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Vita di TOLKIEN - John Ronald Reuel Tolkien e Clive Staples Lewis: un’amicizia che cambia la vita, Nella comunione di esperienze, la tipicità d



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V i t a d i T O L K I E N


John Ronald Reuel Tolkien nasce da famiglia inglese il 3 gennaio 1892 a Bloemfontein, in Sud Africa. Nel 1896 muore il capofamiglia, Arthur Reuel e nel 1990 la vedova, Mabel Suffield, si converte dall’anglicanesimo conservatore alla Chiesa Cattolica con i due li. Nel 1904 la madre di John muore a soli 34 anni per una malattia che, in seguito a carenze economiche, non è riuscita a curare adeguatamente.

Alla morte della madre Tolkien, colpito dal suo comportamento di totale sacrificio e fede mantenuto durante la grave malattia, decide di colmare il vuoto affettivo con la religione cattolica.

Nel 1910 Tolkien entra all’università di Oxford, dove frequenta corsi di studi classici, nonché di Lingua e letteratura inglesi, ottenendo la laurea con lode nel 1915. Il 22 Marzo 1916 sposa Edith Bratt, con cui si era fidanzato nel 1914, dopo la conversione della giovane dell’anglicanesimo al cattolicesimo; ne avrà quattro li: John Francio Reuel (1917, diverrà sacerdote cattolico e celebrerà il suo funerale); Michael Hilary Reuel (1920); Christopher Reuel (1924, curerà gli scritti editi postumi alla morte del padre); e Priscilla Mary Reuel (1929).



Nel 1916, scoppiata la Grande guerra, il futuro filologo combatte nel massacro della Somme, in Francia, come sottotenente, ma in novembre viene rimpatriato a causa della “febbre da trincea”.

Nel 1917 inizia la composizione di The Book of Lost Tales, il grande affresco da cui derivano le sue opere narrative più note. Tornato ad Oxford, nel 1918 entra nell’equipe del New English Dictionary. Nel 1919 è tutor universitario; nel 1920 lettore di Lingua inglese all’università di Leeds dove, nel 1924, è titolare della stessa cattedra. Nel 1925 è nominato alla cattedra Rawlinson e Bosworth di Anglosassone all’università di Oxford, dove, dal 1945 al 1959, anno in cui lascia l’insegnamento, è titolare della cattedra Merton di Lingua e Letteratura Inglesi. Nel 1926 conosce l’anglista e scrittore Clive Staples Lewis, con cui stringe una lunga e profonda amicizia. Mentre correggeva le prove d’esame dei suoi studenti, in una calda giornata estiva, gli capitò un foglio lasciato in bianco su cui scrisse, quasi per caso, “In una buca del terreno viveva un Hobbit”. Quel nome colpì a tal punto la sua sensibilità di filologo che scrisse una storia avente come protagonista un Hobbit, per spiegare meglio cosa facessero queste strane creature. Nel 1937 tale opera vide le stampe con il titolo “The Hobbit” (lo Hobbit) e riscosse un immediato successo; il libro era stato pensato per i più piccoli, ma si poteva intravedere uno sfondo ben più vasto e complesso.

In seguito al grande successo incontrato in quest’opera fu convinto a scriverne il seguito: nel 1954 venne finalmente pubblicato “The Lord of the Rings” (Il Signore degli Anelli), opera che, secondo la maggior parte degli studiosi, si è rivelata il secondo libro più letto e diffuso dopo la Bibbia.

Rimasto solo, in seguito alla morte della moglie, nel 1972 s’installò in un piccolo alloggio universitario a Oxford deve ricevette il dottorato Honoris Causa in lettere e l’ordine dell’Impero Britannico, un’importante decorazione conferitagli dalla regina Elisabetta.

Amava il suono delle onde dell’oceano che s’infrangevano sulle coste della Cornovaglia, era lieto quando poteva fermarsi un po’ a chiacchierare con le vecchie signore, sentiva la vite e la forza che scorrevano sotto le ruvide scorze dei grandi alberi; era un sereno, sorridente, nobile vecchio che, nel Settembre del 1973, abbandonò la sua amata camna inglese per ritirarsi definitivamente all’interno del grande affresco che era andato preparando per tutta la vita, e che adesso si riposa nei grandi boschi della Terra di Mezzo.





