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DION



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DION

DIONE

1. De Dionis multis bonis a natura datis.

1. Le molte qualità di Dione, concesse dalla natura.

Dion, Hipparini filius, Syracusanus, nobili genere natus, utraque implicatus tyrannide Dionysiorum. Namque ille superior Aristomachen, sororem Dionis, habuit in matrimonio; ex qua duos filios, Hipparinum et Nisaeum, procreavit totidemque filias, nomine Sophrosynen et Areten; quarum priorem Dionysio filio, eidem, cui regnum reliquit, nuptum dedit, alteram, Areten, Dioni. 2 Dion autem praeter nobilem propinquitatem generosamque maiorum famam multa alia ab natura habuit bona, in his ingenium docile, come, aptum ad artes optimas, magnam corporis dignitatem quae non minimum commendat, magnas praeterea divitias a patre relictas, quas ipse tyranni muneribus auxerat. 3 Erat intimus Dionysio priori, neque minus propter mores quam affinitatem. Namque etsi Dionysii crudelitas ei displicebat, tamen salvum propter necessitudinem, magis etiam suorum causa studebat. Aderat in magnis rebus, eiusque consilio multum movebatur tyrannus, nisi qua in re maior ipsius cupiditas intercesserat. 4 Legationes vero omnes, quae essent illustriores, per Dionem administrabantur; quas quidem ille diligenter obeundo, fideliter administrando crudelissimum nomen tyranni sua humanitate leniebat. 5 Hunc a Dionysio missum Carthaginienses suspexerunt, ut neminem umquam Greca lingua loquentem magis sint admirati.




Dione, lio di Ipparino, nato da nobile famiglia, e implicato in entrambe le tirannidi dei Dionisi. Infatti quello più anziano ebbe in matrimonio Aristomache, sorella di Dione; e da questa procreò due li, Ipparino e Niseo ed altrettante lie, di nome Sofrosine ed Arete; e di queste diede la prima da sposare al lio Dionisio, allo stesso, cui lasciò il regno, l’altra Arete a Dione. Ma Dione oltre la nobile parentela e l’illustre fama degli antenati ebbe dalla natura molti altri beni, tra questi un carattere disponibile, affabile, adatto alle ottime arti, un grande portamento del corpo, che non conta pochissimo, inoltre grandi ricchezze lasciate dal padre, che egli aveva aumentato coi doni del tiranno.

Era intimo di Dionisio primo, e non meno per costumi che per parentela.
Infatti anche se gli dispiaceva la crudeltà di Dionisio, tuttavia lo desiderava salvo per la parentela ed ancor più a causa dei suoi.
Era presente nelle grandi cose, e dal suo consiglio il tiranno era molto guidato, se in qualche cosa non era intervenuta una sua cupidigia.
Ma tutte le delegazioni, che fossero un po’ importanti, erano organizzate per mezzo di Dione; egli davvero affrontandole diligentemente, organizzando fedelmente con la sua cortesia leniva il crudelissimo nome del tiranno. I Cartaginesi guardarono costui mandato da Dionisio, (così) che mai hanno ammirato nessuno mai che parlasse in lingua greca.





2. De Dionis comitate.

2. Amabilità di Dione.

Neque vero haec Dionysium fugiebant; nam quanto esset sibi ornamento, sentiebat. Quo fiebat, ut uni huic maxime indulgeret neque eum secus diligeret ac filium; 2 qui quidem, cum Platonem Tarentum venisse fama in Siciliam esset perlata, adulescenti negare non potuerit, quin eum accerseret, cum Dion eius audiendi cupiditate flagraret. Dedit ergo huic veniam magnaque

eum ambitione Syracusas perduxit. 3 Quem Dion adeo admiratus est atque adamavit, ut se ei totum traderet. Neque vero minus ipse Plato delectatus est Dione. Itaque cum a tyranno crudeliter violatus esset, quippe quem venum dari iussisset, tamen eodem rediit eiusdem Dionis precibus adductus. 4 Interim in morbum incidit Dionysius. Quo cum gravi conflictaretur, quaesivit a medicis Dion, quemadmodum se haberet, simulque ab his petiit, si forte maiori inesset periculo, ut sibi faterentur: nam velle se cum eo colloqui de partiendo regno, quod sororis suae filios ex illo natos partem regni putabat debere habere. 5 Id medici non tacuerunt at ad Dionysium filium sermonem rettulerunt. Quo ille commotus, ne agendi esset Dioni potestas, patri soporem medicos dare coegit. Hoc aeger sumpto ut somno sopitus diem obiit supremum.

