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L’alba di un mondo nuovo - Alberto Asor Rosa



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L’alba di un mondo nuovo



Autore: Alberto Asor Rosa

Titolo: L’alba di un mondo nuovo (Edizione integrale)

Casa editrice:Einaudi

Numero di ine



Notizie sull’autore




Alberto Asor Rosa è nato a Roma nel 1933. Da molti anni insegna all’Università “La Sapienza” di Roma. Per Einaudi ha diretto la Letteratura italiana, la Storia della lingua italiana, i dizionari Gli Autori e Le Opere  della letteratura italiana, il Dizionario della letteratura italiana del Novecento; e ha pubblicato Scrittori e popolo, La narrativa italiana dalle origini ai giorni nostri (insieme a Peter de Meijer e Achille Tartaro), Genus italicum. Saggi sull’identità italiana nel corso del tempo, Stile Calvino. Tra la sua saggistica politica: Le due società. Ipotesi sulla crisi italiana e Fuori dall’Occidente ovvero Ragionamento sull’ “Apocalissi”.



La Trama


La trama di questo libro, che è al tempo stesso testimonianza, romanzo e autobiografia, non è molto facile da esplicare visto che non segue un ordine cronologico quanto un ordine logico come la memoria, perché è di ricordi che si parla, ma non di banali ricordi, si tratta di ricordi che centinaia, anzi migliaia di italiani conservano, chi gelosamente per se, chi ne fa tesoro e li condivide con le nuove generazioni, si tratta dei ricordi del fascismo, del dopoguerra e della Seconda Guerra Mondiale.

Alberto è un lio del Fascismo, è nato nel 1933 quando il Partito Nazionale del Fascio Littorio era già al potere. I segni del partito si vedono dappertutto. A sei anni Alberto deve lasciare la mamma e andare alla Scuola Mario Guglielmotti (un martire della Rivoluzione fascista) e essere affidato alle cure della maestra Chiarinelli. All’inizio della giornata dicevano innanzitutto le preghiere, poi stendevano le mani accuratamente aperte sul banco:la maestra gli faceva la “rivista”, se uno aveva le unghie o le dita sporche gli scriveva una nota sul quaderno, qualche volta gli tirava uno scapaccione sulla nuca.

Qualche settimana dopo l’inizio della scuola fu organizzata la cerimonia del primo giuramento al Duce. In quanto allievo di una scuola pubblica era Alberto doveva divenire obbligatoriamente un lio della Lupa, il primo gradino di una scala gerarchica che avrebbe dovuto negli anni successivi metamorfosarlo in Balilla, Moschettiere del Duce, Avanguardista e infine Giovane della Pre-Militare, ormai in grado a quel punto di maneggiare perfettamente le armi e di servire a pieno titolo la Patria nelle azioni di guerra che avrebbero dovuto caratterizzare il glorioso futuro del fascismo. Accanto a lui il sabato pomeriggio, sul campo della Gil (Gioventù Italiana del Littorio) adiacente alla sua scuola, marciavano apparentemente spavaldi e da loro molto ammirati gli squadroni delle categorie più avanzate, abbigliati con vestiti che stavano a metà fra le divise militari della Prima Guerra Mondiale e i costumi dei Tre Moschettieri.

L’abbigliamento del lio della Lupa era caratterizzato da: il fez nero sulla testa, con pom-pon ciondolante sulle spalle, la camicia nera di un tessuto lucido, pesante, le bretelle bianche strette sul petto da un fermaglio metallico che riproduceva la M vibrante della firma di Mussolini, un fazzoletto azzurro stretto intorno al collo, chiuso da un medaglione di finto argento con il profilo imperioso del Duce, un’ampia fascia elastica, anch’essa nera, alla cintura, calzoncini corti neri, calzettoni grigioverdi di tipo militare, e infine scarpe arrangiate in casa con la tintura nera, per sembrare d’ordinanza, quando erano quelle scalcagnate e un po' strette dell’anno prima, siccome doverne comprare delle nuove apposta, tenendo conto delle ristrettezze economiche familiari, avrebbe costituito un vero problema.

