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UMBERTO SABA



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UMBERTO SABA


Umberto Saba nacque a Trieste nel1883, il suo vero cognome non era Saba ma Poli, ma dato che ebbe un rapporto conflittuale con il padre che aveva abbandonato la madre prima della sua nascita e la madre e la nonna fecero sì che fosse cresciuto con un odio profondo nei confronti del padre, non volle avere lo stesso cognome del padre.

Saba assunse tale cognome perché in ebraico significava “pane”, secondo alcuni il cognome Saba ricorderebbe il cognome della sua nutrice, alla quale era molto legato, Peppa Sabboz, che era slava.

L’allontanamento dalla nutrice costituì per il piccolo Berto un vero e proprio trauma.

Nel 1905 Saba si trasferì a Firenze, infatti come molti triestini riteneva che dovesse attingere alle origini della cultura italiana, a Firenze venne a contatto con l’ambiente della rivista “La voce”, rivista che era orientata alla valorizzazione della perla poetica, concezione che Saba non condivideva infatti non fu molto apprezzata presso il circolo la sua poesia, anche se su questo giornale furono pubblicate molte delle sue liriche.

Tornato a Trieste risiedette sempre lì, dove aprì una libreria antiquaria che era anche la casa editrice delle sue liriche.

Si allontanò da Trieste durante la seconda guerra mondiale perché era ebreo. Rientrò a Trieste e qui morì nel 1957.




POETICA: Come molti altri autori triestini, come Svevo, anche Saba risentì degli studi psicanalitici, anticipando a volte alcune intuizioni freudiane.

Solo a partire dal 1924 entrò in diretto contatto col pensiero di Freud, perché da tempo era sofferente di alcune nevrosi e si rivolse ad uno psichiatra, Edoardo Weiss, uno dei maggiori interpreti in Italia del pensiero freudiano.

Il fondamento della poetica saviana è il concetto freudiano di libido, ovvero di eros inteso come impulso vitale ma anche come impulso all’autodistruzione, al dissolvimento.

Il tema di Eros e Thanatos è caratteristico di questi poeti del novecento. È questo il nucleo profondo dell’essere uomo, e Saba in quanto uomo vuole indagare in questa dimensione, vuole penetrare nella “calda vita” di tutti, come dice in una lirica “vivere la vita di tutti, essere come tutti gli uomini di tutti i giorni”. Saba vuole penetrare nella vita che è sofferenza e frustrazione.

Saba ritrovò ciò anche nella sua vita personale, la sua nevrosi consisteva nella consapevolezza delle sue tendenze omosessuali, la moglie Lina ne era a conoscenza ma non lo respinse mai per questo. A proposito di questo scrisse il romanzo “Ernesto”.

Anche se la vita è dolore e frustrazione allo stesso tempo è anche slancio, e Saba dimostra ciò nell’inesausta volontà di interesse per la vita di tutti. Una delle raccolte poetiche di Saba è intitolata “Serena disperazione”, il titolo è emblematico dell’intuizione di Saba della vita; “serena” perché la vita è accettata per quello che è, “disperazione” perché la vita comporta inevitabilmente dolore.

Saba per esprimere tale messaggio rifiuta le ure simboliste, vuole recuperare la tradizione italiana da Petrarca a Leopardi, vengono recuperate anche le forme metriche della tradizione; Saba affida il messaggio non alla parola pregnante né al ritmo stento ma alla musicalità del verso.

Scrisse molte raccolte poetiche che riunì poi in un'unica raccolta che prende il nome di “Canzoniere” (il titolo è un riferimento a Petrarca), la prima edizione risale al 1948, l’edizione definitiva risale invece al 1961.

Il “Canzoniere” è la “storia di un amore”, ovvero costituisce il racconto di un’esistenza poetica. Ciò fa pensare al tentativo analogo compiuto in quel giro d’anni da Ungaretti, che intitolava il complesso della sua opera poetica “Vita di un uomo”. La differenza con Ungaretti è però sostanziale, infatti Ungaretti ritrova la continuità della sua esperienza a posteriori, nella valutazione che fa del senso della sua poesia. Saba invece accomna i vari momenti di uno svolgimento continuo, è come se si abbandonasse al fluire dell’esistenza, che è amore e dolore.

I sentimenti di cui Saba parla sono sentimenti elementari, rapportati alle manifestazioni elementari della vita degli animali e legate all’immediatezza del vissuto.

