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APULEIO



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APULEIO

VITA

Apuleio, che non ha un praenomen, è lio di un ricco duumviro. Nacque a Madaura, in Algeria, intorno al 125 d.C. Grazie al suo De magia o Apologia sappiamo che dopo aver studiato a Cartagine grammatica e retorica si trasferì ad Atene per gli studi filosofici. Successivamente trascorse a Roma un periodo di tempo esercitando l’avvocatura. Era devoto ad Euscalpio, il dio greco della medicina, e si fece iniziare ai misteri di Eleusi e probabilmente a quelli di Iside. Dopo essere approdato a Oea, nel 155-l56, sposò la ricca vedova Pudentilla, ma venne citato in giudizio dai parenti con l’accusa di averla sedotta attraverso le arti magiche. Per difendersi scrisse la celebre orazione Apologia. In seguito, si recò a Cartagine e dal 170 d.C. non si hanno più sue notizie; morì probabilmente dopo il 177 d.C.


APOLOGIA O DE MAGIA




È l’unica orazione giudiziaria che si possiede dopo il periodo di Cicerone. Venne pronunciata da apuleio nel corso di un processo tenutosi nel 158 o nel 159. apuleio aveva infatti sposato Pudentilla, una ricca vedova, madre di Ponziano, che morì poco dopo le nozze. Il fratello della donna, per tutelare gli interessi del secondo lio Sicinio Pudente, presentò contro Apuleio l’accusa di magia, che l’autore avrebbe utilizzato per sedurre la futura moglie ed impadronirsi dell’eredità. La seconda accusa, quella di aver ucciso il Ponziano, venne subito abbandonata. Il crimen magiae poteva provocare la condanna a morte, ma anche se non si hanno notizie certe dell’assoluzione di Apuleio, si tende a propendere per questa versione. Il discorso è condotto da Apuleio con un linguaggio brillante, ure retoriche e antitesi. Utilizza, infatti, numerose digressioni e citazioni, per dimostrare la sua superiorità intellettuale. Afferma che la magia non era altro che lo studio delle scienze naturali e devozioni religiose. L’argomento principale dell’autodifesa era probabilmente il testamento di Pudentilla che nominava suo erede il lio e non Apuleio. L’Apologia, tuttavia, lascia un’impressione di indeterminatezza: Apuleio sembra più collegato a pratiche di stregoneria che allo studio delle scienze o alle pratiche religiose.


FLORIDA

Quest’opera ci tramanda il ritratto di Apuleio “avvocato”. Il titolo può significare “cose fiorite” o “Florilegio” e l’opera narra la posizione dell’autore dopo il suo ritorno a Cartagine. È compostola 23 brani estratti da discorsi e conferenze che apuleio aveva tenuto su svariati argomenti (politica, religione, filosofia). I criteri della scelta antologica sono sconosciuti. Sono un documento interessante per osservare la multiforme cultura e la versatilità dell’autore. Anche se non c’è profondità di pensiero, vi è un’ottima conoscenza delle tecniche di comunicazione.


TRATTATI FILOSOFICI

Affronta problematiche più profonde negli scritti filosofici. Gli studiosi tendono ad assegnargli tre trattati: il De deo Socratis, il De Platone et eius domate e il De mundo, scritti durante la sua permanenza a Roma. Forti perplessità si nutrono circa il Perì hermenéias. I primi 3 trattati sono un documento importante sugli sviluppi del platonismo e ci danno un quadro verosimile degli interessi religiosi ed intellettuali di Apuleio.


DE DEO SOCRATIS

È la trattazione più completa circa l’esistenza dei demoni nella storia della letteratura latina e può essere definito un trattato di tipo divulgativo. Apuleio riteneva che il messaggi più importante che Socrate voleva lasciare ai posteri fosse la presenza del dàimon che ha il compito di esortare gli uomini a ricercare la verità. Per dimostrare l’esistenza dei demoni, l’autore ricorre ad uno studio sistematico. Secondo apuleio, i demoni sono esseri razionali, divinità intermedie tra gli dei e gli uomini; abitano nell’animo di ogni essere umano o hanno assunto la forma di Lemuri (spiriti dei morti, non le scimmie), Lari o Mani, oppure sono entità incorporee, come Sonno o Amore. Sono gli interpreti delle preghiere, rendono possibili i miracoli dei maghi e le profezie sul futuro. L’autore delinea così un universo abitato da forze misteriose, indecifrabili per i sensi umani. Apuleio, tuttavia, sembra dimenticare il vero pensiero di Socrate per il quale il dàimon non era altro che la voce della coscienza.