Poi una sera suonò l’allarme antiaereo. Quel giorno l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra. A quell’evento l’Italia era arrivata pigramente, quasi senza crederci, nonostante che, nelle settimane precedenti, il paese fosse stato in qualche modo preparato al peggio. Tutti avevano dovuto comperare metri e metri di una carta pesante, di colore blu scuro, ritagliata in tante strisce, era stata appiccicata sui vetri delle finestre, per oscurare il più possibile le luci provenienti dall’interno e per rendere mento catastrofici gli effetti dello spostamento d’aria provocati da un eventuale bombardamento. Avevano fato ogni tipo di prove e si esercitazione, di sera dovevano spegnere qualsiasi luce, anche la più piccola e la città piombava nel buio più assoluto: era quello che chiamavano l’ “oscuramento”. Nonostante questo la proanda fascista aveva rassicurato la popolazione dicendo che la guerra era ancora lontana e che nessuna città o paese, uriamoci Roma, correva alcun pericolo. Per cui fui più che chiaro che tutti piombassero nel panico più assoluto nel vedere che l’allarme antiaereo non era solo la solita esercitazione ma che gli aerei sorvolavano la città, Roma. Per fortuna si trattava solo di un falso allarme infatti non venne sganciata nessuna bomba. Di falsi allarmi come quello se ne susseguirono molti, tanto che, per la sicurezza generale, le scuole furono chiuse in anticipo.

Come tutti gli anni Alberto e la madre si recarono ad Artena, anzi più precisamente al Selvatico un piccolo gruppo di case vicino ad Artena. Il viaggio per arrivarci era lungo e faticoso, bisognava alzarsi all’alba e dopo aver percorso un lungo tratto a piedi prender un treno e poi di nuovo a piedi arrivare al Selvatico. La vita in camna era senz’altro migliore che la vita in città: niente allarmi antiaerei, niente paura ma soprattutto niente guerra, o meglio solo la guerra che i ragazzi del Selvatico conducevano contro i ragazzi di Artena. Infatti mentre il mondo della città era il mondo del lavoro e dell’impegno, della fatica; quello della camna era il mondo della libertà e della fantasia.

Però le vacanze estive finiscono presto e Alberto devette tornare a casa. Qui dovette affrontare molti cambiamenti. Quell’anno furono introdotte le tessere del pane. Dalle tessere ogni giorno si staccavano i bollini per mangiare: tanti per il pane, tanti per la carne, tanti per lo zucchero, ecc. ecc. Solo le verdure non erano tesserate: ma per un chilo di patate capitava di fare una coda di tre ore.

“A un certo punto, nella mia tranquilla vita casa–camna–scuola–comni-libri ci fu come un’interferenza, si udì il brusio di fondo che montava, senza che fosse subito chiaro di cosa si trattasse e da dove provenisse. Sulle nostre teste baluginava un’alba dai contorni imprecisi, cui sarebbe seguito un giorno lungo e difficile da attraversare. Gli indizi, i segnali, si moltiplicarono. E il messaggio, un certo giorno, prese corpo, si materializzò. Pensavamo di essercela cavata con le parole ( . ) che ci distoglievano dal presente. Ma un Dio ignoto aveva pensato e deciso per tutti noi un destino che stava invece, brutalmente, tutto nelle cose. Da un certo momento in poi si smise di governare la nostra vita, si smise persino di provarci e la nostra vita ( . ) governò tutti noi. Lo spazio di decisione si ridusse fino a sire. E a noi non restò che aspettare.”



La guerra era entrata di soppiatto fra di loro, a passi lenti e insidiosi, come un animale feroce che intendesse aggredirli all’improvviso, per non lasciargli scampo. Il conflitto si era ridotto per Alberto e la sua famiglia all’ascolto quotidiano dei bollettini di guerra, che potevano seguire, come tanti italiani, nei bar e in altri locali del genere, siccome non avevano, ovviamente, e non avrebbero avuto ancora per lungo tempo, la radio in casa. Una voce metallica, molto virile e guerriera, descriveva gli avvenimenti bellici del giorno prima.

