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Questionario sul libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi

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Questionario sul libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi.


1) Cosa vuol dire il titolo? (Riflessioni personali)

Il titolo del libro, “Se questo è un uomo”, è volutamente ambiguo. Da una parte l’uomo di cui si parla nel titolo può rappresentare i carnefici, coloro che riescono a superare tutti i limiti della disumanità, considerando e trattando dei loro simili come bestie. Allora Levi ci pone questa domanda: Può essere un uomo questo?

Dall’altra parte l’uomo di cui si parla nel titolo può rappresentare le vittime torturate ed uccise per il solo fatto di appartenere alla razza ebraica. E allora il titolo è pertinente anche per questo caso: Può essere considerato uomo, qualcuno le cui condizioni sono paragonabili ad una bestia?

Secondo me il titolo si riferisce più alla seconda condizione perché Levi, anche con la poesia che pone all’inizio del libro, ci vuole fare riflettere su come una persona può essere disumanizzata da qualcuno che non è diverso da lui.


2) Riflessioni sulla poesia



La poesia che Levi pone all’inizio del libro racchiude in se lo scopo della testimonianza che l’autore ha voluto diffondere, cioè che non venga cancellata mai la memoria di ciò che è stato. Questa poesia sorge come una sorta di minaccia che impone alle persone che vivranno dopo di lui a raccontare e a diffondere ciò che è accaduto nei Lager, considerando se la condizione in cui vivevano questi uomini può essere definita umana. Credo che l’intento di Levi sia quello di ricordare e far tramandare alle generazioni future ciò che gli è accaduto in modo da evitare che questi avvenimenti succedano ancora.


3) Chi sono i sommersi e chi sono i salvati?

Primo Levi afferma che nel Lager ci sono due categorie di uomini: i sommersi e i salvati.

I sommersi erano i prigionieri destinati sicuramente a soccombere, i cosi detti “musulmani”, di cui faceva parte la stragrande maggioranza dei detenuti del Lager. Erano i più deboli, i più sottomessi, quelli per cui valeva il detto del Lager “l’unica cosa è obbedire”, Levi li definisce quelli che “sono qui di passaggio e di cui non rimarrà che un pugno di cenere . ” Queste persone avevano toccato il fondo della sofferenza e della disperazione. Non avevano avuto modo di reagire perché sono stati  prima paralizzati e resi incapaci persino di osservare e di capire e poi completamente demoliti.

I salvati invece erano gli “adatti”, i candidati a sopravvivere, quelli per cui valeva un altro detto del campo “A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto”. Sono quelli che lottano non solo per sopravvivere ma anche per mantenere un briciolo di dignità, di identità, che trovano espedienti per conquistare una razione di pane in più, un litro di zuppa in più, per fuggire ai lavori più duri e per farsi rispettare anche dai Kapos, che spesso trovano in questi soggetti i più forti “alleati” e fanno sì che godano di privilegi o che vengano promossi alle “alte cariche”.


4) Qual è l’obbiettivo che si propongono le SS del campo? (disumanizzazzione)

Le SS mettono in atto alcune azioni verso i prigionieri attuando forme di violenza gratuita, cioè senza alcuno scopo, destinate solo a produrre sofferenza nei prigionieri, infatti il nemico non solo doveva morire, ma morire nel tormento. Queste forme di violenza erano:

*      la nudità che serviva a farli sentire senza difesa “come un lombrico, nudo, lento, ignobile, prono al suolo, pronto per essere schiacciato”.

*      il tatuaggio, cioè il numero di matricola dei prigionieri che gli veniva tatuato sull’avambraccio sinistro; Con questo marchio essi erano privati del proprio nome, si riconoscevano solo grazie ad un numero, che solitamente si imprimeva agli animali destinati al macello.

*      La mancanza di un cucchiaio, che obbligava a “lappare la zuppa come i cani”.

*      Il lavoro, usato con il solo scopo di umiliare le persone.



*      Gli esperimenti medici, sperimentazione di nuovi preparati su cavie umane, torture insensate, oltraggio persino delle spoglie umane dopo la morte.

*      Il taglio dei capelli, per togliergli ogni caratteristica umana, umiliandoli e facendoli sentire simili alle bestie.

*      L’appello, conteggio laborioso e complicato che avveniva con qualsiasi condizione di tempo all’aperto, durava ore e vi dovevano partecipare anche i feriti e i morti.

Con queste azioni e comportamenti essi si pregono la disumanizzazzione dei prigionieri. Questo è il primo passo verso l’annientamento totale degli uomini e di questo popolo.


5) Lui si sente in colpa per essere sopravvissuto? Cosa pensa? Come spiega la sua salvezza?

Primo Levi è uno dei pochi che è riuscito ad uscire vivo dai campi di concentramento, forse grazie al fatto che riuscendo a superare l’esame di chimica, lui non era più esposto alle intemperie come  gli altri prigionieri, e anche perché i Kapos lo ritenevano utile per svolgere queste mansioni.

Nonostante tutto Levi non è mai riuscito a scacciare il senso di colpa che provava per non aver potuto fare di più per gli altri prigionieri. Per coloro che si sono riusciti a salvare, nella maggior parte dei casi, l'ora della liberazione non è stata lieta, né spensierata, ma ha coinciso con una fase di angoscia.

I “salvati” soffrono perché ora che sono liberi si rendono conto di aver vissuto per mesi come animali e in qualche modo si sentono colpevoli per non aver fatto niente o non abbastanza contro il sistema in cui erano assorbiti. Un’altra causa della “vergogna” delle vittime è il rendersi conto di aver mancato sotto l’aspetto della solidarietà umana. In effetti la regola principale del Lager era quella di badare prima di tutto a se stessi; ma il fatto di aver cambiato le proprie regole morali e di essere stati ridotti all’egoismo più assoluto sarà sentito per sempre come una colpa.

Inoltre il fatto di essere sopravvissuti fa sempre pensare che forse “sei vivo al posto di un altro”, sicuramente migliore di te. Levi infatti dice che i salvati non erano i migliori; di solito sopravvivevano i peggiori, gli egoisti, gli  insensibili, i collaboratori, le spie; è stato un caso fortuito se è capitato ad altri di essere salvati.

Infine i sopravvissuti sentono la “vergogna del mondo” , cioè il dolore per le colpe che altri hanno commesso: soffrono perché si rendono conto che il genere umano, di cui fanno parte, è capace di costruire una mole infinita di dolore.

Insomma essi provano un senso di vergogna, di abbattimento generale, di disagio, che dura nel tempo e  in molti casi porta, subito o più avanti, al suicidio, come è successo a Primo Levi.












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