John Ronald Reuel Tolkien e Clive Staples Lewis:

un’amicizia che cambia la vita


Scrivo di quest’amicizia in quanto spesso non riusciamo a capire cosa spinge un autore a scrivere le sue opere. L’amicizia profonda tra i due scrittori, segnata ed esaltata dalla presenza di Dio, porrà in essere delle situazioni che porteranno a far divenire Tolkien e Lewis due più grandi scrittori della letteratura inglese e mondiale.


Provenienti entrambi da un’infanzia triste e dura, i due giovanotti si trovano ben presto sul fronte francese, nel mezzo di quell’assurdo mattatoio che fu la Grande Guerra. Entrambi ne riportarono ferite fisiche e, soprattutto, morali.

Fa pensare però, un’espressione letta nella sua biografia, di un Lewis che, sorpreso dalla gioia, appena giunto sul campo di battaglia disse “Ecco la guerra. Ecco la cosa di cui scriveva Omero . ”.

Alla fine della guerra, Tolkien e Lewis, nonostante le comuni vicende, ancora non si conoscono. Dovranno aspettare la fine degli anni venti per poter insegnare filologia a Oxford e quindi diventare amici.

E qui entra in campo Dio.

Quando si conoscono, infatti, Tolkien è un fiero cattolico romano. Lo era diventato, ricordo, all’età d’otto anni per volere della madre, e lo sarà fino alla fine; Lewis invece si dibatte ancora nell’ateismo, ma bastano pochi incontri con il più anziano, sereno e maturo Tolkien (già marito e padre di famiglia) perché Jack, come lo chiamavano gli amici, diventi un cristiano militante.

Come spesso capita, l’allievo supera il maestro: pur restando all’interno della chiesa anglicana (e la mancata conversione al cattolicesimo addolorerà l’amico John), Lewis diventerà ben presto uno dei più agguerriti e famosi “Crociati della fede” cristiana in Inghilterra; percorrendo in lungo e in largo l’Inghilterra per sfidare a singolar tenzone (e scongere!) chiunque presenti opposizione al Verbo cristiano.

Concludiamo con Lewis e cominciamo ad analizzare in che modo questa fondamentale amicizia plasma gli animi dei due autori.

I due, entrambi professori e uomini di cultura, non trovando molto interesse per la letteratura dell’epoca (siamo negli anni trenta), si dissero l’un l’altro: proviamo a scrivere noi qualcosa?

Nacquero così le due trilogie: quella ambientata nello spazio, e quella ambientata nel tempo, in un medioevo rivisitato, appunto Il Signore degli Anelli.

Non solo questi amici furono lo stimolo iniziale reciproco, ma furono, l’uno per l’altro, tutto: il pubblico, il correttore di bozze, la critica, il suggeritore .

Per almeno due decenni, ogni giovedì, Tolkien e Lewis, insieme con altri amici, si riunirono in una sala del Magdalen College o in qualche pub, per fare le ore piccole a parlare di letteratura, a leggersi l’un l’altro i propri componimenti, a commentarli, a dibattere su tutto soprattutto a ridere e a scherzare come ogni gruppo di buoni amici che si rispetti. In un’epoca in cui l’Europa è dilaniata dalle dittature e dalle atrocità della guerra mondiale, questo piccolo cenacolo, con metodicità tutta anglosassone, non rinuncia al suo momento rituale di svago settimanale.

Solitamente, molti autori contemporanei solo legati da vincoli d’amicizia, che vivono immersi nel mondo della cultura del loro tempo.

Per Tolkien e Lewis, invece, rispetto al mondo della cultura ed ad un mondo “impegnato” di vivere la cultura, essi si muovono in uno splendido isolamento, al di fuori soprattutto da ogni mondanità. In questo sono facilitati anche dal loro carattere: distrattissimi, informali, privi di senso pratico, stravaganti nel vestire e nell’humour . due uomini quindi fuori del mondo che li circonda.





Nella comunione di esperienze, la tipicità dell’opera Tolkieniana


Come detto pocanzi, l’autore Lewis interpreta il cristianesimo come la “buona battaglia da combattere”, non c’è da stupirsi quindi se tutte le sue opere sono apertamente cristiane, che mirano alla diffusione del Vangelo e al cambiamento interiore del lettore.

Diversamente opera Tolkien.