A poco a poco, s’era fatta sempre più numerosa per le strade e nei negozi la gente umile con la faccia tirata dalla fame e gli zigomi sporgenti. La guerra era combattuta ancora molto lontano, in luoghi e situazioni difficili anche solo da immaginare ma si scorgeva qualcosa che conciava a disfarsi, una sofferenza nascosta, che a poco a poco emergeva con forza buttando a gambe all’aria tutti gli sforzi esercitati dalla proanda fascista e tutti i suoi principi.

Nel primo e nel secondo anno di guerra i bambini furono impiegati, dai loro maestri e dalle organizzazioni del regime, nella camna di raccolta del ferro. In pratica: siccome la Patria aveva bisogno di materie prime per costruire carri armati e cannoni e non ne aveva o ne aveva ben poche si chiedeva ai ragazzi di contribuire a risolvere questo drammatico problema. Svero in quei mesi le inferriate e le cancellate di mezza Roma. I bambini passavano i pomeriggi in laboriose ricerche di gruppo da un cantiere dimesso all’altro, da una discarica a un vecchio deposito abbandonato, raccogliendo con grande impegno e fatica ammassi irriconoscibili di rottami e scatolette arrugginite. Qualche dubbio cominciava a serpeggiare. Erano pieni di affetto per la patria, ma non potevano non vedere che si trattava di robaccia, materiale da buttare, altro che cannoni e mitragliatrici.

La guerra cominciò lentamente ad avvicinarsi, l’Italia cominciò a essere bombardata. Nonostante la proanda opprimente, c’era però in giro qualcosa che si sfilacciava, come un tessuto non particolarmente resistente fin dall’inizio, e poi malamente rattoppato, che ora avesse preso apertamente a disfarsi. Si vedeva sempre più chiaramente che l’esercito italiano stava perdendo. Da questa prima sensazione si generò la più pericolosa delle persuasioni per un popolo in guerra: che non ce la potevano fare. La gente era inquieta, tesa, preoccupata, man mano che i bollettini di guerra avevano smesso di parlare di colossale vittorie e di gigantesche avanzate e si limitavano a segnalare aggiustamenti del fronte e qualche prudente “ritirata strategica”.

Ad Artena Alberto e la madre passavano estati sempre più lunghe, siccome la sopravvivenza per loro si presentava più facile lì che a Roma e ad Artena si poteva più facilmente dimenticare che erano in guerra perché tutto sembrava in apparenza tale e quale a prima. Tuttavia anche in camna qualcosa era cambiato. Erano infatti ssi tutti gli uomini giovani, padri e fratelli: uno stava in Grecia e l’altro i Libia, quell’altro in Russia, uno era prigioniero in India, l’altro in Australia.

Il tempo lungo e inquieto dell’attesa si sciolse finalmente in un caldo giorno d’estate, quando Alberto aveva orma quasi dieci anni. Ad un tratto un rumore, un rombo li avvertì che degli aerei americani stavano sorvolando il Selvatico. Ben presto furono su Roma dove sganciarono un grappolo di bombe che, dopo si seppe che non avevano centrato la Stazione Termini, loro obbiettivo, bensì un intero quartiere a Roma, San Lorenzo, e che c’erano stati più di mille morti.

Gli americani non tardarono ad arrivare anche via terra. Gridavano dai loro camion “Pace, Pace . ” e “Mussolini a morte” e fu subito chiaro che il regime si era disfatto. Avevano smesso di aspettare, la loro e la nostra storia, aveva imboccato il percorso finale.

Nel frattempo la sopravvivenza era diventata difficile anche ad Artena. Seguirono giorni sospesi incerti. Il padre di Alberto finì in carcere per due giorni, perché, in una pizzeria, aveva espresso a voce alta l’opinione che i veri responsabili del disastro italiano fossero ancora a piede libero, pur dopo l’imprigionamento di Mussolini.

