

quinta giornata, novella prima: Cimone

L’amore può essere la forza che conduce alla saggezza, ed è in grado di addolcire l’animo umano: il Boccaccio ce lo dimostra nella quinta giornata, con la novella di Cimone. Egli, seppur bellissimo, è un uomo rozzo e senza cultura, e non dimostra il minimo interesse verso le risorse che il padre, ricco nobiluomo, gli mette a disposizione. Dunque, su comando del genitore, si reca con gran piacere a lavorare nei campi tra i contadini, certamente più simili a lui dell’aristocrazia dalla quale era precedentemente circondato. Lì, incontra nel bosco una bella fanciulla che lo schernisce, e se ne innamora perdutamente, tanto che comincia a studiare e ad imparare il galateo per conquistarla. Diventa così un uomo affascinante e dalle belle maniere. Tuttavia, la ragazza è già stata promessa in sposa a Pasimunda, e non può sposarlo. Cimone, quindi, organizza vari stratagemmi per strapparla al matrimonio, e con l’aiuto di Lisimaco, un rodiese innamorato di un’altra fanciulla già promessa in sposa, riesce a impedire l’unione e a conquistare la sua bella uccidendo Pasimunda. Al termine della vicenda, Lisimaco e Cimone sposano le due ragazze.

Con questa novella, il Boccaccio dà dimostrazione della straordinaria forza dell’amore, che riesce persino a trasformare un uomo ridicolo e senza cultura, né voglia di acquisirne, in un perfetto gentleman dell’epoca. Il sentimento provato da Cimone è talmente nobile da elevare il suo animo  e la sua sensibilità, fornendogli addirittura stratagemmi e coraggio per permettergli di conquistare la donna amata. Niente altro avrebbe potuto cambiare un uomo “sì per la sua forma e sì per la sua rozzezza e sì per la nobiltà e ricchezza del padre, quasi noto a ciascun del paese” Nella novella, quindi, si riporta la storia di un amore che è in grado di cambiare in meglio la persona, ingentilendone e arricchendone l’animo.

Tengo a precisare che, in questo caso, nonostante l’amore sia in grado di mutare a tal punto il nostro protagonista, non sappiamo più nulla di Eenia, che al principio della storia lo scherniva, anzi addirittura lo temeva. Infatti, “quantunque la giovane sua comnia rifiutasse, sempre di lui temendo, mai da sé partir nol potè infino a tanto che egli non l'ebbe infino alla casa di lei accomnata; e di quindi n'andò a casa il padre, affermando sé in niuna guisa più in villa voler ritornare”. Tuttavia possiamo supporre che Cimone la abbia infine conquistata, o che, comunque, si sia adattata alla situazione, in quanto il Boccaccio ci propone garbatamente la conclusione felice del matrimonio del nostro protagonista e di quello di Lisimaco: “fatta la festa grande, lieti della loro rapina goderono”. La donna, ad ogni modo, rimane un personaggio certamente marginale, e nulla avviene secondo il suo volere: è come un oggetto, un premio per chi sarà più svelto a carpirla e sposarla. La fanciulla diventa così una sorta di ricompensa dell’amore, per lo sforzo che l’uomo ha compiuto per cambiarsi, migliorarsi, e per ottenere colei che egli ama.

LA PASSIONE CARNALE CHE CORROMPE LA PERSONALITA’ RELIGIOSA

Prima giornata, novella quarta: gravi peccati

Terza giornata, novella prima: il giovane Masetto tra le monache

Terza giornata, novella quinta: Puccio e la santità

Quarta giornata, novella seconda: “bella nel paradiso”

Nona giornata, novella quinta: la badessa e le brache

Nella novella di Cimone abbiamo visto come l’amore cambia la personalità dell’individuo. Le novelle elencate hanno ovviamente trame tutte diverse, tuttavia sono tutte accomunate da uno stesso tema: la “concupiscenza carnale” che colpisce anche frati e monache, e fa quindi mutare, temporaneamente e non, stile di vita.

