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Letteratura Latina - L'età preletteraria

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Letteratura Latina



L'età preletteraria



La nascita della Letteratura Latina si colloca convenzionalmente nel 240 a.C., l'anno in cui, secondo la tradizione, Livio Andronico (III sec. a.C.) fece rappresentare il primo dramma in lingua latina.

Il latino come lingua, però, comincia ad essere usato a partire dal VII-VI sec. a.C. per leggi, iscrizioni votive o sepolcrali, iscrizioni su oggetti o brevi componimenti, di cui si è persa traccia.



Le fonti archeologiche hanno portato alla luce basi di statue o "cippi", vale a dire colonnette, recanti iscrizioni in una lingua molto arcaica ma già in caratteri latini e di ordine giuridico o votivo; quelle letterarie, invece, parlano di testi che circolavano presso cerchie ristrette di utenti, come caste sacerdotali o cenacoli aristocratici: si trattava, in questo caso, di registrazioni d'archivio, pubbliche o private, di fatti, eventi o imprese particolari. Oltre al materiale scritto era molto popolare anche una tradizione orale che tramandava, di generazione in generazione, canti e componimenti di vario genere. Questa fase della produzione scritta in lingua latina si definisce come "pre-letteraria".

I primi testi prodotti furono composti e tramandati, in forma scritta od orale, in prosa, ma, per lo più, in poesia, in versi saturni, vale a dire in metri di antichissima origine greca, ma così ben acclimatati nel mondo romano che già nel VII sec. a.C. li si sentì correntemente come indigeni. Il termine che li definisce, carmina, ne indicava la prevalente lettura od esecuzione canora e, soprattutto, continuativa. Caratteristica delle più antiche composizioni era l'abbondante ricorso a ure di suono (allitterazione, omoteleuto, poliptoto, rima, assonanza, consonanza, ecc.), tipicamente italiche e che ne favorivano la celere memorizzazione.

Sotto il profilo giuridico, le leggi delle XII tavole (455-50 a.C.), oggi perdute, furono redatte da una commissione di Decemviri legibus scribundis e, a quanto si sa, esposte nel Foro, finché non si persero, nel 390 a.C., quando gli invasori Galli che occuparono Roma, guidati da Brenno, incendiarono la città. Ricostruite, oggi sono conosciute solo parzialmente e con discutibile attendibilità, grazie soprattutto alle testimonianze di Cicerone e dei giuristi imperiali.

Sul piano religioso si ricordano il Carmen Arvale, per la purificazione dei campi, il Carmen Saliare, eseguito da sacerdoti danzanti con funzioni apotropaiche ed il Carmen Lustrale, ancora di carattere rurale. Erano poi diffusi Carmina popolari o Neniae.

Per quanto concerne la vita pubblica e la società erano diffusi i Carmina Triumphalia, canti derisori verso i generali vincitori, i Carmina Convivalia, intonati nei banchetti aristocratici, tramandato oralmente e di argomento mitologico, in qualche modo ricollegabile alla genealogia delle gentes Romane.

Di pubblico interesse erano poi gli Annales Maximi, i Fasti e le Laudationes Funebres. I primi erano scarni resoconti annuali redatti dal Pontifex Maximus su tavole di legno imbiancate, esposte fuori la sua casa e poi archiviate. Andarono distrutti con l'incendio del 390 a.C.. I Fasti erano il calendario pubblico romano, che annotava i dies fasti, in cui era possibile intraprendere i negotia, i dies nefasti, in cui era obbligatorio astenersi da essi, i dies endotercisi, cioè metà e metà, ed infine i dies comitiales, in cui si potevano riunire le assemblee popolari. Infine le Laudationes Funebres o Elogia erano componimenti in onore di personaggi illustri estinti. Molto famosi sono gli Elogia Scipionum, riportati sui sarcofagi di alcuni membri eminenti della potente gens dei Cornelii Scipiones.