Poi un giorno arrivò una donna ad avvertirli che sulla strada per Roma transitavano camion militari pieni di soldati, i quali gridavano: “Viva l’Armistizio!”.

Poi, all’improvviso il Selvatico fu invaso da soldati che, dopo che gli eserciti si erano scominati e sciolti cercavano di raggiungere casa, cercando di non farsi sorprendere dai tedeschi che gli avrebbero arrestati e ancor peggio spediti nei lager in Germania e in Olanda se li avessero visti con la divisa militare in dosso.

Alla luce degli ultimi avvenimenti Artena non sembrava più così distante e sicura dalla guerra come a lungo si erano illusi che fosse. Paradossalmente Roma con la miriade dei suoi palazzi e delle sue strade, appariva più protetta, meno esposta alle aggressioni esterne. Per cui decisero di far ritorno a Roma

La sera la città precipitava nel buio più assoluto. Coprifuoco dalle otto di sera alle sei di mattina.

Verso la fine dell’anno il padre di Alberto diventò più nervoso e preoccupato del solito: aveva intrapreso tra i suoi colleghi un tentativo clandestino di ricostruzione del Partito socialista e del Sindacato Ferrovieri Italiano.

Poi, finalmente, arrivò lo sbarco tanto atteso. Soldati americani e neozelandesi lasciarono le navi da trasporto e si avvicinarono alla costa sotto la residua mitraglia tedesca, che, a quanto si disse poi, non era tanto scarsa. Ma i tedeschi fecero capire ancora una volta di che pasta erano fatti. Insomma, non si sa come, bloccarono lì per lì l’avanzata.

Artena da quel momento in poi restò appena al di qua della linea del fronte: troppo pericoloso andarci.

Poi un giorno il giornale diede notizia di un attentato compiuto ai danni di una colonna tedesca e annunciò che sarebbe stata compiuta una rappresaglia nella popolazione di dieci italiani per ogni tedesco caduto, se i colpevoli non si fossero presentati. La sentenza fu eseguita. Fu un vero massacro che fu chiamato, col nome del paese in cui si era svolto, le Fosse Ardeatine.

Poi i bombardamenti su Roma si fecero sempre più frequenti finché non fu deciso di chiudere le scuole.

Alla fine i tedeschi capirono che era impossibile continuare a contrastare gli americani e si ritirarono verso nord dove si concentrava il grosso delle forze tedesche. Il giorno dopo gli Alleati entrarono a Roma accolti dalla folla festante. Per gli italiani sembrò semplicemente straordinario che i soldati americani gli donassero cibo, vestiti e tutto quello che gli necessitava, visto che non molto prima avevano dovuto loro stessi privarsi delle cose più indispensabili per donarle ai soldati italiani.

Il giorno dopo Alberto ed il padre andarono a comperare il primo giornale libero che gli fosse capitato di vedere da moltissimi anni e che, molto opportunamente era stato chiamato L’Italia libera, quotidiano del Partito d’azione.

Fin dal giorno della liberazione la madre di Alberto aveva cominciato a smaniare per Artena. Così una mattina, quasi all’alba, si misero in cammino per arrivare al Selvatico. Tutto intorno alla strada si capiva che lì c’era stato un furioso combattimento che arrivava fino alla soglia di Artena.



L’inverno successivo fu, contrariamente alle attese, triste, freddo e pieno di difficoltà. L’arrivo degli americani aveva suscitato in tutti speranze straordinarie. Ad Artena pensavano che la scia d’abbondanza lasciata dagli alleati sarebbe diventata permanente e così diedero fondo a tutte le loro scorte e quando l’esercito si spostò più a nord, piombarono nella miseria più nera.

Un giorno, mentre Alberto tornava a casa da scuola,trovò un’edicola interamente tappezzata dalle foto del Duce e della moglie che morti venivano maltrattati dalla folla inferocita.