Né queste cose sfuggivano a Dionisio; infatti capiva quanto gli fosse di onore. Perciò accadeva che a costui solo accondiscendeva moltissimo e lo amava non diversamente che un lio; e tanto che  questi addirittura, quando era stata portata in Sicilia la notizia che Platone era giunto a Taranto, non poté negare al giovane che lo invitasse, poiché Dione bruciava dal desiderio di ascoltarlo. Diede quindi a costui il permesso e con grande sfarzo lo condusse a Siracusa. Ma Dione tanto lo ammirò e lo amò, da darsi tutto a lui. Ma non meno lo stesso Platone fu allietato per Dione.
E così essendo stato oltraggiato crudelmente dal tiranno, che aveva addirittura ordinato di darlo in vendita, tuttavia ritornò nello stesso luogo spinto dalle preghiere dello stesso Dione. Essendosi questi (Dionisio) ammalato gravemente, Dione chiese si medici come stesse e nello stesso tempo domandò, se per caso ci fosse un maggiore pericolo, che glielo dichiarassero: infatti (diceva che) voleva parlare con lui sul dividere il regno, perché pensava che i li di sua sorella nati da lui dovevano avere una parte del regno. I medici non tacquero ciò, ma riferirono il discorso al lio Dionisio. Egli turbato da ciò, perché non ci fosse possibilità di agire per Dione, costrinse i medici a dare una bevanda al padre. Il malato, presa questa, come assopito nel sonno incontrò l’ultimo giorno.



3. De Dionis et Dionysii simultate.

3. Lo scontro di Dione e Dionisio.

Tale initium fuit Dionis et Dionysii simultatis, eaque multis rebus aucta est. Sed tamen primis temporibus aliquamdiu simulata inter eos amicitia mansit. Cum Dion non desisteret obsecrare Dionysium, ut Platonem Athenis arcesseret et eius consiliis uteretur, ille, qui in aliqua re vellet patrem imitari, morem ei gessit. 2 Eodemque tempore Philistum historicum Syracusas reduxit, hominem amicum non magis tyranno quam tyrannidi. Sed de hoc in eo libro plura sunt

exposita, qui de historicis Graecis conscriptus est. 3 Plato autem tantum apud Dionysium auctoritate potuit valuitque eloquentia, ut ei persuaserit tyrannidis facere finem libertatemque reddere Syracusanis; a qua voluntate Philisti consilio deterritus aliquanto crudelior esse coepit.

Tale fu l’inizio dello scontro di Dione e Dionisio, e quello aumentò per molte cose. Ma tuttavia nei primi tempi l’amicizia simulata rimase tra loro.
poiché Dione non desisteva dal pregare Dionisio di far chiamare Platone da Atene e servirsi dei suoi consigli, egli, che in qualche cosa voleva imitare il padre, glifece a suo modo. Nello stesso tempo condusse a Siracusa lo storico Filisteo, uomo non meno amico del tiranno che della tirannide. Ma su questo parecchie cose sono state scritte in quel libro, che è stato scritto sugli storici greci.
Platone tuttavia tanto poté per autorevolezza presso Dionisio e fu efficace per eloquenza, che lo persuase a porre fine alla tirannide e restituire la libertà ai Siracusani; ma distolto da questa volontà per consiglio di Filisteo cominciò ad essere alquanto più crudele.



4. De Dionysii invidia in Dionem.



4. Invidia di Dionisio per Dione.

Qui quidem cum a Dione se superari videret ingenio, auctoritate, amore populi, verens, ne,

si eum secum haberet, aliquam occasionem sui daret opprimendi, navem ei triremem dedit, qua

Corinthum deveheretur, ostendens se id utriusque facere causa, ne, cum inter se timerent, alteruter alterum praeoccuparet. 2 Id cum factum multi indignarentur magnaeque esset invidiae tyranno, Dionysius omnia, quae moveri poterant Dionis, in navis imposuit ad eumque misit. Sic enim existimari volebat, id se non odio hominis, sed suae salutis fecisse causa. 3 Postea vero quam audivit eum in Peloponneso manum are sibique bellum facere conari, Areten, Dionis uxorem, alii nuptum dedit filiumque eius sic educari iussit, ut indulgendo turpissimis imbueretur cupiditatibus. 4 Nam puero, priusquam pubes esset, scorta adducebantur, vino epulisque obruebatur, neque ullum tempus sobrio relinquebatur. 5 Is usque eo vitae statum

commutatum ferre non potuit, postquam in patriam rediit pater - namque appositi erant

custodes, qui eum a pristino victu deducerent -, ut se de superiore parte aedium deiecerit atque ita interierit. Sed illuc revertor.