In conclusione, alcuni oggetti recano iscrizioni in latino, come la Fibula di Manios, il Vaso di Dueno, la Coppa di Civita Castellana e la Cista Ficoroni, che in poche righe sintetizzano committenza dell'oggetto, destinatario, produttore, scopo dell'oggetto o singole dediche.

Una personalità sicuramente eminente, in un simile panorama, è Appio Claudio Cieco, censore dal 312 al 307 e console nel 307 e 296 a.C., fu promotore della Via Appia fra Roma e Capua e dell'Aqua Claudia o Appia, imponente acquedotto di Roma. A lui si ascrive una raccolta in versi di Sententiae, brevi ed incisivi motti sapienziali, e la regolarizzazione del rotacismo, vale a dire del processo fonologico che cambiava in "r" tutte le "s" intervocaliche, con poche eccezioni[1]: nomi come Valesius, Fusius o Papisius, cominciarono ad essere scritti Valerius, Furius e Papirius, come già da tempo il popolo li pronunciava.

Anche il dramma, in quanto rappresentazione scenica di attori davanti ad un pubblico, conosce i suoi primi sviluppi in questa fase, attraverso l'evoluzione di produzioni ed usi di varia natura, di carattere indigeno italico. La Farsa fliàcica, definita anche "ilaro-tragedia", prende il nome dai fliàci, che erano gli attori che con buffe maschere ed imbottiture parodiavano i miti tradizionali. Esisteva però anche l'Atellana, che derivava il proprio nome da Atella, un piccolo centro campano, e caratterizzata dall'uso delle maschere e dalla recitazione improvvisata, sulla base di canovacci abbastanza canonici che sviluppavano le storie di personaggi fissi e stereotipati, dai connotati grotteschi e comici. Era composta in versus quadrati, vale a dire formati da quattro metra trocaici o giambici, ed in lingua osca. Autori di prestigio furono L. Pomponio e Novio, di cui ci rimangono solo pochissimi frammenti.  Molto popolari erano i Fescennini versus , il cui nome forse derivava dalla città etrusca di Fescennino, forse dalla parola latina fascinum (= malocchio), caratteristici di feste e ricorrenze popolari, dal gergo estremamente spinto e volgare, con funzioni apotropaiche e propiziatorie. Infine esisteva il Mimo, uno spettacolo lascivo e licenzioso, molto vicino agli odierni varietà,caratterizzato da una forte gesticolazione ed a cui partecipavano anche le donne, con sketch comici, scenette di vita quotidiana, balletti e spogliarelli conclusivi. Il pubblico era sempre numerosissimo ed estremamente rumoroso, composto dagli elementi più disparati della società. Autori di mimi di una certa popolarità furono Publilio Siro e Decimo Laberio.

Per le prime vere rappresentazioni sceniche, secondo la discussa testimonianza liviana, occorre attendere il 364 a.C., con l'istituzione dei ludi scaenici Romani e le danze armoniose, al suono di flauti, dei primi giovani attori, etruschi, in occasione di una pestilenza che colpì Roma, e che ebbero l'intento sia di distrarre il popolo sia di propiziare gli dei. Seguì, nel tempo, l'indizione di altre feste e l'organizzazione di altri ludi (Plebeii, Megalenses, Apollinares, Florales), sempre più, tuttavia, sotto la pressante sorveglianza delle autorità magistratuali statali, che fungevano vuoi da committenti, vuoi da censori delle opere rappresentate. I testi erano composti su richiesta dello Stato, recitati sulla scena dagli stessi autori, supportati poi da comnie dette greges, di attori, definiti histriones, che venivano guidate da un impresario, detto dominus gregis, il quale trattava con i magistrati cittadini e ne otteneva gli appalti scenici. La terminologia teatrale latina ha origini etrusche: histrio<hister; persona (= personaggio)<fersu; ecc..

