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Leopardi e il pessimismo

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Leopardi e il pessimismo

Biografia e il pessimismo

Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798.  L'ingegno precocissimo del giovane Giacomo e la sua estrema sensibilità, frustrati dalla freddezza del padre, lo indussero ben presto a riversare tutta la sua passione sui libri della biblioteca paterna e ne fecero un fenomenale autodidatta, esperto in lingue classiche, ebraico, lingue moderne, storia, filosofia e filologia.

Nel 1815 avviò la stesura dello "Zibaldone"; sempre in questo periodo si innamorò di Geltrude Cassi, alla quale dedicò la poesia "Il primo amore".

Il suo corpo, ormai minato dai molti anni di studio e di semi-volontaria reclusione, aveva già cominciato a mostrare i segni di quella deformazione alla colonna vertebrale che farà così soffrire il poeta, anche se la malattia, per il Leopardi, non rimase mai un motivo di lamento individuale ma si trasformò in uno straordinario mezzo di conoscenza. Questa deformazione non lo fermò dal comporre, infatti, nel 1818 scrive delle canzoni "All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante" e lo scritto "Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica".



L'anno seguente, il 1819, il poeta esasperato dall' ambiente familiare e dalla chiusura culturale delle Marche,governate dal retrivo Stato Pontificio tentò di fuggire da casa, ma il progetto venne sventato dal padre.

Tra il 1816 ed il 1819  il Leopardi vive il periodo più difficile della sua esistenza che lo indurrà a concepire propositi di suicidio dovuta all'inasprimento del rapporto con i genitori, dalla lontananza con i concittadini, dai quali si teneva alla larga. Quest'allontanamento dalla città era dovuta dalla sua indole di superiorità verso tutti (VD 2.3). Quello che maggiormente lo affligge è la visione e la consapevolezza di avere un corpo e una momentanea infermità agli occhi gli impediscono di distrarsi con lo studio. In questo stesso periodo arriva alla conclusione che la vita è dolore e che sarebbe meglio non venire al mondo. Questa sua visione della vita traspare nell'opera "Zibaldone".

Tra il 1819 e il 1830 Leopardi passa le tre fasi che gli studiosi sono soliti definire: Dolore personale, dolore storico e dolore cosmico. La prima è rappresentata soprattutto dai cosiddetti piccoli idilli  ("L'infinito", "La sera del dì di festa", "Alla luna", "Il sogno", "La vita solitaria"), composti tra il 1819 ed il 1821, e dal famosissimo "Il passero solitario": qui il Leopardi canta il proprio dolore e l'ineluttabilità della propria infelicità. La seconda fase è rappresentata dalle : "Operette morali" del 1824 nelle quali il Leopardi svolge una ironica ma accesa requisitoria contro il Progresso, che invece di favorire l'uomo offrendogli i mezzi di un maggior benessere, lo ha sostanzialmente allontanato dallo stato beato della primitiva ignoranza; contro la filosofia, che si affanna a convincere l'uomo di essere una creatura privilegiata mentre invece è la più infelice di tutte proprio perché è in grado di comprendere il suo malessere ed è fortemente desiderosa di piaceri di cui non potrà mai godere; contro la natura che crea incessantemente nuovi individui per poi distruggerli non senza averli prima tormentati.

La terza fase, quella del dolore cosmico, già abbozzata nelle Operette, si sviluppa nei grandi idilli

A Silvia", "Le ricordanze", "La quiete dopo la tempesta", "Il sabato del villaggio", "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", composti tra il 1828 ed il 1830: tutte le creature dell'universo soffrono perché coinvolte nel processo di trasformazione che la Natura è costretta ad operare per garantirsi un'esistenza perenne, ma l'uomo soffre maggiormente per tre motivi precisi: perché è dotato di sensibilità per cui avverte scientemente il proprio dolore; perché ha un irrefrenabile desiderio di felicità che non esiste; infine perché solo all'uomo tocca di raggiungere la punta estrema dell'infelicità, che consiste nella "noia", cioè nell'assenza totale di ogni sensazione sia di bene che di male: il pastore errante dell'Asia dice alla sua "greggia".

Nel '32 lascia nuovamente Recanati e si stabilizza a Firenze. Qui s'innamorò di Fanny Targioni Tozzetti (la delusione scaturita dall'amore per lei gli ispirerà il ciclo di Aspasia) e strinse amicizia col Ranieri. In risposta a chi attribuiva alla deformità la sua concezione pessimistica della storia e della natura, il Leopardi compose il Dialogo di Tristano e di un amico. Del '36 sono "La ginestra", "Il tramonto della luna" e probabilmente "I nuovi credenti".

Morì a Napoli il 14 giugno del 1837.

L'infelicità è una legge di natura, alla quale nessun essere può sottrarsi. L'uomo cerca la sua felicità ma la natura non ha come fine la felicità degli individui: essa tende solamente alla propria conservazione.

La vita non è che un più o meno lento morire, un'inutile miseria. Da queste premesse deriva il tedio, la grande malattia spirituale dei romantici di cui Leopardi è il rappresentante italiano più alto: cioè il senso che fare o non fare, sperare o disperare sono ugualmente inutili e vani.

2.2 La concezione della Natura

Dopo aver esaminato la sua vita è chiaro che la natura, che pure un tempo gli era apparsa benigna, in quanto aveva fornito all'uomo la fantasia e, quindi, della capacità di eludere la conoscenza della triste realtà creandosi miti e illusioni a proprio piacimento, e poi indifferente verso i problemi dell'uomo, destinato anch'esso, come tutte le altre creature, all'incessante processo di "creazione e distruzione", ora gli appare matrigna nei confronti dell'uomo poiché ha insinuato dentro di esso il desiderio di felicità, pur sapendolo destinato all'infelicità, ed al quale ha dato un'acuta sensibilità ad avvertire il dolore, pur potendolo creare insensibile.

