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Ragione e religione due eterni sconfitti

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Ragione e religione due eterni sconfitti


L’uomo ha bisogno di certezze. Da sempre è alla ricerca di una base stabile e sicura sulla quale fondare la propria esistenza. Nel corso dei secoli sono state due le vie ad aver avuto maggior successo: la via della ragione e la via della religione. Entrambe sono supportate da svariatissime teorie filosofiche, che tuttavia non sono mai riuscite a fornire delle risposte valide. Il problema è che le possibilità sono pressoché infinite, limitate solo dalla creatività e dalla fantasia di chi le inventa. Perciò in migliaia di anni di studi i filosofi sono arrivati a soluzioni sempre differenti, confermando, così, che non può esistere una soluzione valida, universale per tutti.

Da questo punto di vista, la scienza, dettata dalla ragione, è più adatta a dare delle riposte convincenti, potendo vantare nella storia di una maggiore applicabilità pratica e della possibilità di spiegare in maniera comprensibile i proprio errori, considerandoli dovuti all’arretratezza dei mezzi di ricerca. “Inoltre la scienza qualche progresso lo ha fatto”[1], la religione invece non ha receduto dai suoi dogmi.



Il compito della scienza “è di argomentare muovendo dai fenomeni senza immaginare ipotesi, e dedurre cause dagli effetti”[2]. Quello che si otterrà in questo modo resta tuttavia un’illusione di sapere, di verità in quanto rimarrà sempre una parte del tutto; ciò che noi non riusciremo mai a spiegarci è quello che Davies indica come “il livello più profondo di spiegazione” e Agostino “l’opera di Dio”, cioè la risposta alle domande esistenziali umane: chi siamo?, da dove veniamo?, perché siamo qui?

Le soluzioni che religione e fede offrono a queste domande sono diametralmente opposte: rispettivamente la fede e la religione. La prima è più semplice, immediata: procura risposte facili da comprendere, ma ottenute tramite artifici, illusioni prive di ogni fondamento tangibile. L’unico motivo per crederci è che le alternative sono altrettanto vaghe e ancora più difficili da accettare. L’ateismo, infatti, comporta “il senso dei propri limiti”, il “sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino”1. “Ormai noi tutti ci siamo poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’universo”[3]. Da questa consapevolezza la ragione esce umiliata, però ancora onesta, pura. Essa, infatti, non si è illusa, no ha cercato risposte nella fede, che pongono problemi più ostili di quelli che risolvono.

Con lo sviluppo tecnologico, questa dialettica scienza - fede ha raggiunto livelli elevatissimi: anche ai giorni nostri è attualissima la discussione, basti pensare agli embrioni, all’eutanasia. Non si è nemmeno risolta la questione sull’origine della vita! Dall’altro lato si sono fatti dei passi in avanti, “la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano”2, considerandolo utile per aprire “nuove vie verso la verità” ha accettato che “alcune cose della natura dimostrate veracemente” “non son contrarie alle Sacre Scritture”[4]. Questo potrebbe indurre a pensare che la scienza aveva sempre ragione, che prima o poi trionferà sulla religione, ma non è detto che sia così.



Zichichi sostiene che sostiene che “nessun ateo può [ . ] illudersi di essere più logico e scientifico di colui che crede. Chi sceglie l’Ateismo fa quindi una atto di fede: nel nulla. L’ateismo diverrebbe quindi, nella sua visione, una sorte di religione del nulla, incapace “di mettere indubbio o di negare l’esistenza di Dio”.

In verità questa risposta non la potrà mai dare nessuno, Dio resterà sempre un mistero. Pertanto si può concludere che non raggiungeremo mai la verità: essa si trova dove non potremo mai arrivare: al di fuori della nostra immaginazione.



N. Bobbio

Concilio Vaticano II

P. Odifreddi

G. Galilei






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