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Lucio Anneo Seneca - Cordova (Spagna), tra il 4 e il 2 a.C. – Roma, 65 d.C.

Lucio Anneo Seneca - Cordova (Spagna), tra il 4 e il 2 a.C. – Roma, 65 d.C.


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Lucio Anneo Seneca

Cordova (Sna), tra il 4 e il 2 a.C. – Roma, 65 d.C.


POLIGRAFIA: composizioni di tipi e generi diversi. Seneca stesso si occupa di diversi generi tra cui trattati, dialoghi, tragedie, satire (Apocolocyntōsis), epistole morali.

DIALOGORUM LIBRI: dieci opere in dodici libri (il “De ira” in tre libri); raccolta di scritti morali.

Il titolo fa pensare che l’opera appartenga al genere dei dialoghi ma questo non corrisponde alla reale struttura: si parla in prima persona rivolgendosi al dedicatario e s’introducono possibili interventi. Si crea una sorta di dialogo a più voci che avviene però tra Seneca e Seneca. Si discute d’etica e di filosofia secondo la diatriba.

I dedicatari sono politici, persone reali o della sua famiglia, comunque scelto per dare all’opera concretezza e valenza didascalica. Lo scopo è quello di aiutare il lettore a capire.

La struttura è composta dal prologo (spesso contenente una tesi o una finalità), una parte centrale ed un epilogo.

I temi sono vari, soprattutto etici e filosofici.

I carattere principale consiste nella diversità dei generi: vi sono ad esempio tre scritti consolatori (“ad Marciam”, “ad Polybium”, “ad Helviam matrem”) che vertono principalmente su temi morali. Negli altri scritti sono tratti alcuni problemi dell’etica stoica, meno rigorosa e dogmatica rispetto alle dottrine dei fondatori Zenone e Crisippo.




La dedica dà carattere di concretezza e raffinatezza; spesso è rivolta alle amicizie ed ai parenti.

“De providentia”: Gaio LucilioIunione, amico di Seneca, proveniente dal ceto equestre, si chiede perché, se il mondo è retto dalla provvidenza il male va ai migliori e il bene ai peggiori. Seneca fa una precisazione ponendo la domanda nel seguente modo: perché il male colpisce sempre i buoni? L’autore, nel suo disegno di provvidenza, ritiene che ognuno ha un suo destino che deve essere vissuto con coraggio e gratitudine indipendentemente quello che ci riserva. Questo sembra quasi uno scritto consolatorio, scritto probabilmente dopo il ritiro alla vita poetica. Gli argomenti di quest’opera sono principalmente quelli inerenti alla filosofia stoica in cui Zenone affermava che tra destino e provvidenza c’è un’identità.

“De constantia sapientis”: dedicata a Neo Sereno, proveniente dal rango equestre

“De ira”: al fratello: l’Ira era ritenuta da Plutarco la prime tra tutte le passioni; secondo Zenone la serenità nell’animo si può trovare solo con il dominio delle passioni. Per Seneca l’Ira è Insania Brevis, un sentimento impetuoso che se non viene superato diventa impedimento nella realizzazione individuale e sociale del bene.

L’Ira è anche vista come malattia sociale e Seneca la considera “fenomeno naturale indipendente dalla ragione” (in disaccordo con Aristotele). Nell’ultime parte viene affrontato il tema di una terapia contro l’Ira.

“ad Marciam”: prima consolazione, scritta sotto Calligola; dialogo indirizzato a Marzia che aveva perso un lio. Seneca ricorda che la morte è un avvenimento inevitabile.

“De vita beata (felice)”: dedicata al fratello Gallione; Seneca umanizza l’ideale stoico del saggio: l’uomo raggiunge la virtù solo progressivamente, questa ricerca è però continuamente in divenire e non smette mai.