Passò qualche giorno e Alberto e la madre di trovarono a vedere il film Il sergente York. All’improvviso si sentirono le sirene suonare, si guardarono intorno smarriti poi una porta alle loro spalle si aprì ed entrò un giovane mostrando un giornale dai grandi titoli neri “La guerra è finita” disse. “Guardai in alto: la tenue luce del crepuscolo, che sedeva su di noi ( . ) sembrava l’alba di un mondo nuovo”.

I Personaggi


La maestra Chiarinelli: è un’anziana maestra che Alberto ha per i primi due anni di scuola elementare. Ha i capelli grigi ed è una signora molto dolce e materna.

Il Maestro Malatesta: è un ex combattente e un fascista convinto, anche se dignitosamente povero, e aveva anche lui i suoi problemi con l’organizzazione del regime. Infatti, solo, fra tutti gli istruttori, marciava senza divisa, con la camicia nera indossata sotto il suo solito vestito borghese e un feltro marrone liso sulla testa. Parlava con voce profonda, un poco arrugginita dall’uso frequente delle sigarette, che gli avevano tinto di giallo le falangi della mano destra. La sua specialità era la storia romana.

La Professoressa Spena: insegnava italiano, latino, storia e geografia alla scuola media di Aberto. Era una donna ancora giovane, con i capelli nerissimi appena spruzzati di grigi, un po' autorevole e non troppo comunicativa.

Annunziala: più nota come Nunziata, una contadina forte e allegra, con quattro li: Gino, Rosalia, Laura e Angela.

Il marito di Nunziata, Ettore: insieme con un suo coetaneo e amico, Francesco, si era arruolato volontario nelle Camicie Nere nel 1939, per guadagnare quanto necessario al sostentamento familiare. Ma nel ’40, allo scoppio della guerra, invece di limitarsi a fare sfilate coreografiche, la truppa di cui faceva parte era stata mandata come reparti combattenti in Africa e, nell’autunno dello stesso anno, nel corso della prima avanzata inglese, Ettore e Francesco erano stati presi prigionieri a Tobtuk e trasferiti in campi di concentramento prima in India, poi addirittura nella lontanissima Australia. Non ne sarebbero rientrati che nell’estate del 1947.

I bambini di Artena: allora, correvano per la camna quasi tutti a piedi nudi, abbronzati intensamente dal sole con i capelli tagliati pressoché all’osso, per evitare il rischio dei pidocchi, e avevano un certo modo aspro e selvaggio di giocare e di combattere, molto diverso da quello dei bambini di Roma.

Carlo: era il cugino di Alberto e anche lui veniva dalla città. Era tutto quello che Alberto non era o, ancor di più, tutto quello che avrebbe voluto essere e pensava di non poter mai diventare: forte, deciso, esperto in ogni tipo di gioco e in grado di farsi rispettare.

Assunta, la madre di Alberto: era una donna alta, ben fatta, con una carnagione chiarissima e i capelli precocemente tutti bianchi, anzi splendidamente argentati: quando si metteva il rossetto sulle labbra, unico segno di abbellimento concepibile da parte sua, quella macchia di colore forte spiccava intensamente su quello sfondo quasi candido. La sua mente era schematica, elementare: le perplessità e le sfumature le erano per lo più ignote. Se c’era qualcuno che le dava veramente noia, non c’era niente da fare, alla fine lo dava a vedere, doveva per forza dirlo.

Il nonno Carlo: aveva più di novant’anni, aveva fatto il cuoco per decenni in casa di famiglie nobili e borghesi di Roma e poi il portiere in un edificio benestante.

Michelino, il primo amico del cuore di Alberto: abitava nel suo steso palazzo, al piano sopra al suo, e dunque molto spesso, oltre a trascorrere una mezza giornata nella stessa classe, facevano i viaggi di andata e ritorno dalla scuola insieme. Michelino era un bambino di origine meridionale, scuro di occhi e di capelli, non particolarmente bravo a scuola ma riflessivo. Poi un giorno smise di venire a scuola e neanche per le scale o giù in cortile ad Alberto capitò più di incontrarlo. Si venne poi a sapere che aveva le febbri maltesi. Una quindicina di giorni dopo la madre di Alberto venne a prenderlo all’uscita dalla scuola e lo portò a fare una passeggiata, per impedirgli di assistere al trasporto funebre di Michelino e insieme per informarlo che Michelino se n’era andato.