Ma poiché questi si vedeva essere superato da Dione per ingegno, autorevolezza, amore del popolo, temendo che, se lo teneva con sé, dava qualche occasione di ucciderlo, gli diede una nave trireme, con cui esser trasportato a Corinto, mostrando che faceva ciò per entrambi, perché, temendo reciprocamente l’uno non anticipasse l’altro.
Ma poiché molti si indignavano per tale fatto e che era di grande avversione per il tiranno, Dionisio pose sulle navi tutte le cose di Dione che potevano essere trasportate e gliele inviò. Così infatti voleva che si pensasse, che non aveva fatto ciò per odio del personaggio, ma a causa della sua salvezza. Dopo che sentì che lui nel Peloponneso preparava un manipolo e tentava di fargli guerra diede Arete, la moglie di Dione, da sposare ad un altro ed ordinò che il lio di lei fosse educato così che, indulgendo, fosse imbevuto delle passioni più turpi. Infatti al ragazzo, prima che fosse giovinetto, venivano portate delle prostitute, era riempito di vino e pranzi, e nessun tempo era lasciato per (essere) uno sobrio. Egli, a tal punto non poté sopportare lo stato di vita cambiato, dopo che il padre tornò in patria – infatti erano state messe delle guardie, che lo distogliessero dal primitivo stile di vita -, che si buttò dalla parte superiore del palazzo e così morì.
Ma ritorno al punto.



5. De Dionis reditu et victoria contra Dionysium.

5. Ritorno e vittoria di Dione contro Dionisio.

Postquam Corinthum pervenit Dion et eodem perfugit Heraclides ab eodem expulsus Dionysio, qui praefectus fuerat equitum, omni ratione bellum are coeperunt. 2 Sed non multum proficiebant, quod multorum annorum tyrannis magnarum opum putabatur. Quam ob causam pauci ad societatem periculi perducebantur. 3 Sed Dion, fretus non tam suis copiis quam odio tyranni, maximo animo duabus onerariis navibus quinquaginta annorum imperium, munitum quingentis longis navibus, decem equitum centumque peditum milibus, profectus oppugnatum quod omnibus gentibus admirabile est visum, adeo facile perculit, ut post diem tertium, quam Siciliam attigerat, Syracusas introierit. Ex quo intellegi potest nullum esse

imperium tutum nisi benevolentia munitum. 4 Eo tempore aberat Dionysius et in Italia classem

opperiebatur adversariorum, ratus neminem sine magnis copiis ad se venturum. 5 Quae res eum

fefellit. Nam Dion iis ipsis, qui sub adversarii fuerant potestate, regios spiritus repressit

totiusque eius partis Siciliae potitus est, quae sub Dionysii fuerat potestate, parique modo urbis

Syracusarum praeter arcem et insulam adiunctam oppido, 6 eoque rem perduxit, ut talibus

pactionibus pacem tyrannus facere vellet: Siciliam Dion obtineret, Italiam Dionysius, Syracusas

Apollocrates, cui maximam fidem uni habebat Dionysius.