“De otio”: dedicata a Neo Sereno: viene affrontato il problema della natura che ha generato l’uomo sia per la vita attiva che contemplativa. Seneca si propone di convincere i lettori che è legittimo condurre vita appartata (probabilmente scrive quest’opera quando lasciò la vita politica, o comunque si riferisce a quell’avvenimento).

Seneca sente un desiderio di Otium sempre più forte: questo non conduce il saggio ad un ripiegamento egoistico su se stesso ma lo spinge a cercare benefici che vadano bene sempre per più persone.

“De tranquillitate animi”: trattato, l’unico con struttura dialogica; Seneca e Neo Sereno si rivolgono a Seneca stesso per cercare una soluzione alle sue inquietudini. Seneca contrappone l’ideale di tranquillità a queste inquietudini. Solo quando

“De brevitate vitae”: dedicata a Paolino: vi è il tema della brevità della vita con l’intento di indirizzare il lettore verso la filosofia e la conquista della saggezza. La vita è breve solo apparentemente perché la Natura in realtà da una vita sufficientemente lunga ma l’uomo, vivendo in modo sbagliato la rende breve.

“ad Polybium”: dedicata al liberto di Claudio, Polivio per consolarlo della morte del fratello.

“ad Helviam matrem: la più originale, in cui Seneca consola la propria madre Elvia per la sua assenza, durante l’esilio in Corsica voluto da Claudio perché sembra che Seneca abbia assistito ad uno scandalo di corte della sorella di Claudio.


Nella “Consolatio ad Helviam matrem”, sono contenute molte notizie della vita di Seneca, scritte dallo stesso autore. Egli ricorda gli eventi vissuti da bambino che riguardano il rapporto con la madre (parla ad esempio di un viaggio da Cordova a Roma, voluto dal padre, che fa con la zia perché la madre non aveva potuto viaggiare con lui); racconta poi il rapporto affettuoso: si incentra il discorso sulla mancanza dell’affetto del lio che è lontano per problemi politici e questo porta sofferenza. In un altro passo, Seneca ricorda la morte del proprio lio avuto con la prima moglie e ricorda il dolere di sua madre, la nonna di suo lio (dolere della madre sua). Parla qui inoltre di un “nuovo lutto” che è quello della morte del lio, vissuto durante l’esilio che è l’altra morte che sta vivendo.

TRATTATI:

dopo il rientro a Roma dalla Corsica, Seneca compone due trattati; è questo un nuovo momento, un periodo fecondo e lieto perché è utile a qualcuno: diventa precettore di Nerone, per volontà di Agrippina, al quale indirizza i trattati.

“De clementia”: trattato di educazione politica, che definisce come una specie di speculum principis (comuni poi nel periodo di Machavelli); incompleto poiché ci sono giunti solo il primo e l’inizio del secondo libro su tre. Viene raccomandato a Nerone l’esercizio di una virtù, la CLEMENTIA: questa virtù deve essere intesa come mitezza verso i vinti e i colpevoli, era considerata una della qualità fondamentali per chi governa, un dovere morale che assicura anche fama e stabilità del potere. Nel primo libro, il filosofo Seneca elogia le capacità del discepolo Nerone, mostrate fino a quel punto, di governare con mitezza e di moderare l’ira e l’indulgenza verso i sudditi (siamo ancora nella prima parte del principato di Nerone). Il monarca che infatti esercita la clemenza è diverso dal tiranno, temuto per la sua crudeltà ma è anche odiato dai sudditi. Un imperatore clemente invece instaura, con i propri sudditi, un rapporto che è simile a quello del padre con i li, paterno: punisce solo se necessario, evita castighi troppo crudeli che sono di cattivo esempio, e in cambio riceve devozione e fedeltà.



Nell’inizio del secondo libro, dopo aver di nuovo elogiato la moderazione del principe, Seneca definisce la virtù della clemenza come la mitezza che deve essere di chi ha il potere di punire: egli spinge Nerone a non strafare. La mitezza però non deve essere confusa con il perdono perché, dice Seneca, mentre la mitezza risparmia i colpevoli, lo fa non per graziarli ma solo per riportarli sulla retta via (mitezza per insegnare ai sudditi).