DE PLATONE ET EIUS DOGMATE

È un compendio di dottrine filosofiche, una sorta di manuale scolastico per non specialista, come si può dedurre dalle semplificazioni che Apuleio fa della materia filosofica. In quest’opera, dopo aver trattato la biografia dell’autore, Apuleio scrive una sintesi della fisica e dell’etica platoniche; la parte di logica viene omessa, probabilmente in quanto giudicata materia troppo ardua per l’autore. Apuleio, talvolta, attribuisce a Platone tesi estranee al filosofo.


DE MUNDO

È un adattamento di un’opera greca scritta un secolo prima da un autore anonimo, chiamato Pseudo-Aristotele. Apuleio segue l’opera piuttosto liberamente, introducendo riferimenti riguardanti la vita romana, adatti al proprio pubblico. Il trattato narra di cosmologia e di teologia, in base alla quale si sofferma su Dio e sulla sua funzione di mantenere in vita ogni cosa. Per Apuleio l’unico modo per accedere a Dio è la meditazione.


LE METAMORFOSI

Le Metamorfosi è il romanzo più significativo di Apuleio, è stato composto in epoca tarda, probabilmente per evitare che gli accusatori si servissero di certi episodi narrati come una conferma delle pratiche di stregoneria dell’autore. Secondo Agostino il vero titolo dell’opera era “L’asino d’oro”, anche se i manoscritti ci inducono a credere che il titolo fosse Metamorfosi o Metamorphoseon libri. Il titolo indicato al plurale si spiga dal fato che non solo il protagonista subisce delle trasformazioni: altri personaggi, come Telifrone e Psiche, subiscono trasformazioni fisiche e/o spirituali nel corso della storia. L’opera si articola in 11 libri, numero insolito, probabilmente riferito al numero di giorni previsti per l’iniziazione ai misteri di Iside.




TRAMA

La caduta (libri I-III). Lucio narra in prima persona il racconto. Egli si reca in Tessaglia e abita presso l’usuraio Milone, la cui moglie, Panfila, è una maga. Lucio inizia una relazione amorosa con una schiava, Fotide. Una sera, tornando a casa ubriaco, scorge tre briganti e li trage con la spada. Viene catturato e processato; il giudice lo condanna e lo costringe a scoprire i corpi dei briganti, che risultano essere tre otri sgonfi e bucati. Viene così schernito dalla folla e decide di tornare a casa. Fotide cerca di consolarlo promettendogli di farlo assistere alle magie della signora. Così Lucio assiste alla trasformazione di Panfila in un gufo. Gli chiede allora a Fotide di aiutarlo a compiere lo stesso atto di magia, ma ella sbaglia unguento e Lucio si trasforma in un asino. L’unico rimedio per ritornare uomo è mangiare rose.

Punizioni e prove; la favola di Amore e Psiche (libri IV-VII,14). L’asino viene rubato e usato come animale da soma da un gruppo di ladri ed è costretto a seguirli fino a quando arriva in una caverna di montagna. Qui fallisce il tentativo di fuga con la giovane Carite, ma insieme a lei Lucio viene successivamente liberato da Tlepolemo, fidanzato di Carite, che sconge i ladroni e porta con sé l’asino. Successivamente vi è la novella di Amore e Psiche, che occupa i libri V e VI e viene raccontata nella caverna dalla vecchia cui è stata affidata Carite. Psiche, spinta dalle malvagie sorelle, cerca di scoprire l’aspetto dell’amante, Amore, che non ha mai visto. Trasgredendo il divieto, quindi, la ragazza cerca di contemplarlo nel sonno: tuttavia, una goccia d’olio della lampada che tiene in mano risveglia Amore che fugge via. Psiche, allora, è costretta a superare 4 prove, imposte dalla madre di Amore, Venere, per riottenere il suo amore.

