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La scienza necessita di limiti?

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La scienza necessita di limiti?


Destinatario: Rivista Scientifica "Newton"


"Ho speso tutta la mia vita per la libertà della scienza e non posso accettare che vengano messi dei chiavistelli al cervello", così esordiva nel 2001 Rita Levi Montalcini nel suo discorso tenuto nella biblioteca di Montecitorio e, a distanza di sette anni il quesito è sempre lo stesso: vi sono delle barriere che la scienza non può e non deve valicare? Fin dove ci si può spingere in nome del sapere? E' giusto porre dei limiti agli esperimenti scientifici in modo tale da evitare risvolti negativi?

Questa serie di dubbi hanno da sempre attanagliato lo scienziato che si è spesso visto combattuto tra la sua sete di conoscenza e la possibilità che i suoi studi potessero venire sfruttati per fini non consoni al bene dell'umanità.

L'esempio più eclatante che ci balza per la mente è di certo la scissione dell'atomo che ha portato, durante la seconda guerra mondiale, alle stragi di Hiroshima e Nagasaki.



Heisenberg, prima che venisse sganciata la temibile bomba H, ebbe la fortuna di avere un dialogo con Enrico Fermi, durante il quale confessò a quest'ultimo il timore che provava per la possibili negative applicazioni della scoperta; ma lo scienziato italiano non poté che replicare che quello che stava facendo era "un così bello esperimento!", tale da rapirlo e spingerlo a continuare i suoi studi che in seguito causarono la morte di migliaia di esseri umani.

Tuttavia, non mi sento di colpevolizzare Fermi per la scelta che fece. Non credo che un uomo dovrebbe limitare la sua sete di conoscenza a causa del rischio che le sue scoperte possano essere strumentalizzate per scopi che egli non condivide: qualsiasi argomento studi uno scienziato, qualsiasi esperimento egli realizzi, lo fa solo e soltanto in nome del progresso dell'umanità, che necessita di avere colmati dei dubbi.

Vi è, però, un'altra importante questione da esaminare, vale a dire se uno studioso può permettersi di sottostare al volere di un uomo influente pur di portare avanti il proprio lavoro.

Brecht, nella Vita di Galileo asserì che quando uno scienziato permette ad un potente di abusare del proprio sapere "tradisce la sua professione" e la sua presenza "non può essere tollerata nei ranghi della scienza".

Difatti, per esempio, non credo che riuscirò mai a considerare validi studiosi gli scienziati che Hitler ingaggiò per compiere esperimenti del tutto inumani sui deportati, anche a causa del fatto che ciò che li spingeva non era la passione tipica dell'uomo di cultura, ma semplicemente la voglia di fama o la paura del dittatore che sosteneva i loro studi.

A tal proposito, anche Hobsbawm sostiene che la massima politicizzazione della scienza avvenne durante la seconda guerra mondiale; secondo lo storico, infatti, se non fosse stato per le terribili condizioni nelle quali fu condotta l'Europa dalle dittature nazi-fasciste, difficilmente i fisici - che erano per lo più profughi da paesi in cui vigeva la suddetta dittatura - avrebbero spinto i governi inglesi e americani a creare la bomba atomica per porre fine al secondo conflitto mondiale.

Quindi, sebbene non sia giusto porre dei limiti alla scienza, credo che sia assurdo pensarla come un mezzo per accrescere un potere politico o per soddisfare le richieste dei potenti, in quanto a muovere il sapere deve essere sempre e comunque la voglia di conoscenza e di migliorare il mondo e non è possibile tollerare che ad uno scienziato vengono imposti con la paura degli studi o che venga corrotto dal denaro.

Ma, se è appurato che chiunque si muova per la scienza lo faccia in funzione del bene della società, perché ancora oggi si teme lo studio di determinati argomenti?

Secondo il già citato Hobsbawm, la paura del popolo nei confronti della scienza deriva dal fatto che questa appaia spesso incomprensibile e si temono le possibili conseguenze, che sono imprevedibili e possono essere catastrofiche. L'uomo si sente quindi minato da una così grande "forza", che sembra sovrastarlo in tutta la sua debolezza senza che egli possa prenderne coscienza.

Addirittura, riferendosi allo studio del mondo, Pascal affermava che "il supremo passo della ragione  sta nel riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano", che appaiono sconosciute all'uomo medio e che, quindi, lo atterriscono.

Ma, in conclusione, non credo sia giusto porre dei limiti alla scienza, in quanto tutti i comfort nei quale oggi ci crogioliamo sono frutto di numerose scoperte, del progresso e della voglia degli scienziati di migliorare la società.

La paura che il sapere possa portare conseguenze negative è comprensibile, ma non può limitare il libero sviluppo dell'intelligenza, che dovrà sempre avere la possibilità di venire applicate negli studi che più aggradano l'uomo, poiché solo alimentando la sete di conoscenza e la voglia si sapere tipiche dell'essere umano è possibile auspicare ad un mondo sempre migliore.





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