“De beneficiis”: altro trattato scritto probabilmente nel periodo in cui Seneca affianca Nerone, datazione comunque incerta.

Nel 58d.C. il principe ricorre ai Beneficia: elargizioni, doni che fa a vantaggio della classe senatoria (come testimonia Tacito nel tredicesimo libro degli Annales), poi estesi anche al popolo. Seneca, preoccupato per gli eccessivi benefici ricorda al principe che la prodigalità è un vizio non consono con la saggezza.

Il problema dei Beneficia si sentiva già da tempo nella politica interna e sociale di Roma, anche perché invertiva e toccava i rapporti che c’erano tra uomini liberi e schiavi. Dopo il senato consulto del 57 d.C., che puniva i liberti colpevoli di poca gratitudine al padrone (vi erano leggi che regolavano i rapporti tra il patrono e il proprio liberto); Seneca propone di risolvere la questione nel modo seguente: educare chi sa elargire i benefici per prevenire l’ingratitudine di chi li riceve (nasce per questo l’opera), in modo che non sia troppo prodigo e non crei aspettative inutili verso chi deve ricevere le elargizioni, che venivano fatte con il frumento (veniva quindi evitato il deficit ma ottenuto il riconoscimento).

Altro problema era quello delle relazioni di amicizia basate sul beneficium: se io sono liberale sono tutti amici, quindi sorge un altro problema che è quello di dover continuare a dare a tutti e di non distinguere più i veri amici. Seneca spera che queste relazioni di amicizia basate sul Beneficium, non più impersonale e politico ma personale, tra familglie, si sostituiranno a poco a poco a strutture ingiuste, frutto dell’iniuria e del caso, che sono un’eredità del passato. Quando il Beneficium viene fatto alla maniera corretta, egli spera che questi nuovi rapporti che si legano con il Beneficium, si vadano a sostituire con i vecchi rapporti di clientelismo. In questa prospettiva avvengono i numerosi appelli di Seneca a favore degli schiavi, così come la sua difesa dei liberti all’interno del consiglio del principe, spingendo lo stesso Nerone ad essere prodigo nei loro confronti.

POESIA SATIRICA (definita anche “zucchificazione di Claudio” o “Apocolocyntōsis”): titolo greco, probabilmente si riferisce alla forma della testa di Claudio. Il vero nome del compositore non si conosce, anche perché essendo un’opera particolarmente satirica nei confronti dell’imperatore appena morto, chi la compose non la firmò: gli studiosi attribuiscono a Seneca quest’opera per lo stile e per il lessico, forse anche perché fu mandato in esilio proprio da Claudio e solo dopo la morte di questo (che fu avvelenato da Agrippina per permettere a Nerone di diventare imperatore, dopo che quest’ultimo aveva ucciso il fratello Britannico) poté rientrare a Roma.

Seneca era diventato per Nerone un personaggio scomodo perché vuole indirizzare Nerone verso un tipo di principato liberale, moderato, ma egli è più portato alla tirannide (anche per questo lo fa suicidare, facendolo risultare complice della congiura dei Pisoni; molto probabilmente Seneca non aveva preso parte neanche alla progettazione della congiura, come non ne sapevano nulla molti altri personaggi ai quali Nerone intima di uccidersi), infatti se all’inizio del suo principato riesce a governare insieme al senato, ad un certo punto, allontana Seneca dalla carica di consigliere e precettore, esautora il senato e poi toglie di mezzo la gran parte dei senatori con la congiura dei Pisoni.

Questa è una satira Menippea, ossia un misto tra prosa e poesia. Questo permetteva maggiore libertà espressiva. Compaiono i tratti dominanti del genere letterario della satira.