Nuove prove e punizioni (libri VII,15-X). Tlepolemo muore a causa di un rivale e Carite si lascia morire sulla tomba dell’amato. Lucio cambia numerosi padroni ed infine giunge presso due fratelli, cuochi di un ricco signore, che lo sorprendono mangiare non la biada, ma i manicaretti destinati al padrone. L’asino deve quindi dare spettacolo delle proprie abilità: il ricco signore, infatti, si diverte molto nel vederlo mangiare come un uomo. Una signora, poi, ammirata dalla sua intelligenza, giace con lui. Appreso il fatto, il padrone progetta di esibire l’asino in un mimo erotico da rappresentare nel teatro di Corinto, ma Lucio riesce a fuggire.

La redenzione di Lucio (libro XI). Lucio giunge, infine, su una spiaggia a Cencrea. Qui si purifica nel mare e invocala luna (Iside), affinché gli ridia forma umana. La dea gli appare in sogno e decide di aiutarlo: l’indomani, infatti, Lucio, durante la processione in onore di Iside, addenta la sospirata ghirlanda di rose e riacquista sembianze umane. Alla fine, il sacerdote gli spiega il senso della trasformazione, che coincide anche con la morale del romanzo: chi si abbandona ai vizi e alla curiosità rinuncia alla ragione; solo la misericordia e la religione possono salvarlo. Lucio si consacra al culto della dea.


LETTERATURA E FOLKLORE

Il tema dell’uomo che si trasforma in animale era stato utilizzato da molti scrittori precedenti: vi è, ad esempio, la metamorfosi narrata nell’Odissea dei comni di Ulisse, ad opera della maga Circe, ma anche le favole di Fedro popolate da animali parlanti, fino a giungere al poema metamorfico di Ovidio.


LE FONTI

Nel Prologo, Lucio afferma che la storia che sta per raccontare è una fabula Graecanica, ossia l’adattamento di una favola greca. L’originale è andato perduto, l’autore viene identificato con l’appellativo di “Lucio di Patre”. Questo romanzo fu probabilmente ridotto di circa metà da Luciano di Samosata nel Lucio o l’asino. Questo narra di un uomo che vuole trasformarsi in un uccello e che, per colpa di una sua serva che scambia le ampolle, diventa un asino; dopo molte peripezie, riesce a ritornare uomo, mangiando un cespo di rose. Apuleio trasse da questo racconto numerosi spunti per la sua opera: della vicenda dell’uomo-asino, alle magie della padrona di casa, ma anche la ricerca delle rose e la minaccia dell’accoppiamento tra l’asino e una donna.


LA NOVITA’ DI APULEIO

Apuleio non si limitò a riprendere la storia da fonti greche: egli decise, infatti, di modificare la storia per meglio esprimere il suo messaggio. L’opera di Luciano di Samosata aveva implicazioni serie, ma allo stesso tempo non dava spazio a una vera morale: lo scopo del racconto era il puro divertimento dei lettori. Anche Apuleio nell’esordio sembra promettere una narrazione divertente, ma questo livello di lettura coabita con una dimensione più seria e pensosa. Non a caso, infatti, Apuleio colloca al centro dell’opera l’exemplum di Amore e Psiche, fortemente collegato alla storia del protagonista Lucio: sia Psiche che Lucio sono costretti a are per la propria curiosità. Nel testo di Luciano, poi, l’asino riusciva a sfuggire all’accoppiamento con la signora, ritornando uomo, dopo aver mangiato i petali di rosa; una volta però tornato uomo la donna si rifiuta di amarlo. La conclusione di Apuleio è ben diversa: la redenzione di Lucio è strettamente collegata a significati mistico-religiosi.




L’INTERPRETAZIONE ISIACA DELLE METAMORFOSI

Nell’ultimo libro, il tono si alza, ma il ritmo narrativo rallenta, in modo da rappresentare più dettagliatamente la teologia e le cerimonie connesse al culto di Iside. L’approdo alla fede isiaca è il compimento dell’itinerario di Lucio: la salvezza, infatti, si raggiunge non con la ragione, ma attraverso la fede. La base ideologica delle Metamorfosi è un connubio tra la filosofia platonica e i culti egizi. Già nel De Iside et Osiride di Plutarco si legge che l’asino è l’animale di Seth, uccisore di Osiride. Seth è ostile a Iside e di conseguenza quando Lucio si trasforma in asino passa sotto il domino del male e solo Iside riuscirà a salvarlo. Questa interpretazione platonico-isiaca va, però, accolta con cautela, in quanto Apuleio scrive per un pubblico romano piuttosto impreparato nei confronti della teologia isiaca, che sarebbe quindi rimasto spiazzato da una lettura strettamente basata sui culti egizi.