Dopo che Dione giunse a Corinto e lì si rifugiò Eraclide espulso dallo stesso Dionisio, che era stato capo dei cavalieri, con ogni sistema cominciarono a preparare una guerra. Ma non progredivano molto, perché la tirannide di molti anni era giudicata di grandi potenze. Per tale motivo in pochi erano indotti ad una alleanza di pericolo. Ma Dione, confidando non tanto nelle sue forze, ma nell’odio del popolo, partito per conquistare ciò che a tutti i popoli sembrò straordinario, con grandissimo coraggio con due navi da carico, abbattè facilmente  un potere di cinquanta anni, rafforzato da cinquecento navi da guerra, da dieci migliaiaa di cavalieri e cento migliaia di fanti, tanto che dopo due giorni, da quando aveva toccato la Sicilia, entrò a Siracusa. Da ciò si può capire che nessun potere è sicuro se non fortificato dalla benevolenza.
In quel tempo Dionisio era lontano ed in Italia aspettava la flotta degli avversari, pensando che nessuno sarebbe venuto contro di lui senza grandi forze.
Ma quella realtà lo ingannò. Infatti Dione con quelli stessi, che erano stati sotto il potere dell’avversario, represse le arroganze del re e s’impadronì di tutta quella aprte della Sicilia, che era stata sotto il potere di Dionisio, ed in pari modo della città di Siracusa, eccetto la rocca e l’isola congiunta alla città e portò la cosa al punto che il tiranno voleva fare la pace con tali patti: Dione tenesse la Sicilia, Dionisio l’Italia, Apollocrate Siracusa, per il quale, unico, Dionisio aveva massima fiducia.



6. De subita commutatione fortunae.

6. Improvviso cambiamento della sorte.



Has tam prosperas tamque inopinatas res consecuta est subita commutatio, quod fortuna

sua mobilitate, quem paulo ante extulerat, demergere est adorta. 2 Primum in filio, de quo

commemoravi supra, suam vim exercuit. Nam cum uxorem reduxisset, quae alii fuerat tradita

filiumque vellet revocare ad virtutem a perdita luxuria, accepit gravissimum parens vulnus morte filii. 3 Deinde orta dissensio est inter eum et Heraclidem; qui, quod ei principatum non

concedebat, factionem avit. Neque is minus valebat apud optimates, quorum consensu

praeerat classi, cum Dion exercitum pedestrem teneret. 4 Non tulit hoc animo aequo Dion et

versum illum Homeri rettulit ex secunda rhapsodia, in quo haec sententia est: non posse bene geri rem publicam multorum imperiis. Quod dictum magna invidia consecuta est. Namque

aperuisse videbatur omnia in sua potestate esse velle. 5 Hanc ille non lenire obsequio, sed

acerbitate opprimere studuit Heraclidemque, cum Syracusas venisset, interficiundum curavit.

Un improvviso cambiamento seguì queste così prospere e impensate cose, perché la fortuna con la sua mobilità, quello che poco prima aveva innalzato, cominciò a sommergere. Prima esercitò la sua violenza nel lio, di cui ho parlato sopra. Infatti avendo ripresa la moglie che era stata data ad un altro e volendo richiamare il lio alla virtù da una dissolutezza sfrenata, ricevette come padre una gravissima ferita con la morte del lio.
Poi nacque un dissenso tra lui ed Eraclide; e questi, poiché non gli concedeva il primato, preparò una fazione. Né egli valeva meno presso gli ottimati, col cui consenso era a capo della flotta, mentre Dione teneva l’esercito di fanteria. Dione non sopportò questo con animo sereno e riferì quel famoso verso di Omero dal secondo canto, nel quale c’è questa frase: che uno stato non può essere bene governato dal potere di molti.
Ma un grande odio seguì quel detto.
Infatti sembrava avesse dichiarato che voleva che tutto fosse in suo potere.
Egli non cercò di lenire questo (odio) con condiscendenza e fece uccidere Eraclide, quando giunse a Siracusa.




7. De Dione tyranno facto.

7. Dione diventato tiranno.

Quod factum omnibus maximum timorem iniecit: nemo enim illo interfecto se tutum putabat. Ille autem adversario remoto licentius eorum bona, quos sciebat adversus se sensisse, militibus dispertivit. 2 Quibus divisis, cum cotidiani maximi fierent sumptus, celeriter pecunia deesse coepit; neque, quo manus porrigeret, suppetebat nisi in amicorum possessiones. Id eiusmodi erat, ut, cum milites reconciliasset, amitteret optimates. 3 Quarum rerum cura frangebatur et insuetus male audiendi non animo aequo ferebat de se ab iis male existimari, quorum paulo ante in caelum fuerat elatus laudibus. Vulgus autem offensa in eum militum voluntate liberius loquebatur et tyrannum non ferendum dictitabat.

