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Lucano (39 d.C. – 65 d.C.)

Lucano (39 d.C. – 65 d.C.)


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Lucano (39 d.C. – 65 d.C.)


Non sappiamo molto di questo scrittore. È stato un talento intellettuale come scrittore e come filosofo. Visse contemporaneamente a Seneca (suo zio) e a Petronio. Ebbe un educazione filosofica fondamentalmente stoica; stoicismo però rivisitato in chiave autonoma; atteggiamento eclettico. Differentemente da Seneca aveva il gusto del successo; bello e famoso, entrò alla corte di Roma e godé del pubblico dei vari salotti. Giovanissimo. Le sue sono opere “alla moda” di cui ci serviamo per capire com’era la moda romana del tempo. Innanzitutto scrisse una tragedia, “Medea” (l’aveva scritta anche Seneca), scritta per far piacere a Nerone e al potere. Poi scrisse “La guerra di Troia” (aveva scritto una tale tragedia Nerone, poi ne aveva fatta una parodia Petronio), si capisce quindi che tale tragedia al tempo era una specie di esercizio letterario. I migliori poeti ne scrivevano una (fatte di luoghi comuni, con pochi contenuti interessanti) così, per mettersi alla prova e rivaleggiarsi l’uno con l’altro.

Inoltre, come altri poeti, scrisse “Silvae”, delle poesie d’occasione, per compleanni, feste .

Scrisse poi “Fabulae salticae”, dei libretti per la pantomima. Scrisse quindi tanto, buttava là, mirando al successo.



A un certo punto successe che cadde in disgrazia, probabilmente a causa di Nerone, che era invidioso della sua bellezza e del suo successo. Lucano reagì però in modo diverso da Seneca e Petronio, con il combattimento: aderì per ripicca all’insignificante congiura di Pisone. Quindi, nel 65, come gli altri due, fu costretto al suicidio. Si contrappongo quindi due momenti:

giovinezza brillante e piena di successo

delusione del pessimismo dopo essere stato stroncato nella sua spensierata e felice giovinezza: perse fede in Dio, nella letteratura, in tutto. Si pose nelle stesse posizioni di Petronio, ma non aveva il suo sorriso ironico e deridente, il suo era un pessimismo nero, cupo, terribile.

Noi non lo leggiamo per queste opere minori andate perdute, ma per la “Farsaglia”, un poema epico sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo (il nome viene dalla città di Farsalo). Probabilmente solo i primi 3 libri sono stati scritti quando ancora era nelle grazie di Nerone; gli altri 7 li ha scritti quindi solo in pochi anni, se ne deduce:

abilità di scrittura dello scrittore

volontà di scrivere una grande opera significativa, che compensi anche quello prima (cambiamento profondo).

La storia (non completa, perché dovevano essere 12 libri) arriva fino al suicidio di Catone l’Uticense e alla descrizione del rapporto tra Cesare e Cleopatra. La scelta dell’argomento è significativa: si vuole contrapporre a due autorità nel campo epico: gli “Annales” di Ennio e l’”Eneide”. Il suo scopo è proprio quello di ribaltare l’”Eneide”, per questo sceglie un argomento storico come la guerra e non uno mitico. Si contrappone anche a tutti i poemi epici del suo periodo. Infatti ne venivano scritti molti, anche se a noi non sono arrivati tutti. Piacevano perché:

erano lunghi e si prestavano alla spettacolarizzazione

parlavano di imprese mitiche, lontane, sapevano di esotico, non toccavano i problemi del tempo.

Al tempo di Lucano già altri avevano scritto poemi epici sulla guerra civile, ma in chiave mitica, facendo della storia una specie di fiaba da salotto. Lucano si contrappone a questa tendenza di moda.

I suoi obiettivi erano:

protesta di un uomo deluso contro un’età che non apprezza, contro la moda del tempo. Ciò nonostante non è poesia impegnata. Accusava ma non dava risposte: è questo un pessimismo totale. Per lui siamo vicini all’Apocalisse, alla dissoluzione fisica dell’uomo. Possiamo solo prendere consapevolezza e guardare con disprezzo il mondo mostruoso e in decomposizione (è differente da Petronio, che non è così convinto della dissoluzione dell’uomo e della società, ma semplicemente vede caos nel mondo).

volontà di esasperare il male al massimo. Si vede in due motivi in particolare:

a)       filone politico: accusa alla monarchia che ha indotto i romani a una lotta fratricida scellerata. Forse se non ci fosse stata la guerra civile (un romano contro l’altro) questo non sarebbe accaduto.

b)       Concezione drammatica dell’esistenza: la vita è precaria. Visione di morte e di ripugnante disprezzo (immagini violente e sanguinose di morte e male). Tutto è contraddizione, è conflitto. Tutta la vita è ruina: questo termine torna continuamente, soprattutto nel libro VII, volontà di insistere sui particolari negativi.