Nella prima giornata, troviamo la storia di un giovane monaco sorpreso dall’abate ad amoreggiare con una bella fanciulla. Il superiore sta per condannarlo, si reca nella cella dalla quale si è assentato il colpevole, ma dove si trova ancora la ragazza, e, dopo averla vista, “sentì subitamente non meno cocenti gli stimoli della carne che sentiti avesse il suo giovane monaco”. Si trastulla quindi anch’egli con essa, ma viene scoperto dal giovane monaco, che, reo della sua stessa colpa, non viene punito.

Nella terza giornata si narra della vicenda di Masetto, un furbo giovane che, fingendosi sordomuto, riesce ad introdursi come contadino e successivamente come fattore in un monastero, assumendo anche il difficile compito di “trastullare” tutte e nove le abitatrici dell’edificio. E così fa, fino al sopraggiungere della vecchiaia.

Sempre nella terza giornata, c’è la storia di Puccio, uomo pio: un religioso, Don Felice, interessato alla moglie di Puccio, gli suggerisce una pratica per espiare i suoi peccati, che lo tiene occupato la notte intera e gli toglie le forze per il lungo digiunare. Così facendo, Don Felice ha campo libero:  “con lei si giaceva infino all'ora del matutino, al quale levandosi se n'andava, e frate Puccio tornava al letto”.

Nella nona giornata, invece, troviamo la novella della badessa che viene chiamata per rimproverare una giovane suora sorpresa intenta ad un rapporto sessuale con un amante, proprio mentre essa stessa sta facendo la stessa cosa con un prete. Levatasi in fretta e furia, al posto del velo indossa “le brache del prete”, e accorgendosene le suore, la badessa perdona la malcapitata e le consente il divertimento.



Ma è la novella della quarta giornata che giudico fondamentale per la comprensione dell’argomento del modulo corrente. Infatti, essa narra della vicenda di una giovane che ha costanti rapporti sessuali con un frate corrotto, Frate Alberto, che le fa credere di essere nientemeno che l’Arcangelo Gabriele. Il frate, infine, viene svergognato pubblicamente.

Al principio della novella, troviamo tale “proemio”, esplicatore del pensiero dell’autore:

Usano i volgari un così fatto proverbio: - Chi è reo e buono è tenuto, può fare il male e non è creduto -. Il quale ampia materia a ciò che m'è stato proposto mi presta di favellare, e ancora a dimostrare quanta e quale sia la ipocresia de'religiosi, li quali, co'panni larghi e lunghi e co'visi artificialmente pallidi e con le voci umili e mansuete nel domandar l'altrui, e altissime e rubeste in mordere negli altri li loro medesimi vizi e nel mostrare sé per torre e altri per lor donare venire a salvazione, e oltre a ciò, non come uomini che il paradiso abbiano a procacciare come noi, ma quasi come possessori e signori di quello, danti a ciaschedun che muore, secondo la quantità de'danari loro lasciata da lui, più e meno eccellente luogo, con questo prima sé medesimi, se così credono, e poscia coloro che in ciò alle loro parole dan fede, sforzansi d'ingannare. De'quali, se quanto si convenisse fosse licito a me di mostrare, tosto dichiarerei a molti semplici quello che nelle lor cappe larghissime tengon nascoso.

Dopo aver elencato brevemente le trame delle mie cinque storie, vorrei ora porre l’attenzione su qualche piccolo elemento, che può aiutare a comprendere il pensiero del Boccaccio.

Prima di tutto, il fatto che l’autore in tale epoca si permetta di descrivere religiosi che mantengono simili atteggiamenti irrispettosi verso la loro posizione, è senza dubbio di rilievo. A mio parere, lo scrittore desidera dimostrare quale sia la straordinaria forza attrattiva del piacere derivato dal rapporto sessuale, e quindi dall’amore fisico, che è in grado di corrompere persino l’animo di chi appare pio ed onesto, e ha fatto voto di esserlo fino alla morte. Ce lo ricordano due giovani monache nel racconto di Masetto:

“- Ohimè,-disse l'altra-che è quello che tu di'? Non sai tu che noi abbiam promesso la virginità nostra a Dio?
- O,-disse colei-quante cose gli si promettono tutto '1 dì, che non se ne gli attiene niuna! se noi gliele abbiam promessa, truovisi un'altra o dell'altre che gliele attengano. “