Concetto, il secondo migliore amico di Alberto: era il più robusto, simpatico, allegro, affettuoso dei bambini della sua classe.

Il padre di Alberto: suo padre veniva da una famiglia piccolo-borghese e impiegatizia, originaria di Bologna, di orientamento socialista e anarcheggiante. Tuttavia, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale era andato volontario in guerra. Nonostante il rapido attenuarsi degli entusiasmi la guerra l’aveva fatta tutta, tornando a casa solo nel ’20, perché dopo la conclusione del conflitto la smobilitazione era stata lentissima.

Era ateo, addirittura non battezzato.

I soldati tedeschi: indossavano le divise estive: linde camicie con maniche corte, pantaloncini a mezza coscia. Diffondevano intorno a sé un’aria di pulizia, efficienza. I capelli, delle varie tonalità del biondo, sfuggivano da i loro particolari elmetti.

La madre di Carlo: si chiamava Luisa ed era di origini germaniche. L’ovale del suo volto, graziosissimo, era incorniciato da una corona di capelli castani che le scendevano a riccioletti sul collo.





I Luoghi


Le vicende narrate si svolgono soprattutto ad Artena e dintorni e a Roma. Roma è descritta molto poco, si parla solo dei nomi delle strade che vengono percorse dal protagonista e il resto per l’autore non è molto importante visto che la maggior parte delle cose citate esistono ancora e chiunque può andare a vederle. Invece Artena e il Selvatico fanno parte di una realtà contadina che si è andata metamorfosandosi e molto deve essere cambiato da allora. Diventa quindi fondamentale descrivere i luoghi in cui si svolgono le vicende perché nessuno o comunque in pochi li conoscono.

Artena: era un paese a circa quarantacinque chilometri a sud di Roma: arrampicato come un formicaio sulle pendici estreme dei Monti Leini

Il Selvatico: si raggiungeva utilizzando una lunga e tortuosa strada di terra battuta, che correva a mezza costa e a un certo punto sbucava in una specie d’anfiteatro naturale, dov’era situata la maggior parte delle case contadine. Più avanti e più in alto ce n’erano altre, più isolate, fino ai margini delle zone coltivate. Intorno alle case si stendevano i vigneti e gli alberi da frutto, più sopra gli uliveti argentei, in una fascia ancora più alta i grandi boschi di castagno. Sopra tutto si apriva allo sguardo la montagna carsica, bruna, arida, biancheggiante di rocce.

Le casette del Selvatico: le casette erano dei semplici parallelepipedi di massi di tufo appena sgrossati, murati con poca calce e una malta leggera, che veniva ricavata dalla sabbia e dal pietrisco di alcune secolari cave del posto, e il tetto colmo, di tegole irregolari cotte a mano in qualche rustico fabbrichetta della zona. Al piano terra c’erano in genere la cucina e una o due cantine, con gli attrezzi da lavoro, le botti del vino e i sacchi del grano e del granturco, che restavano in casa per il sostentamento famigliare, quando tutto il resto del raccolto era stato venduto per ricavarne un po' di denaro. In fondo a una delle cantine s’apriva un antro tenebroso, la “grotta”, che per mezzo di ripidi scalini scendeva rapidamente nella terra tufacea, in ci era stato scavato: serviva per riporre l’acqua e il vino e tenerli ben freschi. Nell’unico stanzone da letto, al piano superiore, dormiva l’intera famiglia: cinque, sei, otto, anche dieci persone, talvolta. Ma i contadini più poveri non avevano neanche di queste comodità quasi cittadine e vivevano in capanne.



