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Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti

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Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti

Via del Corno non riposa mai. «Cuori e cervelli ammalati di ossessioni, di sensi, di cupidigia, di buoni propositi, di timor di Dio, d’amore». In Via del Corno tutti fanno tutto per amore, per amore della propria donna, dei propri ideali, dei li, del lavoro, della rivoluzione, dell’Italia.

Via del Corno è la protagonista principale di Cronache di poveri amanti e le cronache che mette in scena sono quelle della Firenze negli anni che vanno dal 1920 al 1925. Sono cronache che diventano storia.

Via del Corno «è tutta udito» ed è ben diversa da Via dei Robbia, la via dei borghesi, dove le stanze sono in ordine, dove la gente non è curiosa; in Via del Corno anche quando le finestre sono chiuse, gli occhi «marinano il sonno»; in Via del Corno il teatrino di ogni famiglia diviene argomento di conversazione. La collettività come valore, «Via del Corno come Fifth Avenue».

Aurora Cecchi, lia di uno spazzino, Milena Bellini lia di un ufficiale giudiziario, Bianca Quagliotti lia di un dolciere ambulante, Clara Lucatelli lia di uno sterratore. Maciste, Ugo e Mario, i «sovversivi», Osvaldo e Carlino i «camerati». La «Signora», che dalla finestra osserva le vicende dei «cornacchiai», con lo sguardo del Male, quello di una donna senza cuore, sola, che ha perso la bellezza di un tempo e ha sogni folli e perversi. Ma altri ancora sono i nomi che compaiono in questo quartiere. Non è casuale che uno dei romanzi di Pratolini si intitolasse proprio Il Quartiere.

La forza di Pratolini è da sempre quella di documentare con un lirismo realistico gli entusiasmi e le fiducie della gente semplice dei rioni, della gente innamorata, giovane o vecchia che fosse, sempre con «il cuore sul davanzale della finestra dirimpetto». Uno scrittore pittore che ha dipinto rioni e abitazioni mettendo in scena in maniera intimista problemi sociali e politici, recuperati anche attraverso i fili delle proprie memorie personali.

Quartieri con case dalle finestre aperte per il caldo, case con i ventilatori, parole dette sottovoce nella lontananza dei davanzali. «La chiacchera è il companatico della miseria», persone «semplici di cuore esperte della fatica», i due angoli della strada per molti di loro sono l'orizzonte. I dolori hanno cambiato l’espressione dei loro occhi. Alcune donne hanno dovuto crescere per forza, non portano più i capelli con le trecce lunghe, hanno un taglio alla garçonne, sono le donne con più esperienza, sono le prostitute. Elisa, «dal corpo robusto ma dall’animo corroso», si trascina dietro gli uomini con lo sguardo, ma non può permettersi di innamorarsi di Bruno solo perché lui l’ha desiderata per anni, perché Bruno ha ben chiara la differenza tra le donne da sposare e quelle con cui fare l’amore.

Scritto nel 1946 in un periodo di grande ottimismo per l'autore, che intravedeva la possibilità che il comunismo andasse al potere, questo romanzo corale presenta dei veri e propri eroi, creando quella letteratura intimista improntata a un profondo senso della realtà, tesa a un vittorioso riscatto popolare.

Con pennellate da cinema neorealista, gli attori di queste vicende diventano la multiforme gente dei quartieri fiorentini; sono la classe proletaria che attraverso un processo di liberazione sta acquisendo coscienza di sé; sono le speranze e le aspettative del dopoguerra; sono le colpe e le delusioni verso il «Partito», Lenin, gli ideali e le contraddizioni del comunismo, un «popolo che non ha una coscienza di classe sviluppata».

Il narratore sembra un osservatore da un’altra finestra, egli è in qualche modo il regista e i suoi personaggi gli attori di una scena. Per questo il romanzo ben si è prestato a una trasposizione cinematografica nell'omonimo film di Carlo Lizzani del 1954. Non a caso fu Marcello Mastroianni a dare il volto a uno dei protagonisti, come nel successivo Cronaca familiare (1962). Per quel viso 'del popolo' che lo caratterizzava, per quel misto di orgoglio e pudore che troviamo in tutti i volti dei personaggi di Pratolini.

Osvaldo e Maciste i due antifascisti, Osvaldo e Carlino i due fascisti. Pratolini ce lo dice, ognuno di loro ha scelto la propria vocazione, il proprio destino, perché il confine tra il bene e il male è molto sottile, «Infinite sono le strade della Grazia, sterminate come quelle del Peccato». Osvaldo, consapevole di aver tradito «teme i propri pensieri», Ugo ha paura di aver perso la stima dei propri comni. Nessun eroe è impavido, ma diviene coraggioso perché ha consapevolezza della sua paura.

La vittoria non è mai conclusa, definitiva, ma dietro l’angolo, questo è il fatalismo ottimistico di Pratolini, c’è la possibilità di riscatto e di rivalsa. Credere nel Destino significa pensare che la Felicità non dipende da noi, ma può essere raggiunta.

Un nuovo incontro, un nuovo lavoro, un nuovo «bacio sulla bocca» è ciò che li aspetta come premio, come rivincita sulla vita.

Gesuina e Ugo potranno unire le loro solitudini e ricostruirsi insieme una vita seguendo il proprio destino, cercando di avere «cattiva memoria e buona salute», in qualche modo, cercando di dimenticare non dimenticando.

Si corre avanti, si scappa, si fugge, si fa la rivoluzione. E la rivoluzione si fa con il sidecar di Maciste, «la stella cometa che annunzia il diluvio agli uomini di buona volontà».

Dopo aver lottato e «essersi sudati la vita» il viso avrà perso lo sguardo della curiosità, a volte anche quello della speranza, ciascuno avrà la propria storia scritta e non sempre potrà ribellarsi agli eventi, ma continuerà a «correre sempre più avanti per non morire».









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