In secondo luogo, mi pare doveroso puntualizzare che il Boccaccio dimostra che tutti, nessuno escluso, possono godere del piacere dei sensi, senza poi esserne condannati: lo dimostrano le storie della badessa e le brache, del giovane Masetto al monastero, e quella dei due monaci. E’ una gioia che non dovrebbe essere negata nessuno, e si può essere pii e santi pur avendo rapporti sessuali: infatti, nessuno ha mai sospettato del convento e di ciò che vi succedeva, almeno fino alla morte della badessa, per cui supponiamo che tutte le donne abbiano mantenuto un aspetto e un comportamento decoroso e consono alla loro posizione, eccetto che quando si trovavano con Masetto.

Un terzo pensiero, va a coloro che, pur portando vesti che dovrebbero imporre il rispetto della verginità, hanno rapporti sessuali a danno dei più ingenui: Don Felice e Frate Alberto. Senza dubbio, si nota il disprezzo che il Boccaccio porta verso queste persone: è ora certo il caso di dire che l’abito non fa il monaco. Ce lo mostra lui stesso apertamente nel testo sopra riportato. Tuttavia, non è questa una condanna verso tutta la chiesa, ma semplicemente verso coloro che si spacciano per santi, e sono invece ingannatori (a giudicare dal numero di storie sullo stesso tema contenute nel Decameron, sono tanti). Differenti però, sono le vittime delle due vicende prese ora in considerazione: una è una donna che crede di raggiungere il paradiso tramite il rapporto sessuale con quello che crede sia un angelo (tradendo però, il proprio marito). L’altro, invece, è un povero marito costretto ad una pratica di espiazione dei peccati senza dubbio crudele, mentre la moglie, consenziente, si trova a letto con l’affascinante Don Felice.

L’AMORE GELOSO

Settima giornata, novella quinta: il finto prete viene ingannato

Settima giornata, novella ottava: Sismonda se la lega al dito

Nella settima giornata, il Boccaccio ci propone due splendidi esempi di amore geloso.

A Rimini, vive una donna tenuta quasi prigioniera in casa a causa della gelosia del marito. E “per che, veggendosi a torto fare ingiuria al marito, s avvisò, a consolazion di sé medesima, di trovar modo (se alcuno ne potesse trovare) di far sì che a ragione le fosse fatto”. La donna si reca a confessarsi, e l’uomo, spacciandosi per prete, ascolta curioso quali siano i peccati dei quali ella desidera chiedere perdono. La moglie, che lo ha riconosciuto, gli dà a intendere che un prete tutte le notti le fa visita, e mentre il marito  geloso attende sull’uscio che tale inesistente individuo varchi la soglia, la moglie passa il tempo a letto con l’amante, “dandosi l'un dell'altro piacere e buon tempo”. Infine l’uomo, stanco di attendere un visitatore che non giunge mai, cessa di aspettarlo e di essere geloso, abbassando la guardia proprio nel momento in cui ce ne è più bisogno, e dà così campo libero alla moglie e all’amante.

Sempre nella settima giornata, si legge la vicenda di Sismonda, una ragazza giovane e di nobile famiglia che sposa un uomo troppo vecchio e altrettanto borghese, di nome Arriguccio. Essendo il marito troppo spesso fuori casa, la fanciulla “s'innamorò d'un giovane chiamato Ruberto, il quale lungamente vagheggiata l'avea”. Arriguccio sospetta i tradimenti della moglie, così lascia gli affari e resta sempre a casa per controllarla. Per non farsi scoprire e continuare a vedere Roberto, Sismonda lega di notte un filo al dito, che arriva fino a fuori, così l’amante può tirarlo in caso di una visita e la fanciulla correre tra le sue braccia. Il marito scopre la truffa, insegue Roberto senza capire chi sia. Tornato a casa, desidera punire la sua donna, ma lei trova il modo di raggirarlo: mette una serva al suo posto, l’uomo picchia la serva, e la moglie lo spaccia per ubriaco. Così, confuso, Arriguccio cessa di essere geloso e non capisce cosa sia accaduto. Sismonda, invece “non solamente colla sua sagacità fuggì il pericol sopra stante ma s'aperse la via a poter fare nel tempo avvenire ogni suo piacere, senza paura alcuna più aver del marito”.