Questa avversione verso la natura la si riscontra nel " La ginestra", in cui esorta gli uomini ad accettare virilmente  il proprio stato di infelicità e ad unirsi per contrastare fieramente la comune nemica, benché la lotta sia impari e la vittoria impossibile.

 Egli rinnegò ogni valore positivo che prima aveva attribuito alle religioni, in quanto queste promettono una felicità ultraterrena, mentre l'umanità aspira ad una felicità terrena. La condizione dell'uomo si profila, così, disperata e dovrebbe logicamente convincere che il miglior partito sarebbe proprio il suicidio.

L'INDOLE

Fra le prime manifestazioni del carattere del Leopardi, forse la più radicata nel suo temperamento, è di certo il sentimento di superiorità che non riuscì mai a controllare, neppure negli anni della piena maturità, e che fu causa non secondaria della sua infelicità, condizionando assai negativamente la sua vita di relazione col prossimo. Fin da fanciullo, quando giocava con i fratelli,egli non solo riservava sempre a se stesso la parte dell'eroe, ma si prodigava ad esasperare la viltà o la imbecillaggine degli altri personaggi impersonati dai fratelli.

Uno smodato desiderio di gloria fu, dunque, l'altra dominante caratteristica della personalità del Leopardi, che non riuscì mai a sottrarsi a quest' altro motivo di infelicità pur riconoscendone la  pericolosità.

Sembra quasi  che il Leopardi abbia speso ogni cura possibile per inibire a se stesso ogni gioia, ogni felicità. Infatti le caratteristiche salienti della sua personalità furono in gran parte volute dal Poeta stesso nonostante la consapevolezza che gli arrecassero fastidio e dolore. Certo furono anche aggravate dalle infermità fisiche. Il grosso dell'umanità sembra tagliato fuori dalla sua "storia" e sono in molti a ritenere che il Leopardi si sia finalmente affacciato alla finestra che dà sul mondo ed abbia finalmente considerato anche la vicenda degli "altri" solo in uno dei suoi ultimi canti, "La ginestra".


Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Questa lirica fu composta a Recanati tra il 1829 e il 1830.

E' un lungo, appassionato, malinconico soliloquio di un pastore asiatico durante una notte illuminata dalla luna.

In questa poesia Giacomo contemdo il cielo stellato, nel silenzio della notte in solitudine si domanda il perché delle cose e non sa darsi una spiegazione razionale. Come il pastore errante è attratto dalla bellezza delle stelle e della luna e le ammira con stupore, si domanda perché esistono e attraverso di loro si accorge del mistero dell'universo, la stessa cosa succede agli uomini i quali si rendono conto di esistere in questo universo e si domandano il perché. Leopardi nei suoi versi scrive che è incapace di afferrare il senso delle cose e conosce solo l'infelicità, ma in realtà nelle sue poesie l'uomo aspira alla felicità e all'eternità. Il poeta è diviso dall'educazione ricevuta dal padre e da ciò che sente nel suo cuore, è infelice per cui incomincia ad avere dei dubbi sulla benignità della natura. I suoi perché sono una continua ricerca del senso delle cose e non si può non soffermarsi a riflettere e cercare di darsi una risposta.


Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemdo i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu a

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore;

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L'ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s'affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

È la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell'esser nato.

Poi che crescendo viene,

L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell'umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

Perché reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura

Perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

E` lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir dalla terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante comnia.

E tu certo comprendi

Il perché delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l'ardore, e che procacci

Il verno co' suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand'io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell'innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D'ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell'esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d'affanno

Quasi libera vai;

Ch'ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

Tu se' queta e contenta;

E gran parte dell'anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

E un fastidio m'ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell'agio, ozioso,

S'apa ogni animale;

Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

È funesto a chi nasce il dì natale.

(Leopardi)


La luna perde la sua funzione di contesto suggestivo ad una sensazione, ad un ricordo e diventa referente personificata di un immaginario colloquio sulle ragioni dell'esistere.

Il poeta di fronte alla ferma luce della Luna, che tenacemente lo segue in tutti i suoi spostamenti, si abbandona ad un canto quasi implorante. Esso suona come illusoria richiesta di aiuto alla Natura, poiché le domande sul senso del vivere, rivolte alla tacita, splendente divinità lunare rimarranno senza risposta alcuna.

Forse l'astro, che testimonia perennità, col suo persistere immancabile nel cielo, conosce il perché del succedersi del tempo e delle stagioni della vita, il perché del dolore umano, il perché della noia, condizione che stimola l'incessante interrogazione degli esseri sul senso del loro esistere. O forse anche questa è un'illusione vana: il destino di ogni essere è nelle mani di leggi meccaniche oscure e del tutto imperscrutabili ( pessimismo cosmico ).

Dopo aver letto la biografia, letto la sua indole credo che Leopardi in questa poesia dia sfogo alla sua rabbia contro la natura che, anche se sa il perché l'uomo soffre, non glielo rivela e lascia che esso viva e soffra senza intervenire e credo che Leopardi sia invidioso del sapere infinito che ha la Natura e che lui non ha ma vorrebbe sapere e questo gli procura infelicità. Leopardi si sente troppo superiore agli altri per ammettere che c'è qualcosa che sa più di lui e credo che sia questo la vera causa scatenante del suo odio contro la natura.




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