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RECENSIONE


“La peste”, di Albert Camus, trad. Beniamino Dal Fabbro, I Libri di Albert Camus, Tascabili Bompiani, Bompiani editore, Milano 2004, . 235, € 8,00


A Orano, città dell’Algeria francese, scoppia un’epidemia di peste. Siamo negli anni ’40 del 1900: il contagio non è più incontrollabile come nel passato, il soccorso e le cure sono rapidi e di qualche efficacia, la prevenzione è rigida, ma la malattia si spande e la gente muore.

Il pensiero di morire diventa ogni giorno più assillante e non è possibile allontanarlo dalla mente.

La città è chiusa, i morti sono cremati senza possibilità di funerale; l’obbligo dell’isolamento, costringe i cittadini a provare per la prima volta la sensazione di esilio e di separazione dalle persone alle quali si è legati, ma che sono costrette a restare al di fuori della città.



Il romanzo non si sofferma sulle descrizioni tradizionali della malattia che esse non rientrano nel progetto narrativo dell’autore. Ma sui pensieri di alcuni fra gli abitanti rinchiusi in città: La Peste non è un romanzo sulla malattia, ma sulla rivolta.

I personaggi principali sono il dottor Rieux e un certo Tarrou: il primo è un medico, quindi preparato per vocazione a lottare contro il dolore degli altri, l’altro è un uomo dalle origini misteriose, che volontariamente diverrà l’organizzatore delle <<squadre di soccorso>> agli ammalati. Loro amici sono Rambert, un giornalista rimasto intrappolato in città ed impaziente di fuggire, e Paneloux, anziano e colto prete, che nel corso del romanzo passa dal condannare le colpe degli uomini (l’antica interpretazione sacra della peste come castigo divino) alla comprensione e alla pietà verso i malati, offrendosi volontario per il rischioso lavoro nelle squadre di soccorso.

Gran parte del romanzo è dedicata alle conversazioni fra i personaggi, che si svolgono ovunque: nelle corsie di ospedale, in auto, per strada . Ogni giorno essi vedono agonia e morte, ma nessuno, nemmeno il sacerdote Paneloux, riesce a trovare una giustificazione accettabile.

Quest’ultimo, che nella prima parte del romanzo mantiene un distaccato rapporto con tutti e accusa i cittadini convincendoli che la peste è la punizione divina che hanno meritato, nella seconda parte, soprattutto dopo aver assistito alla dolorosa morte del lio del giudice Othon e dopo aver discusso vivacemente con Rieux, si convince che la peste non può essere una punizione, un bambino così piccolo non può essere così colpevole da meritarsi una pena tremenda come la peste. E proprio mentre la sua fede sta diventando “problematica” ed “angosciata”, muore in meno di due giorni, colpito dalla peste polmonare.

L’unico sollievo all’angoscia è l’azione: tutti infatti entrano nelle formazioni sanitarie volute da Tarrou. Il rischio di contagio è grande, ma la lotta contro la malattia è per tutti loro un impegno morale.

Durante l'estate il flagello imperversa e continua a mietere vittime.

Castel, abile medico della città nonché collega di Rieux, sta lavorando ad un vaccino che solo dopo Natale comincerà a far miracoli.

Dopo un anno, infine la peste esaurisce la propria forza e gradualmente se.

Finalmente l'esilio finisce, per i sopravvissuti si riaprono le porte, anche se molti non troveranno chi amano.

Ma il dottor Rieux, osservando dal tetto della sua casa l’entusiasmo smemorato della folla in festa, sa che non si tratta che di una tregua. <<Le nostre vittorie, ecco, saranno sempre provvisorie>>: il ricordo delle parole di Tarrou accomna le sue riflessioni e chiude il romanzo sotto il segno della consapevolezza della tragica presenza del male e della testarda necessità di lottare da parte di quegli uomini che <<si rifiutano di ammettere i flagelli>>.  



A questo punto il Dottor Rieux si svela come l’autore della cronaca per testimoniare ciò che ha visto e ciò che è stato fatto per combattere la peste.

L’autore vuole rendere la sua opera una cronaca dei fatti avvenuti ad Orano, e far in modo che il lettore creda che ciò è accaduto veramente e che il narratore era presente e quindi, può raccontare in prima persona i fatti.

Il libro, pubblicato alla fine della seconda guerra mondiale, vuole essere la metafora di questa tragedia, ma anche invito all’uomo contro tutte le forme d’oppressione.

Il romanzo può essere letto anche come una meditazione sulla condizione dell’uomo e   della sua fatica di vivere nella continua lotta tra bene e male; l'opera vuole essere così un appello all’uomo affinché s’impegni, nonostante l'angoscia e la sofferenza, a unirsi agli altri per combattere il dolore e la morte.

Il male e la morte non possono essere spiegati , ma l'uomo deve lottare contro di loro   e prendere consapevolezza della propria esistenza .

L’esilio e la solitudine sono per Camus   due tematiche strettamente unite, rappresentano quello che per il cristiano è il peccato originale, elemento contro il quale bisogna costantemente battersi.

Molti sono i temi presenti: l'amicizia, ad esempio, che nei momenti di pericolo diviene più intima e solida, ma anche l'amore,che è il vero protagonista anche se nascosto, perché la privazione dell'amore tra familiari allontanati, e tra amanti lontani e isolati dalla peste, è uno dei perni su cui ruota la vicenda narrata.
In questo romanzo, uno fra i volumi più celebri di Camus, spicca la sensibilità dell'autore, la sua conoscenza del comportamento degli uomini e la sua capacità di creare una storia che, pur dallo svolgimento unitario, è in ogni modo ricco di riflessioni.







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