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TEMA: LE CITTA’


New York, Londra, Parigi . sentendo nominare grandi metropoli come queste, l’immagine che si crea nella nostra mente è una sola: altissimi grattacieli, luci e colori sfavillanti, vita mondana, denaro, divertimenti e svaghi d’ogni tipo; insomma, un’utopia che sembra concretizzarsi. Questo nostro modo di vedere non è certo estraneo all’opera dei mass media, che ci dipingono la grande città come il sogno di chiunque voglia una vita che valga davvero la pena di vivere. Quello che però dimenticano, è di descrivere anche gli aspetti negativi della metropoli, che maschera dietro una facciata di opulenza e di leggerezza, tanti, troppi problemi, ignorati dalle classi elevate.

Certo, c’è davvero chi può permettersi più di un’automobile lussuosa, vacanze da sogno e abitazioni principesche, chi guadagna in un mese quanto un operaio riesce a risparmiare in 5 anni, chi può vestire nelle migliori boutique o addirittura avere un’equipe di persone di servizio, ma questo è solo una delle realtà che coesistono nella grande città; all’altro estremo c’è gente disoccupata e senza casa, vagabondi che usano come letto le panchine del parco o l’asfalto dei marciapiedi e che rovistano tra i rifiuti in cerca di cibo, come animali randagi; gente che fa i salti mortali per arrivare a fine mese, che si accontenta di vivere in una bidonville, esclusa dai servizi di primaria importanza; gente che lavora in nero, con salari da fame, pur di non dover arrivare ad elemosinare qualche moneta da quella parte di cittadini “benestanti”.



Come mai questo non viene mai detto, quando si parla di New York, ad esempio? Perché, riferendosi alla Grande Mela le uniche parole sono di esaltazione per il suo presunto elevato tenore di vita? Forse perché tutto ciò che c’è dietro non è di interesse per una popolazione mondiale che è volta solo al proprio tornaconto. Forse perché è meglio “non vedere”, perché è più facile fingere che tutto vada per il meglio e andare avanti, tirare dritto davanti all’insostenibile situazione di tanti, troppi, che però non hanno voce nel modulo dello sviluppo. Perché rovinare la splendida immagine della metropoli con la povertà di persone delle quali, infondo, non importa nulla? Perché far decrescere il prestigio raggiunto mescolandosi a “certa gente”?

E così la vita di ognuno scorre parallela, senza che il ricco debba incrociare il povero . basta immaginare la giornata del primo e del secondo: l’uno, che si sveglia presto, corre in ufficio, lavora al computer senza il minimo sforzo fisico, torna a casa consapevole di essersi guadagnato l’assegno a 5 zeri alla fine del mese e termina la serata con la famiglia e gli amici, andando infine a coricarsi in un letto comodo e al caldo; l’altro, che fin dal mattino deve escogitare un modo per racimolare quei pochi soldi per un panino per sé e per la propria famiglia, che svolge anche due o tre miseri lavori per far quadrare i conti e, nonostante ciò, vive in una così grande città come se abitasse nel meno sviluppato dei paesini.

Ma le differenze non finiscono qui: basta entrare in una qualunque scuola, per saper distinguere con un’occhiata lo studente danaroso da quello indigente: il primo dai vestiti firmati, il telefonino ultimo modello, nessuna preoccupazione per la scuola (tanto ci pensa la bustarella di papà); il secondo con abiti acquistati al mercato o avuti in beneficenza e con la scuola come unica opportunità di evadere dalla propria squallida vita. E, la sera, è inevitabile l’incontro con gruppi di giovani benestanti che possono permettersi qualsiasi divertimento, a bordo della propria auto personale, avuta allo scoccare della maggiore età, a cui si contrappongono sparute comnie di ragazzi che, seppur privi di mezzi finanziari, non sono estranei al desiderio di divertirsi di ogni adolescente. Ma, in una società che, più di altre, ti giudica dalla marca di vestiti e di accessori e dalla disponibilità economica, non possono far altro che essere esclusi, irrisi, cancellati. E non tutti riescono a sopportare una simile situazione: sfogano la loro frustrazione assumendo droghe, ubriacandosi, compiendo atti vandalici, e così non fanno che confermare la distorta percezione che si ha di loro, e che ci porta a pensare che “povero” = “cattivo”.

Questi possono sembrare problemi poco pertinenti, perché il malessere giovanile è diffuso un po’ in ogni classe, anche se ritengo che le classi più povere siano anche quelle più colpiti, ma esistono comunque molti altri aspetti che evidenziano maggiormente i problemi che devono affrontare coloro che non hanno buone possibilità economiche. Innanzitutto, viene la questione delle abitazioni, già normalmente care, che nelle metropoli raggiungono costi proibitivi, spingendo le persone ad insediarsi sempre più in periferia, e questo movimento causa la nascita di abitazioni illegali, speculazioni edilizie e, nel peggiore dei casi, nella costruzione di bidonville, che nascono solitamente in prossimità di fiumi, e che rappresentano un pericolo in caso di ingrossamento del letto (poiché non consentono la costruzione di rinforzi per gli argini) e un ostacolo alla costruzione di una rete fognaria efficace. In conseguenza di ciò, si sviluppano altri problemi, come il pessimo grado igienico delle zone da essi abitate, che porta ad un derivante degrado dell’intera città.



Inoltre l’offerta di lavoro, così limitata a posti in cui si richiedono credenziali brillanti o, all’altro estremo, a lavori avventizi, senza alcuna assicurazione per il futuro, non fa che peggiorare situazioni già pessime in partenza.

Ora, sapendo tutto ciò, la metropoli può sembrare ancora così invitante come all’inizio? Riusciamo ancora ad immaginarcela tutta rilucente, con la stessa leggerezza di prima? Non ci pare forse di vedere i tetti di lamiera delle bidonville, con le loro strade sterrate e coperte dai rifiuti, magari cosparse qua e là da pozzanghere maleodoranti? E non ci chiediamo, da piccoli e insignificanti abitanti di una piccola ed insignificante città, come quelli che ogni mattina si svegliano dentro una casa “vera”, con un lavoro sicuro e un conto in banca, possano permettere che ci sia gente che tutto ciò non ce l’ha? Come si può decantare una città che nasconde simili orrori? E, ancora, perché si parla tanto del Terzo Mondo e delle sue condizioni, quando la povertà è così vicina alla “civiltà” dei Paesi industrializzati, addirittura si annida tra essi?

Certo, questi sono interrogativi spontanei, dettati dal naturale senso di indignazione che pervade chi è a conoscenza della maschera delle metropoli e di quello che nasconde. Ma, veramente, quanti di noi, al posto di un dirigente impegnato e ricchissimo, riuscirebbero ad abbassare lo sguardo fino a posarlo su gente tanto sfortunata? Una domanda questa, forse molto più difficile delle precedenti.













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