Anche lui tiene ben presente, di fronte a se, la Bibbia come principale modello letterario. E’ un testo che conosce anche meglio di Lewis, avendo collaborato in piccolissima parte alla stesura della Bibbia di Gerusalemme. Lo ha così ben presente che se sovrapponiamo i contenuti della Bibbia e del Signore degli anelli, e li guardiamo in controluce, troveremo una sostanziale e sorprendente affinità. Una somiglianza, badate bene, di contenuti, perché le forme sono profondamente diverse! Talmente diverse che questa lettura biblica non è accettata da alcuni critici né avvertita da molti lettori. Chi legge Tolkien, infatti, può evitare di riflettere e limitarsi al piacere dell’immaginazione e dei sentimenti. Ma, se riflette, si trova di fronte a numerose e approfondite idee personali sulla storia, sull’etica, sul suo “progetto ideale”, cioè quello di parlare al cuore stesso della religione cristiana senza nominare né Dio, né culti, né preti né Chiese.

Tolkien, nelle sue due opere principali (il Silmarillion e Il signore degli Anelli) ripercorre precisamente il cammino delle sacre scritture: Antico e Nuovo Testamento. Lo ha fatto volutamente? Certamente no. Ricordiamoci che Tolkien scrive per se e per pochi altri suoi amici, non certo per gli “specialisti” o gli 2intellettuali”, ne tantomeno per le masse.

Lo ha fatto coscientemente? Su richiesta dello stesso autore (almeno da ciò che si evince dal suo epistolario), cerchiamo di non invadere troppo il campo più privato ed interiore dell’artista.

Come scrisse in una sua lettera: “ . solo l’angelo custode di ognuno di noi, oppure Dio stesso, è in grado di svelare la vera relazione che c’è tra i fatti personali e le opere di un autore”.

E’ difficile però non cogliere la somiglianza tra Iluvatar, l’Uno, il creatore di Varda, la terra degli dei, colui che diede vita ai Valar, e che dal più virtuoso di loro, Melkor, fu ingannato; e Dio, il creatore dell’intero universo, che diede vita e forma agli angeli, i portatori della luce, e cha dal più bello e splendente, Lucifero, fu tradito. Difficile non notare le caratteristiche dei protagonisti del Signore degli Anelli, tanto affini e mortali a quelle degli apostoli; come Frodo, il portatore dell’anello e del flagello del mondo, dovette abbandonare la comnia per il bene della stessa e del mondo intero.

In definitiva, Tolkien scrittore cattolico? Difficile dire di no .



















Il Signore degli Anelli


Chi non conosce la trama di questa grande opera, magistralmente riprodotta a livello cinematografico con il film “Il Signore degli Anelli” ?

Certo, alcuni di voi avranno sicuramente pensato ad un’altra trilogia ambientata in un mondo surreale, simile a “Guerre stellari”, il cui unico scopo è di raggiungere vendite stratosferiche ai botteghini. Purtroppo per loro, a differenza di quanto si può evincere dall’opera del grande schermo, il Signore degli Anelli è molto di più.

Per capire di cosa stiamo parlando, riassumo brevemente la trama di quest’opera:


“Un mondo immaginario, la Terra di Mezzo, è minacciato dalla distruzione e schiavitù da un oscuro demone, Sauron. Questo ha la necessità di recuperare un anello del potere, il più forte, l’Unico, per poter ristabilire il proprio potere e assoggettare così tutti i popoli della Terra di Mezzo. L’Unico finisce invece nelle mani di un misero nanerottolo, un Hobbit, tale Frodo Baggins. Il potere dell’anello nono può essere sopraffatto, perché capace di rispondere solo al suo oscuro creatore, chiunque quindi tenterà di utilizzarlo sarà inevitabilmente controllato dal regno delle tenebre.

Tenuto un breve consiglio tra le razze dell’alleanza creatasi per contrastare la nuova sorgente del male, si decide di distruggere l’Anello nello stesso luogo in cui venne forgiato: il Monte Fato. Dunque Frodo, aiutato da alcuni amici tra i quali altri Hobbit e il vecchio mago Gandalf, deve cercare di distruggere l’Anello, gettandolo nelle viscere del Monte.