Ma quel fatto incusse grandissimo timore in tutti: nessuno infatti, essendo stato ucciso quello, si credeva sicuro. Egli poi, allontanato l’avversario, spartì troppo arbitrariamente i beni di coloro, che sapeva aver provato risentimenti contro di lui. E divisili, essendo grandissime le spese quotidiane, celermente il denaro cominciò a mancare; né c’era a disposizione, dove porre mano, se non nei possedimenti degli amici. Questo era di tal fatta che, mentre si era conciliato i soldati, perdeva gli ottimati. Era affranto dalla preoccupazione di queste cose e non abituato a sentir parlar male non di buon grado sopportava che si pensasse male di lui da quelli, per le cui lodi era stato portato al cielo. Il volgo poi, irritatosi contro di lui l’appoggio dei soldati, parlava piuttosto liberamente e ripeteva che non si doveva sopportare il tiranno.



8. De Callicratis indidiis contra Dionem.

8. Agguato di Callicrate contro Dione.

Haec ille intuens cum, quemadmodum sedaret, nesciret et, quorsum evaderent, timeret, Callicrates quidam, civis Atheniensis, qui simul cum eo ex Peloponneso in Siciliam venerat, homo et callidus et ad fraudem acutus, sine ulla religione ac fide, adit ad Dionem et ait: 2 eum magno in periculo esse propter offensionem populi et odium militum, quod nullo modo evitare posset, nisi alicui suorum negotium daret, qui se simularet illi inimicum. Quem si invenisset idoneum, facile omnium animos cogniturum adversariosque sublaturum, quod inimici eius dissidenti suos sensus aperturi forent. 3 Tali consilio probato excepit has partes ipse Callicrates et se armat imprudentia Dionis; ad eum interficiundum socios conquirit, adversarios eius convenit, coniuratione confirmat. 4 Res, multis consciis quae gereretur, elata defertur ad

Aristomachen, sororem Dionis, uxoremque Areten. Illae timore perterritae conveniunt, cuius de periculo timebant. At ille negat a Callicrate fieri sibi insidias, sed illa, quae agerentur, fieri

praecepto suo. 5 Mulieres nihilo setius Callicratem in aedem Proserpinae deducunt ac iurare cogunt nihil ab illo periculi fore Dioni. Ille hac religione non modo non est deterritus, sed ad

maturandum concitatus est, verens, ne prius consilium aperiretur suum quam conata perfecisset.

Mentre esaminava queste cose non sapendo come sedarli e temendo a che punto sfociassero, un certo Callicrate, cittadino ateniese, che insieme con lui dal Peloponneso era giunto in Sicilia, persona sia furba sia acuta per l’inganno, senza alcun scrupolo e credito, si recò da Dione e disse: che lui era in grave pericolo per l’avversione del popolo e l’odio dei soldati, che non poteva evitare in nessun modo, se non desse l’incarico a qualcuno dei suoi, che si simulasse a lui nemico. Che se avesse trovato uno idoneo, facilmente avrebbe conosciuto gli animi di tutti e avrebbe tolto gli avversari, perché i suoi nemici avrebbero dichiarato i loro sentimenti ad un dissidente. Approvato tale piano, si accolla queste parti lo stesso Callicrate e si arma dell’imprudenza di Dione; cerca alleati per ucciderlo, incontra i suoi avversari e li rassicura con giuramento. La cosa, essendo molti consapevoli di ciò che si combinava, diffusa è riferita ad Aristomache, sorella di Dione ed alla moglie Arete. Esse atterrite di paura sono d’accordo sul pericolo di cui temevano. Ma egli dice che da Callicrate non gli sono tese insidie, quelle cose che si facevano, accadevano su suo ordine. Le donne nondimeno accomnano Callicrate nel tempio di Proserpina e lo costringono a giurare che nulla di pericolo ci sarà da parte sua per Dione. Egli non solo non fu atterrito da questo giuramento, ma fu spinto ad affrettarsi, temendo  che il suo piano fosse scoperto prima che avesse completato i tentativi.