Nel Proemio viene concessa piena fiducia ad un auctor (colui che pronuncia il prologo; forse un appiae viae curator) che afferma di aver visto l’anima di Claudio ascendere verso il cielo, così come era accaduto prima per l’anima di Trusiele, sua sorella.

Tutto nasce da questa apoteosi di Claudio che da imperatore diventa una divinità (divus Claudius). ½ è poi la descrizione, all’interno dell’opera, dei fatti che accadono nell’aldilà.

Vi sono tre scene che si svolgono in tre luoghi diversi: la terra, il cielo e l’ade. Nella terra si svolge il prologo (personaggio che vede l’apoteosi di Claudio); in cielo vi è la prima tappa di Claudio dopo la sua morte, dove è riunito il concilio degli dei e dove Claudio viene condannato a passare il resto dell’eternità nell’inferno, nell’ade, che rappresenta il luogo di incontro con le sue stesse vittime e con la sua condanna. Nell’ade è assegnato come schiavo ad un liberto, condannato per l’eternità a giocare a dadi bucati e ad assistere al suo fastoso funerale. Tutto è narrato con una vena satirica pungente.

Nella tradizione satirica rientra un elemento già trattato da Lucilio: il concilio degli dei e la  discussione sulla possibilità o meno di ammettere nuovi dei in cielo (secondo l’apoteosi l’imperatore veniva traslato in corpo e anima in cielo e diventava divinità; Seneca mette in discussione questa certezza).



Lo stile ricorda in alcuni punti Lucilio, soprattutto per i toni polemici ed il linguaggio ingiurioso.

Se non si sa con certezza che quest’opera appartenga a Seneca, è invece sicuro che nel 54 d.C. egli scrisse l’elogio funebre di Claudio, letto da Nerone.


Seneca compose nove tragedie (di argomento romano e greco) più una fabula Praetexta, scritta in occasione del ripudio di Ottavia da parte di Nerone. Questa è un’opera attribuita; le altre si aprono con l’Hercules furens e terminano con l’Hercules Oetaeus, quasi a voler dimostrare la follia dell’uomo trascinato dalle passioni (si può notare lo stoicismo dell’autore).

I temi sono principalmente le passioni e la pazzia umana.

Una caratteristica tipica del barocco romano è rifarsi allo scabroso, al sanguinario, infatti questi componimenti non sono destinati alla rappresentazione scenica ma alla lettura.

Le tragedie sono composte da cinque atti (Ars poetica di Orazio) più il prologo, il coro (funzione ambivalente) che è tipico della tragedia greca e rappresenta il punto di vista della comunità.

Le ure femminili sono Fedra, Medea, Ecuba, Giocasta.

Il prologo dà inizio al dramma e quindi non ha la funzione di anticipare ma di mostrare il punto drammatico della situazione.

Queste opere nascono in Media Res: seguono l’inizio della tragedia.

“NATURALES QUESTIONES”: opera scientifica, dedicata a Lucilio (come l’epistolario ed il De providentia), suo discepolo prediletto.

Argomenti: astronomia, geologia, fisica, meteorologia. L’opera è una grossa enciclopedia con duplice proponimento: intento scientifico e intento morale. Seneca ci vuole informare sullo stato delle conoscenze raggiunte fino a quel momento però utilizza uno scema più filosofico che morale per poter raggiungere la tesi: fa una rassegna delle opinioni più diffuse sull’argomento; esprime un suo giudizio; dopo aver scelto una di queste opinioni, ne propone una lui stesso.

Nel comporre egli è spinto dalla convinzione che l’uomo, attraverso la Natura può innalzarsi alla divinità (l’intento primo è infatti quello di mostrare la via della salvezza attraverso la filosofia: la scienza è subordinata).

Negli ultimi anni, Seneca tenta di fare una ricognizione della conoscenza per ricondurre all’unità tutto il sapere etico. Infatti gli interessa una visione unitaria delle cose, che solo la filosofia conosce. Tenta questa ricognizione con lo scopo di accorpare tutta la conoscenza sotto un unico punto di vista e dimostrare che per farlo, la cosa migliore è la filosofia morale, etica. La conoscenza del mondo fisico è quindi elevazione morale; acquistare questa conoscenza è sollevarsi dalle questioni quotidiane.