Molte avventure e molti incontri con personaggi e popoli, ora favorevoli ora ostili, accomneranno Frodo e i suoi amici (La cosiddetta Comnia dell’Anello) prima che le sorti della Terra di Mezzo giungano al termine.”


Dunque una sorta di ricerca al contrario, perché qui l’oggetto non deve essere trovato ma è presente sin dall’inizio e deve essere distrutto.

Cosa potrebbe spingere quindi a leggere Il Signore degli Anelli? La permeazione d’etiche cattoliche? Il semplice gusto per il genere fantasy, al quale l’autore di certo non appartiene?

In definitiva: a chi piace Tolkien?


Secondo me, piace a chi ama gli Hobbit, tipici dell’atmosfera celtica;


piace a chi ama la natura e i viaggi, per il realismo con cui l’autore rappresenta i paesaggi e per l’abilità stilistica con cui li rende suggestivi;


piace a chi ha un carattere “conviviale”, sicuramente più agli adulti che ai giovani;


piace agli appassionati della lettura, a coloro che non ritengono una perdita di tempo dedicare almeno un paio d’ore al giorno ai libri;


piace a chi ha un animo di poeta: canzoni e poesia abbondano in Tolkien così come i nomi evocativi;


piace ai “dotti”, ai cultori della storia, della linguistica, della mitologia;


piace agli idealisti e ai politici: conversioni e corruzioni esistenziali, alleanze, tradimenti, piani, consigli, mediazioni diplomatiche, discussioni ideologiche, sono descritti con un realismo completamente assente nel resto della letteratura fantasy;


piace agli spirituali, ai moralisti: il raggiungimento di uno scopo giusto, per cui vale la pena sacrificarsi e morire, in questi tempi di anti-eroi, è pressoché fondamentale;


piace a coloro che amano sognare, che vedono la Terra di mezzo come un luogo reale, nel quale rifugiarsi e sentirsi a casa propria;


per quanto importi . . . piace a me!



Il protagonista dell’opera: Frodo Baggins


Nel cominciare a parlare di questo personaggio, protagonista in chiave epica del romanzo, occorre premettere un fatto incontestabile, riconosciuto dallo stesso tolkien: Frodo ha fallito.

Chiunque abbia visto il film, che in quei fotogrammi riproduce fedelmente il libro, si accorge che Frodo, giunto alla bocca del monte Fato, non trova il coraggio di gettare l’anello nelle fiamme, avendo percepito l’immenso potere di cui questo potrebbe rivestirlo. A lui era stato chiesto di fare del proprio meglio, portando l’anello là dove nessun altro avrebbe mai potuto portarlo, ed infine di distruggerlo. Venuto meno il coraggio e la forza d’animo, occorre l’inaspettato aiuto di un criminale, Gollum, affinché l’anello, se pur accidentalmente, finisca nelle viscere del monte Fato.

In una lettera del ’56, Tolkien afferma l’impossibilità per Frodo di cedere l’anello, specialmente nel momento in cui, per essere sul monte Fato, esso aveva il massimo potere. Tolkien offre poi una spiegazione in chiave religiosa, citando, sono parole sue: “l’ultima misteriosa richiesta del Padre Nostro: - non indurci in tentazione, ma liberaci dal male -. Una richiesta di qualcosa che non può succedere è senza significato. Esiste la possibilità che la tentazione vada al di là del potere del singolo “. Inoltre, ciò rende il romanzo molto più realistico di una semplice fiaba nella quale l’eroe del bene vince sempre.


Ma torniamo al nostro protagonista, e cerchiamo di analizzare gli aspetti positivi che questo presenta all’interno della storia.

Frodo Baggins, lio adottivo di Bilbo Baggins, precedente portatore dell’anello, appartiene alla razza degli Hobbit, degli omini piccoli che . ma facciamoci descrivere dallo stesso Bilbo, in occasione del suo compleanno, la popolazione degli Hobbit:


“ Gli Hobbit vivono e coltivano i quattro decumani della Contea da centinaia di anni, contenti di ignorare ed essere ignorati, dal mondo della “gente Alta”. Dopotutto, poiché la terra di mezzo è piena di numerose strane creature, gli Hobbit devono sembrare di scarsa importanza, non essendo né rinomati come grandi guerrieri, né considerati tra i più saggi. In effetti, alcuni hanno osservato che l’unica vera passione degli Hobbit, è il cibo, un’osservazione ingiusta, visto che abbiamo anche sviluppato un profondo interesse nel preparare la birra e nel fumare l’erba pipa. Ma dove il nostro cuore veramente palpita, è la tranquilla, silenziosa buona terra coltivata, perché tutti gli hobbit hanno amore per le cose che . crescono. Eh si, senza dubbio agli altri i nostri modi appaiono pittoreschi, ma oggi più che mai sono fermamente convinto che non è una brutta cosa festeggiare una vita . semplice! ”




