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Curzio Rufo



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Curzio Rufo


Nulla, tranne il nome, conosciamo di Quinto Curzio Rufo, autore di un’opera intitolata Historiae Alexandri Magni in dieci libri, giuntaci mutila dei primi due e del proemio. Altre lacune si incontrano poi nei libri successivi.


L’unica indicazione utile per collocare l’autore si trova in un passo di stile lussureggiante e concettoso della sua stessa opera.

Il legame con la narrazione e il significato del passo sono espressamente chiariti nei paragrafi precedenti: la morte di Alessandro provocò bella civilia e la frantumazione dell’imperium, che avrebbe potuto reggersi esclusivamente sotto il comando di uno solo. Allo stesso modo, prosegue l’autore, il popolo romano deve essere grato al nuovo princeps, che ha salvato l’unità dello stato in un momento di grave pericolo e di smarrimento, quando si era sull’orlo di una nuova guerra civile.

Attraverso l’uso del verso caligare alcuni studiosi hanno ipotizzato un riferimento a Caligola, morto assassinato nel 41. Il princeps sotto cui il mondo sarebbe tornato a “rinverdire” e a “fiorire” sarebbe dunque Caligola. Curzio Rufo avrebbe allora scritto la sua opera nell’età di Caligola, portandola a conclusione nei primi mesi del regno di Claudio: di qui l’inserzione del passo elogiativo nelle ultime ine delle Historiae.


La collocazione dell’opera negli anni del principato di Caligola e di Claudio sembra in ultimo confermata anche dall’interesse e dalle polemiche proprio allora suscitati dalla ura di Alessandro, proposto ufficialmente da Caligola come il più alto modello di sovrano, additato al contrario dagli esponenti del ceto senatorio come il massimo esempio di tirannide.

L’opera narra la vita e le imprese di Alssandro Magno dall’ascesa al trono fino alla morte. Stante la dispersione dei primi due libri, il racconto ha per noi inizio nella primavera del 333: Alessandro ha già da tempo abbandonato la Macedonia e si appresta all’immane scontro con l’imperatore persiano Dario, che viene gravemente sconfitto ad Isso ed è costretto alla fuga, mentre i famigliari cadono prigionieri dei Macedoni.




Con l’opera di Curzio Rufo la storiografia latina fa il suo ingresso nei territori fino ad ora poco esplorati del romanzo esotico e avventuroso. Protagonista non è più il popolo romano o uno dei suoi rappresentanti ma un eroe macedone che si inoltra gradualmente nelle regioni ignote di un mondo barbaro e remoto, completamente diverso da quello noto agli occidentali: Curzio Rufo sa apare la curiosità dei lettori senza cadere nel gusto sfrenato dei mirabilia, conservando almeno nelle intenzioni il distacco e l’imparzialità dello storico.

Il racconto, sempre mosso e piacevole, ricco di excursus etno-geografici, di discorsi, di epistole, di accurate e pittoriche descrizioni di paesaggi, di vivaci ritratti umani, obbedisce al canone ellenistico della varietà.

Al centro degli avvenimenti campeggia la ura epico-romanzesca di Alessandro Magno, straordinario nei vizi e nelle virtù, dunque generoso e crudele, spietato e clemente.


Lo stile di Curzio Rufo è nel complesso piano e scorrevole, con una sintassi che richiama Livio, dichiaratamente modello per alcuni discorsi.

Le Historiae di Curzio Rufo andarono presto ad alimentare il fascinoso romanzo sul sovrano macedone, influenzando direttamente il Romanzo di Alessandro, un’opera in lingua greca che circolò liberamente in Oriente e che aebbe successo nel medioevo.









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