Obiettivi che se ne deducono:

far riflettere sulle barbarie a cui è giunta Roma con il passaggio alla monarchia: involuzione, regresso e decomposizione dello Stato Romano.

far riflettere sulla condizione ormai morta e dissoluta dell’esistenza.

L’opera lascia un quesito: in tutto ciò cosa può e deve fare l’uomo per intervenire? È ancora possibile esercitare il libero arbitrio e decidere le proprie scelte? Quesito, questo, già proposto da Virgilio, come per esempio il problema dell’azione in Didone. I tre personaggi rispondono in modo differente:

Cesare: presentato come assetato di sangue e di denaro, spietato e cinico.

Pompeo: presentato contro la volontà dei fatti, come un vecchio imbelle e ormai mediocre.

Catone: eroico suicida.

Ci si chiede quale dei tre atteggiamenti sia più giusto: la via del male, scelta da Cesare, ma che comunque porta all’azione; la nullità di Pompeo; l’eroica rinuncia all’azione di Catone. Non si risponde chiaramente, ma dà a intuire che o si fa come Cesare o come Catone. O si combatte in modo spietato ed inevitabilmente malvagio o si sceglie eroicamente il suicidio.

Virgilio cantava la provvidenzialità della storia, Lucano al contrario deplorava la grandezza della storia. Voleva mostrare che l’”Eneide” era un inganno. Virgilio ha ucciso Roma. Per Virgilio il mondo è sì malato, però credeva nella Provvidenza e vedeva come prova di questa il fatto che da poche capanne si è riusciti a creare un impero. Lucano invece vede solo male nella storia. Non spiega bene cos’è la storia. In generale sembra credere in una “Fortuna” (caso esasperato che domina gli eventi, capriccio); in alcuni punti, tuttavia, parla di “Fatum” (una specie di progetto divino) ed esprime come l’uomo non abbia alcuno potere di fronte ad esso, è una specie di burattino. “Fatum” però comunque diverso da quello di Seneca, non è né buono né comprensibile. Resta la contraddizione filosofica fra “Fortuna” e “Fatum”, che sono inconciliabili: non c’è soluzione, ma probabilmente si pensa che tale duplicità nell’utilizzo dei termini sia data dal fatto che Lucano è uno stoico non più convinto, confuso, che stia a poco a poco perdendo la fede. A complicare il tutto c’è una terza visione, che emerge solo talvolta, secondo la quale l’uomo è unico responsabile delle sue azioni.

Punti di contatto con l’”Eneide”: il VI canto della “Farsaglia” è simile al VI dell’”Eneide”. Nel VI canto dell’”Eneide” Enea scende agli inferi (nékya) e Virgilio usa questo fatto per mettere in bocca ad Enea un discorso provvidenziale. Nel VI canto di Lucano, una maga, Eritto, evoca dagli inferi un morto che predice tutte le disfatte e la dissoluzione di Roma. Un romano vede quindi nella nékya di Enea la giustificazione della provvidenzialità di Roma, Lucano vuole dissolvere questo mito e inoltre dimostrare la fallacità del mito dell’”Eneide”, ormai ovunque venerato a Roma. Inoltre, interessante è a chi viene fatta la profezia? In Virgilio al “Pius Aenea”, lio modello di Anchise, uomo romano fedele alla tradizione, agli dei, alla famiglia; in Lucano, invece, la profezia viene fatta a Sesto Pompeo, “nuovo” modello di romano: dissoluto, lio degenere, privo di valori e di condotta e carattere mediocre.

Ruina cosmica, carattere pessimistico: ogni sfumatura e parola del poema ha su di sé, esasperata, l’idea della morte e del disfacimento. Addirittura si denota un gusto del macabro, un funereo desiderio di morte: per esempio nel IV libro, c’è Vultereo che muore gettandosi in mezzo ai nemici e insieme a lui c’è una specie di suicidio collettivo, esasperato e violento.

Per quanto riguarda i sentimenti, l’amore è descritto come malato, in due modi:

amore ormai fragile, non vitale, come qualcosa di perduto (nasce da uomini oramai finiti, anche fisicamente), come per esempio l’amore fra Pompeo e sua moglie Cornelia. Pompeo, eroe ormai inetto e finito, si rifugia negli affetti famigliari per sfuggire al timore della storia e alla sua incapacità di fronteggiarla: da qui nasce un amore sterile, esasperato e privo anche della fantasia sessuale.

amore “di moda” alla Roma del tempo: malato repellente, sessualmente perverso e immondo, come l’amore di Cleopatra.  Descrive l’amore fra un mostro del male, come Cesare, che si unisce con la regina della perversione immonda, Cleopatra, caratterizzato da un’ebbrezza dei sensi, degenerazione, voluttà carnale eccessiva.