L’opera ci è giunta acefala (mancano i primi moduli ed il titolo). I sette libri hanno struttura tripartita: vi è sempre una sezione centrale tra apologhi ed epiloghi di carattere morale.

1° libro: anticipato dalla prefazio in cui Seneca spiega le differenze tra la filosofia e le altre artes. Sono descritti i fuochi celesti (arcobaleno, aloni, meteore ignee . ) e altri fenomeni atmosferici (seleni, paraseleni). L’autore condanna l’uso dello specchio, componente insostituibile di ogni vizio.

2° libro: nella prefazio suddivide .

Nel modulo 7° vi è la confutazione della teoria atomistica e di quella epicurea (Seneca è in antitesi con Lucrezio). Sono descritti i lampi, i tuoni ed i fulmini. Nell’epilogo è spiegato che la conoscenza scientifica aiuta l’uomo a liberarsi dalla paura dei fulmini e della morte.

3° libro: si parla delle acque terrestri. Nei moduli 12° e 13° vi sono riferimenti a Talete (secondo il quele l’acqua era l’elemento più potente), ai quattro elementi per gli egizi, e vi è un’analogia tra la terra ed il corpo umano.

4° libro: tratta delle piene del Nilo e poi (dopo una lacuna) della pioggia, della grandine e della neve (quindi della meteorologia). Nell’epilogo, Seneca si pronuncia contro la golosità ed i vizi contemporanei (si era scoperto ad esempio che la neve poteva essere conservata ed utilizzata a scopo mangereccio).

5° libro: l’argomento è quello dei venti (rose dei venti . ). Nell’epilogo è scritto che questi sono doni della Provvidenza divina, destinati a giovare negli uomini.

6°: l’autore parla dei terremoti (con riferimento a quello avvenuto in Campania nel 62 d.C.) e fa alcune riflessioni sulla morte. Ci spiega fenomeni di vulcanismo ed afferma che i terremoti possono condurre l’uomo alla pazzia. L’epilogo contiene riflessioni sulla necessità di allontanarsi dalla paura della morte.



7°: si parla di comete e vi è un accenno alla possibile verità dell’ipotesi eliocentrica. I moduli 28° e 29° riguardano le comete e contengono un preannuncio a gravi perturbazioni atmosferiche. Nell’epilogo finale vi è una riflessione sulle scuole filosofiche che non progrediscono perché gli uomini non vogliono più progredire nella conoscenza della verità.

Nella prefazione Seneca spiega come la conoscenza universale ha funzione morale perché ha allontanato l’uomo dalle delusioni per elevarsi sopre lo stato mortale.

Scopo educativo ed etico: Seneca vuole far vincere all’uomo le superstizioni che derivano dall’ignoranza riguardo i fenomeni naturali (Lucrezio) e vuole richiamare l’uomo a contemplare l’universo in modo..e puro . . Ecco perché la filosofia è prima tra tutte le artes.


“EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM”: opera più interessante di Seneca scritta nell’ultimo periodo della sua vita, composta da 24 lettere per un totale di 20 libri (secondo Gallio, un grammatico antico, i libri erano 22). L’opera, composta dal momento della vita privata fino alla morte, contiene descrizioni di stati d’animo e riflessioni filosofiche, temi esistenziali di etica e vita pratica (difficoltà dell’autore senza la vita poetica). L’opera è frammentaria, ogni epistola è sganciata dalle altre. Non scrive un trattato perché quella delle epistole è una forma di scrittura più congeniale alla a sistematicità della sua filosofia. Sono presenti argomenti diversi che però sono richiamati in più lettere. ½ sono discorsi del maestro Seneca al suo discepolo Lucilio.