L’amore geloso viene visto come una prigionia, come una costrizione alla fedeltà. Le novella paiono quasi un monito: anche se tenuti sotto chiave, si trova sempre il modo di eludere la sorveglianza e tradire. Quindi: a che scopo affannarsi a controllare la comna/il comno? Piuttosto, si presti loro più attenzione, senza imporre obblighi e doveri di alcun tipo, pare quasi suggerire il Boccaccio.

Lo scrittore stupisce per la sua perspicacia, e propone una interessante analisi della gelosia: “né altra cagione a questo avea se non che, come egli molto l'amava e molto bella la teneva e conosceva che ella con tutto il suo studio s'ingegnava di piacergli, così estimava che ogn'uomo l'amasse, e che ella a tutti paresse bella e ancora che ella s'ingegnasse così di piacere altrui come a lui. E così ingelosito tanta guardia ne prendeva e sì stretta la tenea, che forse assai son di quegli che a capital pena son dannati”.

La trama delle due novelle, dunque, è quella di un uomo dalla moglie bella e intelligente, la cui unione viene rovinata da un sentimento negativo che rovina il rapporto: la gelosia. L’uomo è più preoccupato di come tenere controllata la moglie, piuttosto che di come occuparsi della donna stessa e della sua relazione con lei. Egli non ha dato sufficiente attenzione all’amore, quindi, ha perso la fedeltà della sua donna. La gelosia è un sentimento negativo, e la donna è legittimata al tradimento a causa della noia che prova ad essere sempre chiusa in casa. Dobbiamo però distinguere i due casi: nella prima situazione, abbiamo una donna ed un uomo innamorati, e il rapporto viene incrinato dalla gelosia. Nella seconda, invece, c’è una ragazza giovane promessa sposa ad un uomo che non ama e che non è mai presente in casa. Sicuramente, la seconda protagonista è più incline al tradimento della prima. Ma entrambe giungono ad esso a causa della gelosia del loro uomo.



Impossibile ignorare, però, che le due donne protagoniste, come spesso accade nel Decameron, ottengono un miglioramento della loro condizione tramite l’astuzia: non sono le classiche mogli succubi del proprio marito. Sono donne che si ingegnano e si ribellano alla loro sorte, e lo fanno garbatamente, permettendosi di tradire senza rovinare la loro posizione sociale facendosi scoprire. Essendo il libro dedicato alle donne, è evidente che esse hanno l’approvazione dell’autore, e il tradimento è una soluzione quasi necessaria alla noia di tutti i giorni e ad un marito che non è adatto a loro.

L’AMORE FEDELE

Seconda giornata, novella sesta: la Capriola

Seconda giornata, novella nona: così fan tutte, ma Sicurano no

Nella seconda giornata, tra storie di avventure a lieto fine, troviamo quella di Bernabò, mercante da Genova, e della sua fedelissima moglie Ginevra. Trovandosi l’uomo a discorrere con altri mercanti, afferma che la sua donna, quando egli è assente per lungo tempo, non lo tradisce come invece fanno quelle degli altri uomini. Un altro commerciante, Ambrogiuolo, scommette che riuscirà a giacere con Ginevra, e dopo qualche mese fa credere con l’inganno a Bernabò che vi è riuscito. L’uomo, quindi, ordina di far uccidere la moglie, ma il servo ha pietà di lei e la lascia fuggire. Ginevra scappa, vive “faccendosi chiamar Sicuran da Finale” e spacciandosi per un uomo per qualche tempo, riuscendo a conquistare la benevolenza del sultano. Per caso, incontra Ambrogiuolo che non la riconosce, e scopre la truffa. Porta al cospetto del sultano suo marito e il mercante ingannatore, svelando così la sua vera identità e difendendo la sua ineccepibile fedeltà al marito. Ambrogiuolo viene impiccato, e i due sposi, finalmente riuniti e chiarito l’inganno, fanno ritorno a Genova, dove Ginevra “sempre di gran virtù e da molto, mentre visse, fu reputata”.