Non esistono altri sentimenti nel poema: né pietà, né amicizia, niente.

Il pessimismo si riscontra anche nelle descrizioni dei paesaggi: macerie, deserto, descritto anche in modo esasperato; sul piano narrativo si poteva fare a meno di tali descrizioni, ma ha una funzione simbolica: rappresenta la desertificazione dell’uomo. I serpenti e tempeste continue sono invece simbolo della degenerazione della società e della vita. Anche la descrizione dell’Italia è significativa: è descritta sempre accentuando il fatto che è abbandonata, che è devastata, si allude, sul piano ideologico, alla dissoluzione delle istituzioni nell’Impero Romano.

Anche nel linguaggio si denota il pessimismo: le parlo “funus” (funereo, funerale) e “ruina” sono usate continuamente, in modo ossessivo.

Personaggi: non ce n’è uno, non esistono i singoli, ma solo scene corali, popolo, masse; Lucano vuole presentare un’intera società che sta degenerando. Ci sono però alcuni personaggi che emergono sugli altri. Questi sono, oltre che a personaggi singoli, anche la personificazione di un concetto, di un prototipo dal valore singolare e universale. Questo è funzionale per proporre il quesito sullo spazio che può avere nel mondo l’azione dell’uomo. Esempi:

Amiclo: barcaiolo nella sua capanna che resta impassibile quando Cesare gli fa irruzione in casa. È questa una possibile soluzione: fuggire dalla storia, uscirne, restarne fuori, impassibili (come i poeti delle “Bucoliche”).

Cesare: trionfo delle forze irrazionali, feroce e crudele; Lucano non gli attribuisce la sua caratteristica più nota, la pietà verso i vinti, che corrisponde a falsità storica. È questa un’altra soluzione: trasformarsi in un essere malvagio e mostruoso, accettando la logica che impone la storia.

Pompeo: uomo finito, lio di un’aristocrazia ormai finita (è differente da Amiclo perché non è fuori dalla storia, è dentro e non sa agire). Pompeo non dà soluzioni, forse ha una forma di riscatto nella morte.

Catone: la sua ura si sintetizza in un verso “la causa vincitrice piacque agli Dei, quella vinta a Catone”. È questa un’altra soluzione: la protesta di chi, in nome di un ideale, sceglie la lotta. In Catone emerge la crisi dello stoicismo di Lucano: Catone è uno stoico, ma dello stoico non ha più la fiducia nella positività della Provvidenza. Esiste un “fatus”, ma non è quello buono di Seneca. Non ci si deve adeguare, come dicevano Seneca e gli stoici, ma lottare ferocemente in una titanica protesta e un’eroica scelta del suicidio.

Gli altri personaggi si possono dividere in due gruppi:

Pompeiani: bravi e buoni, ma sculati, muoiono tutti;

Cesariani: robotici, tutti uguali, assetati di sangue e di denaro, non hanno singolarità e si limitano a copiare il loro capo.

I Cesariani sono un modello prototipico: Lucano dice che le soluzioni sopra citate sono per pochi; la maggior parte dei Romani è destinata a diventare massa, omologazione totale, assoggettata alla ura di uno dei primi (individui a sé).

La “Farsaglia”, con estrema contraddizione con quanto detto, comincia con uno sfacciato elogio a Nerone, che stona del tutto il resto dell’opera. Anche in tale encomio, inoltre, Lucano si riferisce a spunti virgiliani e riprende alcune espressioni del primo libro dell’”Eneide” con le quali Giove parla del destino di Enea. Con tutto ciò Lucano sembra voler dire che la rinascita di Roma non avviene con Augusto, ma con Nerone. In generale si nota che i primi tre libri sono più filo-monarchici, mentre solo dopo comincia il pessimismo totale.

Alcuni critici vedono l’encomio in chiave ironica, come presa di giro di Nerone, questo però torna poco, perché non c’è mai, in tutta l’opera una traccia di ironia, Lucano è differente da Petronio.

Altri considerano l’encomio come un’”introduzione convenzionale”, qualcosa di imposto, però è troppo elogiativo per non essere spontaneo.

Altri ancora, e probabilmente è così, vedono nella Farsaglia un’evoluzione del pensiero di Lucano: l’encomio e i primi tre libri corrispondono al giovane Lucano, che, pur essendo avverso al principato, crede nella politica di Nerone come efficace arma di miglioramento; gli altri sette libri corrispondono alla delusione del giovane stroncato, allontanato dalla corte, che sfocia nel pessimismo. Su questa strada però alcuni critici hanno ecceduto, trasformando l’evoluzione in un cambiamento netto e radicale, parlando di “primo Lucano” e “secondo Lucano”. Comunque la tesi dell’evoluzione è avvalorata dal fatto che l’opera non è conclusa: magari una volta finito Lucano avrebbe modificato anche l’inizio!







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