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AULO PERSIO FLACCO - Pag 243: LA VERA FONTE DELL’ISPIRAZIONE POETICA



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AULO PERSIO FLACCO

Text Box: Coliambo: è un tipo di verso, detto anche scazonte, cioè zoppicante, nel quale al posto dell’ultimo giambo (u_)  c’è un trocheo (_u)Vita: Nasce nel 34 a Volterra (Pisa) da una ricca famiglia equestre, ma già alla giovane età di sei anni rimane orfano del padre e cresce allevato da quattro donne (famiglia patriarcale) che lo viziano e lo proteggono dalla corruzione del mondo esterno, facendolo vivere come sotto una campana di vetro. Già a 12 anni si reca a Roma per studiare retorica e viene anche a contatto con la filosofia stoica frequentando la scuola di Anneo Cornuto e facendo così la conoscenza di Cesio Basso e Trasea Peto. La sua educazione lo porta a condannare categoricamente i vizi per seguire invece una vita altamente morale e virtuosa. Pur crescendo estraneo alla realtà, sa cosa succede e condanna severamente ogni comportamento immorale, denunciando la corruzione. Muore giovanissimo, nel 62, all’età di 28 anni; i suoi amici raccolgono gli scritti ma gli unici che vengono pubblicati sono i 14 coliambi e 6 satire, con il permesso di Anneo Cornuto.

Satire: sono in tutto 650 versi raccolti in sei satire di diversi argomenti:

1^ satira        Text Box: Scopo del<a href=la satira in diversi autori: Caio Lucilio scrive delle satire di costume, criticando le tradizioni di un popolo e comportamenti precisi; Orazio scrive delle satire bonarie, con le quali vuole semplicemente intrattenere il suo interlocutore in modo amichevole perché sa di essere come gli altri." v:shapes="_x0000_s1027">Ha la funzione di proemio ed è di argomento letterario; in essa Persio si scaglia contro tutti i poeti: i moderni sono superficiali e scrivono solo per ottenere un guadagno, spesso limitandosi a declamare i potenti, che pensano a vestirsi bene, si atteggiano, sono vanitosi, obbediscono ai “bisogni del ventre” e sono come dei papalli o delle gazze, senza alcuna ispirazione, si limitano a ripetere le parole che vengono loro dette sperando di ottenere un premio in cambio. Esprime poi il suo progetto poetico e la funzione che per lui assume la poesia, che deve essere di esempio, espressione stessa della morale e fustigatrice dei costumi.

2^ satira        Sulla falsa religiosità: la religione è, secondo Persio, sinonimo di superstizione e falsità, perché gli uomini pregano perché siano loro concesse delle grazie, usando gli dèi come se fossero al loro servizio, in modo utilitaristico.

3^ satira        Sulla virtus stoica: in essa, Persio condanna l’immoralità, rivolgendosi ad un giovane ricco che vive nel lusso ed invitandolo a dedicarsi alla vita morale, chiedendosi quali sono gli obiettivi a cui l’uomo deve tendere, che si identificano nella ricerca della moralità; usa lo stoicismo per indicare la vita vera.

4^ satira        È una satira contro gli uomini politici: la politica è per Persio un’arte importante per il bene della popolazione, ma non deve essere usata per un tornaconto personale. L’esempio che porta è quello di Socrate e Alcibiade (che partecipa alla guerra del Peloponneso, pronipote di Pericle): il primo, infatti, consiglia al secondo di non cercare l’approvazione della folla, perché il politico deve usare il proprio potere per migliorare la vita morale della popolazione.

5^ satira        Dice che la vera libertà non è quella politica, bensì quella da se stessi, dalle passioni che schiavizzano l’uomo, ben più difficile quindi da ottenere. In essa analizza anche le tragedie(in particolare quelle di Atreo e di Agamennone) e in generale critica la letteratura che si serve della mitologia, cioè di un mondo di leggende per rappresentare la realtà, che però è ben diversa.

6^ satira        Predica un uso moderato dei beni, dicendo che non si deve eccedere in alcun modo, un po’ come la mediocritas di Orazio. I beni infatti per Persio vanno usati cum grano salis.

In generale, Persio si scaglia su tutti gli uomini, avendo un atteggiamento pessimistico verso la società che gli impedisce di credere nella natura positiva dell’uomo; si rivolge infatti a pochi eletti che la pensano come lui.