Il tono è quello di una conversazione quotidiana tra amici. L’autore fornisce precetti esponendo riflessioni su argomenti di varia natura: vita, morte, vecchiaia, suicidio, amicizia, vita pubblica, ricerca del sommo bene. Le tesi si susseguono in disordine e l’unico criterio ordinatore è quello cronologico.

Seneca compose un’ opera da cui si aspettava la gloria , l’immortalità. Le sue riflessioni partono dall’osservazione concreta della realtà e sono unificate da un filo rosso: la vita è orientata verso la morte. Bisogna evitare di allontanarsi dall’obiettivo ed i mezzi per farlo sono l’esercizio della virtù e la meditazione.

Riflessione sul TEMPO: è questo il tema che apre la raccolta con l’esortazione a non sprecarlo dietro alle cose vane della vita che è breve (epistole 49°, 93°, 101°). Nelle epistole 12° e 76° troviamo il tema del rapido fluire della vita dell’uomo e della vecchiaia. L’INSENSATEZZA della vita senza l’amore per la sapienza è un tema presente nelle epistole 16°, 17°, 27°, mentre nell’ 89° vi è la divisione delle varie parti della FILOSOFIA con l’individualizzazione dei loro vari compiti. La conquista del SOMMO BENE è un argomento che troviamo in varie epistole (quelle più importanti sono la 31°, la 71°, l’85° e la 118°); in particolare l’epistola 19 contiene il tema del saggio che cerca la tranquillità della vita. Il SAGGIO, per dominare le passioni (epistole 22° e 116°) deve distaccarsi dai beni futili e dalle ricchezze (epistole 14°, 15°, 18°, 62°, 118°), inoltre NON DEVE TEMERE la morte (epistole 4°, 24°, 26°, 30°, 54°). Alcune riflessioni sul suicidio le troviamo nell’epistola 70. Il saggio deve NECESSARIAMENTE far risultare coerenti i fatti con le parole (epistola 20) e deve ricercare la solitudine (epistole 8° e 10°). Infine troviamo riflessioni sulla VITA QUOTIDIANA (epistole 53° e 83°), sulla SCHIAVITU’ (epistola 47) e sul progresso civile (epistola 90).


Il TEMA DEL TEMPO è trattato anche nel “De brevitate vitae”. Seneca afferma che la vita dell’uomo è breve. Il suo pensiero riguardo questo tema si rifà allo stoicismo ed egli porta agli estremi, quasi esasperandoli, gli elementi essenziali del tempo stoico.

Qui la sua analisi ha un taglio morale: il messaggio che vuole dare è quello che non è importante il futuro e non è importante il passato appartenente agli uomini perché le troppe preoccupazioni ed il carattere coscienza impediscono agli uomini di voltarsi indietro. Quindi né il tempo vissuto, né l’ansia della sua fugacità possono essere oggetto di speculazione (S. Agostino). Seneca testimonia che l’angoscia umana è una voce sempre valida ( . ). Questo tema della brevità del tempo è immaginato con tre metafore: il fiume, il punto e l’abisso.


Metafore del tempo: quella del FIUME è la più scontata, utilizzata per indicare il movimento del tempo chiuso in se stesso attraverso la diatesi intransitiva del “fluo” e dei sinonimi “laber” e “curro” ma anche per rendere forza agli effetti del tempo sugli animi e sulle cose. Il fiume, quando è in piena abbatte e porta via ogni cosa; l’acqua è corrosione, violenza travolgente (“rapio”); il fiume è il tempo nel suo corso inarrestabile.

La metafora del PUNTO: il punto è di natura spaziale e contrae la naturale durata del tempo fino a vanificarlo, quindi lo spazio ed il tempo diventano un solo mito (“De brevitate vitae”: non è il tempo breve ma è il modo di vivere che lo rende tale; l’uomo “fa” il punto, contrae la vita, al contrario del saggio che vive invece secondo la filosofia e quindi secondo le sue virtutes.


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