In questo caso, il Boccaccio ci mostra una donna che tutti invidierebbero a Bernabò da Genova: una moglie fedele al marito, che continua a vivere sotto il nome di un uomo domandandosi cosa abbia fatto dubitare il suo uomo di lei. Infine, senza aver mai tradito Bernabò, scopre il mistero e viene onorata come donna virtuosa. Non possiamo non notare che sia frequente, per non dire costante, il tradimento nelle coppie del Decameron. La novella in questione ci fa pensare che forse tale atteggiamento non è  necessario, e che esistono anche donne come Ginevra in grado di amare alla follia il proprio marito. Tuttavia, un caso del genere è particolarmente raro: frequentemente troviamo vedove e mogli annoiate, o suore promesse a dio, che si concedono a uomini con i quali non dovrebbero giacere, e spesso lo fanno di nascosto, in modo da riuscire a mantenere la propria posizione sociale e il proprio onore di fronte alla società. Difficile capire se per il Boccaccio il tradimento sia necessario o no. Sicuramente, la fedeltà non è indispensabile, costa fatica, ma, come si può evincere dalla novella di Barnabò da Genova, alla fine ria di tutte le fatiche e talvolta arricchisce.

Essendo il libro dedicato alle donne, che l’autore fortemente ammira, potremmo supporre che la fedeltà, per quanto sia una rarissima dote, sia quasi prerogativa femminile. Lo possiamo leggere fra le righe del discorso di Bernabò: “quelle che savie sono hanno tanta sollecitudine dello onor loro, che elle diventan forti più che gli uomini, che di ciò non si curano, a guardarlo”. Certamente, si tratta di un pensiero innovativo per l’epoca: la donna savia e virtuosa come Ginevra, diventa più forte dell’uomo e non cede alle tentazioni e ai vizi. La novella in questione pare quasi una sorta di barlume di speranza per coloro che cercano una moglie tale: ella, per quanto rara, esiste.

EPILOGO

Generalizzando, possiamo dire che il Boccaccio ci presenta due interessanti tipi di donna: la donna fedele e virtuosa, che resiste senza lasciarsi corrompere e tradire il marito, e la donna arguta, bella e intelligente, spesso vittima di un matrimonio sbagliato, o anche innamoratissima in principio, che si cede all’amante.

A mio avviso, l’autore del Decameron presenta l’atto sessuale come una sorta di piacevole alternativa alla noia quotidiana, e come premio e incoraggiamento per sopportare una vita noiosa e mal meritata da persone virtuose e brillanti come tanti dei suoi protagonisti. Sicuramente, esso non è un lusso, e non ha mai conseguenze negative: avviene tra marito e moglie, tra amanti, o anche tra sconosciuti, talvolta si ottiene anche con l’inganno (facendo credere di essere, al buio, un’altra persona), ma è sempre piacevole e gradito, e mai si rimpiange di averlo compiuto.

Si veda la novella di Frate Alberto e di colei che, ingenuamente pensando di avere rapporti con l’Arcangelo Gabriele crede di essere “bella nel paradiso”: i suoi parenti corrono a difenderla perché svergognata, ma lei cosa pensa? Il Boccaccio non ce lo comunica, tuttavia non la udiamo lamentarsi del suo amante. Si può supporre che non ne sia stata tanto delusa, per quanto ingenuamente ella abbia creduto alle favole del frate e possa essere amareggiata dopo aver scoperto la verità.

In conclusione, dopo aver analizzato l’opera, riporto una breve frase del Boccaccio, che rispecchia efficacemente il tema di questo testo: “essa che con otto uomini forse diecemilia volte giaciuta era, allato a lui si coricò per pulcella, e fecegliele credere che così fosse; e reina con lui lietamente poi più tempo visse. E perciò si disse: – Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna (II giornata, novella VII)




















Fonti bibliografiche:

G. Baldi et al. (1998) Dal testo alla storia dalla storia al testo, Torino, Paravia

Boccaccio, G. (2006) Il Decameron, a cura di Branca V., Torino, Einaudi

Siti internet:

www.liberliber.it

www.letteratura.it







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