Sotto il profilo materiale, il primo teatro in pietra a Roma fu inaugurato da Pompeo nel 55 a.C.: fino a quella data, i drammi furono inscenati in strutture provvisorie, per lo più in legno e dalla capienza piuttosto limitata. All'interno di un teatro, gli spettatori occupavano la cavea, la parte suddivisa orizzontalmente in gradinate e sezionata verticalmente in cunei da stretti corridoi di scalette, le cui prime file erano sempre riservate a senatori, cavalieri e notabili locali. Ai piedi della cavea si apriva la scaena, occupata essenzialmente dagli attori e composta sostanzialmente dal pulpitum, il palcoscenico su cui recitavano gli attori, leggermente rialzato rispetto alla cavea, con ai lati due entrate, dette pàrodoi, che nella finzione scenica conducevano da e per il porto o la camna (sinistra) oppure da e per il foro (destra) ed al cui centro si collocava un piccolo altare. Il pulpitum era corredato poi da pannelli lignei dipinti, che rappresentavano l'ambientazione della vicenda: due o tre case, per la commedia; un palazzo o un tempio, per la tragedia. La rappresentazione avveniva a cielo aperto, dalla mattina alla sera, sfruttando le permissive condizioni atmosferiche. L'ingresso a teatro era aperto a tutti e gratuito.

Gli attori che componevano un grex erano generalmente cinque o sei e tutti rigorosamente uomini, giacché alle donne era proibito recitare, per di più privi della civitas, per il fatto che, altrimenti, il loro mestiere li avrebbe macchiati di infamia, privandoli di ogni diritto e prestigio. La recitazione era innaturale ed enfatizzata e forse corroborata con maschere, che permettevano agli uomini specializzati di recitare parti femminili ed a singoli attori di recitare anche più di una parte a seconda della convenienza. In realtà, sull'uso delle maschere a Roma il dibattito è ancora piuttosto aperto, benché i dubbi si concentrino sul primo e più antico teatro: in età sillana pare potersi escludere ogni incertezza. Le opere prodotte si avvalevano di pesanti contributi presi dal teatro greco, attraverso il procedimento della contaminatio[3].

Le trame delle singole opere erano definite fabulae, non erano divise in atti ed erano, perciò, rappresentate in maniera continuativa. Le parti che le componevano si dividevano in deverbia, cioè parti recitate, in senari giambici, cantica, cioè parti liriche, in metri lirici molto complessi, e "recitativi", cioè parti in cui l'attore recitava cantilenando la propria parte, accomnato da un flauto, in settenari trocaici. Le fabuale si suddividevano in:

Fabula palliata: (il pallium era la mantellina della vita quotidiana in Grecia) commedia con personaggi ed ambientazione greci;

Fabula togata: (la toga era la veste della vita quotidiana a Roma) commedia con personaggi ed ambientazione latini;

Fabula cothurnata: (i cothurni erano i sandali molto alti con cui recitavano gli attori greci) tragedia con personaggi ed ambientazione greci;

Fabula praetexta: (la toga praetexta era una veste molto preziosa e caratteristica della nobilitas e dei cittadini più facoltosi) tragedia con personaggi ed ambientazione greci.



Rimasero "s" le consonanti derivanti dalla semplificazione di "ss" (caussa>causa) o quelle che subirono l'influsso della dissimilazione (Caesar, la "r" finale impedì il rotacismo della "s" intervocalica). Col tempo, peraltro, si segnalano anche casi di rotacismo in contesti non intervocalici, in parole come labos ed honos, di cui si sono diffuse forme alternative labor e honor.

Orazio ne apprezzerà l'Italum acetum, cioè la mordacità schiettamente italica, nelle sue Satire (Serm. I, 7, 32).

Gli autori fondevano in singoli drammi, brani, vicende ed espedienti che i loro modelli greci impiegavano in opere diverse. La traduzione non era pedissequa, letterale e passiva (esprimere) bensì artistica, libera e creativa (vertere).




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