“A mia moglie” (ina 711) è una lirica che fa parte di una delle prime raccolte di Saba: “La casa in camna”.

In “Storia e cronistoria del canzoniere”, dove Saba commenta le sue liriche e dove si esalta, racconta le circostanze di composizione di questa lirica. Saba dice che abitava con la moglie in una casa un po’ periferica, la moglie era andata a fare la spesa e lui era rimasto solo a casa, una cagnolina gli si fa vicino mettendo il muso sulle sue ginocchia. Quel episodio diede a Saba l’ispirazione per scrivere una poesia per la moglie, quando tornò a casa la lesse alla moglie ma ella non ne fu entusiasta anzi ne rimase offesa.

La serie di paragoni fra la moglie e gli animali domestici è inusitata, ma esprime una persuasione di fondo: i “sereni animali che avvicinano a Dio”, i “gesti” del loro esprimersi nelle funzioni elementari sono emblematici della forma pura dell’esistenza, fondata sull’eros vitale. E l’uomo nella trovata unanimità con loro, si avvicina a Dio, ovvero la vita stessa, che si manifesta in modo più tenero e commovente nella donna. Saba identifica l’uomo con le manifestazioni più semplici della natura.



“La capra” (ina 713) Questa poesia è fondata su un rapporto di somiglianza fra mondo umano e mondo animale nel dolore, nella comune angoscia del vivere. La capra bela, cioè manifesta dolore, proprio perché esprime la miseria di ogni essere che anela ad un’impossibile libertà.

Un’altra raccolta è intitolata “Trieste e una donna” e presenta due motivi fondamentali: l’ambiente in cui la vicenda personale dell’autore si svolge e l’amore.

Saba aspira a vivere la vita di tutti e in “Città vecchia” (ina 714) esprime questo concetto, egli si accosta quasi con amore religioso a vivere la “calda vita” di ogni giorno.

“La ritirata di Piazza Aldrovandi a Bologna” (ina 715) appartiene a un’altra raccolta poetica: La Serena disperazione”. Nella lirica tutta l’Italia è riunita, sia il popolo sia i giovani sia i bersaglieri “colle trombe d’oro”, sono tutti insieme.

Di “Cose leggere e vaganti” fa parte la lirica “Ritratto della mia bambina” (ina 716). Il titolo è significativo perché la vita è sia dolore ma anche leggerezza, levità.  La lia del poeta viene qui ata alla schiuma dell’onda, alle nubi, a un’azzurra striatura del cielo. È l’immagine a richiamare l’immagine.

Un’altra raccolta poetica di Saba è intitolata “L’amorosa spina”. Di questa fa parte la lirica “In riva al mare” (ina 717), fu scritta quando i rapporti con la moglie erano momentaneamente difficili, e un senso di morte incombeva su di lui. Il poeta è in preda all’angoscia e quasi per sfogarsi tira sassi in mare, gli capita tra le mani un coccetto, un frammento di un oggetto un tempo ben custodito ed egli si sente simile ad esso, ormai inutile.

Vede poi passare sul mare una vela gialla e quel colore, di istinto, lo riporta alla vita, al senso della vita che è vanificazione, perché la barca si allontana.

Il poeta giunge poi a vergognarsi di amare più della morte qualcosa che si muove sulla superficie della terra.       

“Cuor morituro” raccoglie liriche scritte in un decennio, nonostante la datazione 1925-l930.

Della raccolta fa parte la lirica “La brama”, la brama è l’eros primigenio. La lirica ha un carattere troppo programmatico, presenta il ritmo di “Amore e Morte” del “Pensiero dominante” di Leopardi. Più significativa è la lirica “Il borgo” (ina 722). Quando Saba pubblicò questa raccolta disse che era rimasto molto impressionato dalla raccolta ungarettiana “Allegria di naufragi” (1919) e comprese che forse aveva dato troppa poca importanza alla parola e che quindi forse avrebbe dovuto restringere il campo della musicalità; scompaiono così gli arcaismi, le contrazioni e tutti quegli artifici che potevano rendere meno incisiva l’espressione.

Tuttavia in Saba rimane sempre la continuità del discorso mentre per Ungaretti aveva più importanza la pregnanza dell’immagine e della parola, in Saba non ci sono mai le vertiginose analogie che si possono riscontrare, invece, nella poesia ungarettiana.

A Saba non riesce l’immergere l’io nella vita di tutti, ma anche se non gli riesce rimane l’aspirazione, aspirazione propria dell’uomo, che è l’amore.  







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