LUCIO E LE SUE COLPE

Apuleio presente Lucio come un giovane di buona famiglia, che vanta tra i propri antenati lo scrittore Plutarco. Possiede un carattere curioso, che lo spinge a conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti, anche quelli connessi alla magia. Egli, infatti, vuole conoscere i segreti della magia attraverso la relazione con la schiava Fotide. Molti cercano, invano, di metterlo in guardia contro queste pratiche, come, ad esempio, Birrena ed Aristomene. Lucio, però, non presta ascolto a questi avvertimenti e di conseguenza, a causa della sua eccessiva curiosità, viene trasformato in asino. La sua colpa è quella di voler conoscere anche attraverso la magia: non è così che si può conquistare la conoscenza del cosmo e di dio. Si deve poi discutere se considerare una colpa gli appetiti erotici di Lucio. Il sesso libero appariva agli occhi degli antichi in modo diverso rispetto a noi, educati da secoli di morale cristiana; tuttavia, nell’epilogo del romanzo, il sacerdote di Iside rivelerà a Lucio che i suoi dolori sono stati “lo sciagurato prezzo da are a un’infausta curiosità dopo che ti sei abbassato a piaceri da schiavo”. Il fatto da cui tutte le sue sventure sono iniziate è proprio il suo legame con la schiava Fotide. La sua prima colpa è quindi la curiosità, mentre la lussuria può essere considerata una colpa secondaria.


LA FAVOLA DI AMORE E PSICHE

Questo racconto è posto al centro del romanzo e Apuleio dedica alla novella due libri abbondanti: essa finisce per essere una sorta di romanzo nel romanzo. Il tema dell’amore fra Eros e Psiche aveva radici nella cultura classica. Già Platone aveva descritto nel Fedro e nel Simposio l’attrazione dell’anima verso il divino destata da Amore. Le prime rappresentazioni di Psiche si trovano in pitture di Pompei, nel I secolo d.C. Il mito viene però narrato per la prima volta da Apuleio, intrecciato ad altri di provenienza popolare. Egli, infatti, aveva recuperato una leggenda che narrava di una sposa a cui era proibito guardare il marito: ella infrange la proibizione e lo sposo fugge. La ragazza lo cerca, ma potrà unirsi a lui solo dopo aver superato delle prove, impostele da una maga. Apuleio è stato il primo a dare il nome di Amore e Psiche ai due amanti e ad affidare al racconto una vera e propria morale. Ciò che accade a Psiche, infatti, è analogo a quello che succede a Lucio. Psiche si è lasciata fuorviare dalle sorelle e, vinta dalla curiosità, infrange il divieto. Deve sottoporsi a quattro prove ed, infine, al cospetto di Proserpina riceve un vasetto, con l’ordine di non aprirlo. Vinta di nuovo dalla curiosità, lo apre e cade in un torpore, da cui però viene liberata da Amore.


UN RACCONTO AUTOBIOGRAFICO

Nel finale è presente un fondo autobiografico. Lucio ottiene la liberazione vicino a Corinto: in quel luogo esisteva veramente un tempio di Iside che apuleio conosceva di persona. Sempre nel libro conclusivo, il sacerdote si rivolge a Lucio definendolo l’uomo di Madaura, mentre fino ad allora egli si era detto nativo di Corinto. Riaffiora così sotto le spoglie di Lucio lo stesso Apuleio, invitato da Osiride “a dedicarsi all’esercizio dell’avvocatura e a non temere le diffamazioni dei malvagi, causate dalla dottrina acquisita con lunghi e faticosi studi”.


STILE

I ritmi e i costrutti del romanzo ci rimandano allo stile “asiano”: esso è particolarmente legato all’uso di allitterazioni, assonanze e omeoteleuti, che un retore come Apuleio utilizzava largamente nei suoi discorsi. Talvolta l’autore si sofferma sui singoli particolari, ornandoli e dilatandoli nel tempo. sul piano del lessico, accanto a termini ricercati convivono nel testo espressioni popolari. Utilizza termini poetici affiancati a neologismi e grecismi. Apuleio risulta così uno scrittore capace di suscitare illusioni e sensazioni verbali, fin quasi a ipnotizzare i lettori.







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