Commento


Questo racconto è scritto n un linguaggio complicato, poco scorrevole e certe volte anche poco comprensibile. Il perché lo si può capire facilmente, oltre allo stile proprio dell’autore, infatti influisce molto quello di cui scrive. Infatti questo libro parla si di fatti ma soprattutto di ricordi, opinioni e pensieri, tutti concetti astratti, facili da formulare, ma difficili da rinchiudere nella carta. Chiunque sa: dal bambino che ha appena imparato a scrivere, allo scrittore che a pubblicato più di cento libri, che scrivere i propri pensieri è il tipo di scrittura più difficile che uno possa cercare di intraprendere.

Infatti per quanto i fatti possano essere intricati, il pensiero non potrà mai essere incatenato interamente sulla carta. Nella mente dello scrittore, infatti, il pensiero prende continuamente un’altra forma, metamorfosa, alcuni lati divengono più chiari, altri sbiadiscono; il pensiero non è statico ma libero di cambiare, come la persona che lo sta concependo.

Lo stile dell’autore tende molto ad impressionare il lettore, a divertirlo con piccoli spezzoni letterariamente divertenti:

“Personaggi ed eventi di questo racconto sono tutti rigorosamente reali. Non altrettanto si potrebbe dire dell’individuo che presuntuosamente pronunzia la parola “io” e recita al tempo stesso le parti di chi racconta e di chi viene raccontato. Per quanto mi riesce ora di ricordare, mi pare che “io” ci sia stato. Se sia stato davvero come dice lui, questo invece non sono in grado di dirlo. Una controprova, tuttavia, risulterebbe assai difficile: molti dei testimoni della sua storia non ci sono più; i pochi che restano racconterebbero di sicuro storie diverse dalla sua.”

Si diverte a mettere in ridicolo, non a tutti i torti, i principi e le manie fasciste:

“In alto, sulla parete dietro la maestra Chiarinelli, stavano appesi i ritratti fotografici di Vittorio Emanuele III, ovverosia Sua Maestà il Re d’Italia, Imperatore d’Etiopia e d’Albania, in elmetto militare con gli asprì  in bella mostra, e quello del Presidente del Consiglio e Duce del Fascismo, Benito Mussolini: in mezzo a loro penzolava, appeso alla sua croce, Gesú, con l’aria di uno abituato a stare fra i ladroni.”

Ancora più spesso però analizza la gente del suo tempo andato, senza dimenticare però le frasi d’effetto che contribuiscono ad accendere l’interesse del lettore in passaggi che altrimenti potrebbero risultare noiosi:

“Le facce del tempo di guerra sono un po' speciali: esse si atteggiano come se, dietro le preoccupazioni normali e quotidiane sopravviventi, ci fosse un pensiero segreto, costante e dominante, una sorta di domanda ossessiva, a cui il proprietario della faccia non sappia rispondere, e che perciò torna ogni volta nevroticamente a riproporglisi. In tempo di guerra si pensa sempre a qualcosa d’altro, otre e in più rispetto a ciò cui, in quel momento e in quell’occasione, si dovrebbe normalmente pensare. La faccia del tempo di guerra è perplessa, preoccupata e, soprattutto, interrogativa: è la faccia di uno o di una che si chiede in ogni istante cosa stia per accadere, soprattutto cosa gli stia per accadere. La faccia del tempo di guerra è la faccia di uno o di una che pensa che il giorno dopo, o l’ora dopo, potrebbe non esserci: non potendo abbandonarsi alla disperazione in ogni istante della propria vita, ci si costruisce una maschera di apparente tranquillità, che però vibra a ogni stormir di foglia.”

È sempre presente però, in ogni passo, la coscienza che non si tratta di un romanzo in cui ci si immerge nella vita del personaggio e ci si impersonifica in lui, piuttosto un autobiografia in cui il narratore ci ricorda che quelli di cui parla sono ricordi, già trascorsi. Si può permettere perciò alcuni passaggi, tutt’altro che poco interessanti come:

“È vero, è tutto vero quel che si legge nei libri di storia: per aiutare i soldati in fuga, i poveri ( . ) contadini italiani si spogliarono dei loro vesti e dei loro beni spinti ( . ) dalla speranza che altrove ( . ) qualcuno facesse lo stesso per i loro li, fratelli, mariti e nipoti.







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