Come avete potuto notare, quindi, le caratteristiche “razziali” di Frodo sono la tranquillità e la semplicità. Come ha potuto allora compiere dapprima un viaggio a Gran Burrone, fortificazione degli elfi, e poi alle pendici del monte Fato, nel cuore della terra di Mordor? Perché Frodo, come d’altronde Bilbo, non è un Hobbit normale. Ha ereditato da Bilbo la conoscenza della lingua elfica, delle abitudini dei nani, delle fattezze dei draghi, insomma, sa che nel mondo non esistono solamente gli Hobbit, ma ci sono luoghi molto meno felici e sicuri della Contea, dove la legge del più forte è l’unica ad essere in vigore. E’ un ragazzo temprato nel carattere, con il gusto dell’avventura, con le conoscenze giuste, che non riflette troppo nel mettere a repentaglio la propria vita per salvare ciò che più ama, la Contea. Un altro elemento costitutivo importante per capire l’animo di Frodo, è la compassione: la dimostra nei confronti del povero vecchio Bilbo a Gran Burrone, soprattutto la dimostra nei confronti di gollum,la malvagia e perfida creatura che cerca solo di impossessarsi dell’anello. Fondamentale per tutto il racconto è questo piccolo episodio, nel quale Frodo risparmia la vita alla debole creatura che cercava di compiere un agguato nei confronti dei piccoli Hobbit. Risparmia la vita perché guardando Gollum per la prima volta, si accorge della situazione in cui verte la creatura: ha solo avuto la sfortuna di trovare l’anello, fonte di immane crudeltà, che lo ha posseduto e sconvolto, rendendolo ciò che è. Compiendo questo gesto, permette a Gollum di guidarli, anche se con l’inganno, alle pendici del mondo fato, risolvendo l’incertezza di frodo di gettare l’anello, strappandolo letteralmente dalle mani dell’Hobbit e gettandosi nelle viscere della montagna.

Chi l’avrebbe mai detto che a salvare la terra di mezzo dall’oscuro potere di Sauron non fosse un prode guerriero, un saggio re o un avventuroso stregone? E’ stato un piccolo, semplice, debole Hobbit, che con le sue sole forze è riuscito ad evadere le serrate linee del nemico.

Ciò a dimostrare che la salvezza viene dagli ultimi, non dai potenti.



Tolkien e la Letteratura Europea


Alcuni, nel parlare di Tolkien come se fosse uno scrittore, minimizzano le opere da lui redatte e banalizzano l’autore, ponendolo allo stesso livello di autori fantasy da libreria, come Terry Brooks.

Si chiedono infatti, perché leggere Tolkien quando abbiamo opere di veri “autori” e scrittori, quali D’Annunzio, Pascoli, Verga, Leopardi ecc.

Tutti gli autori sopraccitati hanno vissuto durante la loro vita eventi che hanno profondamente segnato la loro poetica ed il loro stile di vita: famiglie difficili, deformità, morte prematura dei cari ecc.

Forse è proprio questo che manca a Tolkien: un avvenimento della sua vita talmente sconvolgente da attirare l’attenzione degli studiosi e del pubblico.

Evidentemente, il fatto di aver vissuto una vita tutto sommato tranquilla, anche se con la morte prematura del padre ed una guerra mondiale di mezzo, non è un requisito sufficiente a renderlo “leggibile”.

Ha scritto un romanzo bellissimo, correlato da decine e decine di altri testi favolosi, e oltretutto non ha paura di far trapelare un Credo in Cristo forte come la roccia. Forse a qualcuno non va giù che tale romanzo sia adatto agli adulti quanto ai ragazzi e bambini.                                                                                                                                  Penso che sia dall’epoca di Dante che Dio non rientri, almeno sullo sfondo, nella grande letteratura europea. E pensare che Tolkien era solo un Inglese .































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