Per quanto riguarda la lingua, dice di prediligere il verba togae e ore modico, cioè un linguaggio modesto, comune, senza eccessi (la toga è il vestito del popolino), perché i suoi insegnamenti possano arrivare a tutti, ma in realtà farà il contrario, divenendo ermetico e facendo uso di accostamenti insoliti, che egli chiama iuncturae acres, simili alla sinestesia, cioè all’accostamento di due parole appartenenti a due ambiti diversi. Usa un linguaggio polisemico, nel senso che le parole hanno diversi significati, perciò per lui si parla di varietà linguistica (linguaggio semplice, ma con grecismi, barbarismi, neologismi, alcune parlate Text Box: Iuncturae acres e callidae iuncturae: Anche Orazio si serviva delle cosiddette callidae incturae, ma erano accostamenti divertenti, strani ma in senso positivo, furbi; inoltre egli lo faceva per essere razionale, quindi usa accostamenti ricercati in senso classico, senza apportare sconvolgimenti nella rappresentazione, anche perché scrive nel periodo del dominio di Augusto, che è il fautore della pax. Persio invece vuole rappresentare le contraddizioni della realtà in cui vive, con un atteggiamento volutamente anticlassico, critico ed ermetico: la letteratura è per lui lo specchio della realtà, che lui vede “dalla finestra”, perché non ha la possibilità di fare esperienze proprie.

eleganti, auliche e letterarie) e stilistica. Di lui si è detto che usa un linguaggio fin troppo costruito che per questo risulta freddo. Il suo è anche definito un linguaggio “terapeutico” ofisiognomico, in quanto unisce l’aspetto fisico con quello morale, per esprimere il pallentes mores, che per sinestesia indica il pallore proprio di un organismo malato, che in questo caso è la moralità. L’eleganza tuttavia è misurata, studiata apposta per provocare interesse nel lettore.



Lo stile è “concettoso”, “barocco”, ma non in senso negativo, solo come sinonimo di complicato e denso di concetti, usato per dare il senso delle contraddizioni tra la realtà e l’intendimento etico.

L’obiettivo di Persio è quello di trasmettere i valori morali, ma, essendo pessimista, non crede nella riuscita del suo intento, concentrandosi solo su una società di eletti filosofi stoici.

Choliambi: [v. analisi sotto]


Pag 243: LA VERA FONTE DELL’ISPIRAZIONE POETICA

Analisi testuale: Il metro usato è il trimetro giambico scazonte, formato da cinque giambi e un trocheo. Persio qui affronta il tema dell’ispirazione poetica, criticando gli antichi che la attribuivano ad una magica fonte sul monte Parnaso, chiamata Ippocrene, nata da un colpo di zoccolo del cavallo Pegaso: si credeva, infatti, che chi si fosse bagnato nelle sue acque avrebbe ricevuto il dono di essere un poeta. Qui Persio rivendica la sincerità della sua ispirazione poetica, che viene dalla realtà, e dichiara di rifuggire il servilismo, al contrario dei suoi contemporanei, che egli paragona a papalli e a gazze, perché ripetono quello che hanno imparato senza una sincera ispirazione, ma solo per ricevere un “premio”, un guadagno; il loro risultato è una poesia superficiale, scritta solo per farla piacere al pubblico. Il linguaggio usato è oscuro, ermetico e con molte ure retoriche. I primi quattro versi sono ricchi di assonanze ed allitterazioni (ricorrente il suono p). Persio si definisce semiano per falsa modestia.

Traduzione

Né io ho bagnato mai le labbra alla fonte del ronzino

né mi ricordo di aver sognato sul Parnaso che ha due cime,

per diventare improvvisamente poeta.

Io lascio ad altri le abitatrici dell’Elicona e la pallida Pirene

delle quali le edere flessibili lambiscono le immagini;

io semiano

porto la mia poesia sugli altari dei cantori.

Chi ha fatto ripetere al papallo il suo “salve”

e chi ha insegnato alla gazza a tentare le nostre parole?

Il ventre maestro di arte ed elargitore di ingegno (poetico),

artefice nel seguire le voci negate.

Che se rifulgerà la speranza del denaro ingannatore

potresti credere che poeti corvi e poetesse gazze

cantino il nettare di Pegaso.


Analisi sintattica

Cavallino: è ironico, indica un ronzino, meno nobile dell’equus, e indica Pegaso, il cavallo alato donato da Poseidone a Bellerofonte, eroe greco che sconfisse Medusa e le Amazoni.

Il onte di cui si parla è il Parnaso, monte della Focide che ha due punte: Cirra dedicata a Apollo e Nisa a Dioniso. Su di esso si narra che vivessero le muse, protettrici delle arti: Calliope della poesia, Clio della storia, Euterpe della poesia simbolica, Eràto della poesia amorosa, Polinnia degli inni religiosi, Melpomene della tragedia, Talìa della commedia, Tersicore della danza e Urania dell’astronomia.

Memini: perfetto logico; così come anche odi e novi, esiste solo nei tempi derivati dal perfetto perché richiamano il passato (ricordare, odiare, sapere).

Utsic: proposizione consecutiva, nella quale sic è posposto per ragioni di metrica.

Pallidamque Pirenen: sinestesia; il pallore è riferito ai poeti che si sforzano di scrivere poesie senza avere una sincera ispirazione.

L’Elicona è un altro monte, in Beozia, sacro alle Muse, mentre Pirene indica un’altra mitica fonte, a Corinto, simile all’Ippocrene.

Chaere è una parola greca, che equivale al nostro “ciao”.

Docuit: regge il doppio accusativo, della cosa insegnata e della persona a cui si insegna.

Sirefulserit: periodo ipotetico (protasi).

Cantare: proposizione infinitiva.

Credas: apodosi del precedente periodo ipotetico, espressa con un congiuntivo potenziale.







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