9. De Dionis caede.

9. Assassinio di Dione.

Hac mente proximo die festo, cum a conventu se remotum Dion domi teneret atque in conclavi edito recubuisset, consciis facinoris loca munitiora oppidi tradit, domum custodiis saepit, a foribus qui non discedant, certos praeficit: 2 navem triremem armatis ornat Philostratoque, fratri suo, tradit eamque in portu agitari iubet, ut si exercere remiges vellet, cogitans, si forte consiliis obstitisset fortuna, ut haberet, qua fugeret ad salutem. 3 Suorum autem e numero Zacynthios adulescentes quosdam eligit, cum audacissimos tum viribus maximis, hisque dat negotium, ad Dionem eant inermes, sic ut conveniendi eius gratia viderentur venire. 4 Hi propter notitiam sunt intromissi. At illi, ut limen eius intrarant, foribus

obseratis in lecto cubantem invadunt, colligant: fit strepitus, adeo ut exaudiri possit foris. 5 Hic

autem, sicut ante saepe dictum est, quam invisa sit singularis potentia et miseranda vita, qui se metui quam amari malunt, cuivis facile intellectu fuit. 6 Namque illi ipsi custodes, si prompta fuissent voluntate, foribus effractis servare eum potuissent, quod illi inermes telum foris flagitantes vivum tenebant. Cui cum succurreret nemo, Lyco quidam Syracusanus per fenestras gladium dedit, quo Dion interfectus est.

Con questa idea in un giorno festivo, mentre Dione si teneva lontano dalla riunione in casa e si era riposato in una camera in alto, consegna ai complici dell’impresa i luoghi più fortificati della città, circonda la casa di guardie, incarica dei fidati che non si allontanino dalle porte: allestisce di armati una nave trireme e la consegna a Filostrato, suo fratello e ordina che sia mossa nel porto, come se volesse esercitare i rematori, pensando, se la sorte per caso avesse ostacolato i piani, di avere con che fuggire verso la salvezza. Dal numero dei suoi sceglie alcuni giovani di Zacinto, sia molto audaci che di grandissime forze, ed a questi dà l’incarico di andare inermi da Dione, così che sembrassero venire per incontrarlo. Questi sono introdotti per la conoscenza. Ma quelli, come erano entrati nella sua soglia, chiese le porte, lo assalgono mentre giace a letto, lo legano: c’è un frastuono, tanto che si possa sentire fuori. Qui però, come spesso si disse prima, fu facile da capire per chiunque quanto sia odiosa la potenza di uno solo e miserabile la vita (di coloro), che preferiscono essere temuti che amati. Infatti quelle stesse guardie, se fossero state di volontà pronta, abbattute le porte, l’avrebbero potuto salvare, perché quelli inermi lo tenevano vivo chiedendo un’arma fuori. Ma poiché nessuno accorreva, un certo Licone siracusano diede una spada attraverso le finestre, con cui Dione fu fatto fuori.



10. De Dionis monumento sepulcri.

10. Il monumento sepolcrale di Dione.

Confecta caede, cum multitudo visendi gratia introisset, nonnulli ab insciis pro noxiis conciduntur. Nam celeri rumore dilato, Dioni vim allatam, multi concurrerant, quibus tale facinus displicebat. Hi falsa suspicione ducti immerentes ut sceleratos occidunt. 2 Huius de morte ut palam factum est, mirabiliter vulgi mutata est voluntas. Nam qui vivum eum tyrannum vocitarant, eidem liberatorem patriae tyrannique expulsorem praedicabant.

Sic subito misericordia odio successerat, ut eum suo sanguine ab Acherunte, si possent, cuperent redimere.

3 Itaque in urbe celeberrimo loco, elatus publice, sepulcri monumento donatus est.

Diem obiit circiter annos LV natus, quartum post annum, quam ex Peloponneso in Siciliam redierat.

Perpetrato l’assassinio, essendo entrata la folla per vedere, alcuni vengono uccisi al posto dei colpevoli da chi non li conosceva. Infatti sparsasi la notizia velocemente, che era stata fatta violenza a Dione, erano accorsi molti, a cui tale delitto dispiaceva. Questi spinti da falso sospetto uccidono come colpevoli chi non meritava. Sulla morte di costui come accadde chiaramente, la volontà del volgo fu straordinariamente cambiata. Infatti quelli l’avevano chiamato tiranno da vivo, gli stessi lo proclamavano liberatore della patria e che aveva cacciato il tiranno. Così improvvisamente la compassione era succeduta all’odio, come se desiderassero, se potevano, riscattarlo col proprio sangue dall’Acheronte. E così in città in un luogo frequentatissimo, esaltato pubblicamente fu premiato col monumento del sepolcro. Morì a circa 55 anni, tre anni dopo che dal Peloponneso era ritornato in Sicilia.









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