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MODESTIE ESIGENZE DELLA NATURA E INAPPAGABILITA’DEL VIZIO



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MODESTIE ESIGENZE DELLA NATURA E INAPABILITA’DEL VIZIO ( 6. 8 ) LETTERA 60


Mi lamento, litigo, mi adiro. Ancora ti auguri ciò che a te augurò la nutrice, il pedagogo o tua madre? Non capisci ancora quanto male ti abbiano augurato? O come ci sono ostili i desideri dei nostri cari! Tanto più ostili quanto più felicemente si sono compiuti. Ormai non mi meraviglio se ci seguono dalla prima infanzia mali di ogni genere: cresciamo in mezzo alle imprecazioni dei nostri cari. Ascoltino gli dei anche la nostra preghiera disinteressata a nostro vantaggio.

Fino a quando chiederemo qualcosa agli dei come se non ancora noi potessimo nutrirci da noi stessi? Fino a quando riempiremo di sementi i campi delle grandi città? Per quanto tempo un popolo di contadini mieterà per noi? Fino a quando molte navi trasporteranno il necessario per un solo banchetto e per di più non da un solo mare? Un toro si sazia con il pascolo di pochissimi iugeri, una selva sola basta per far mangiare un elefante. L’uomo si nutre dei prodotti della terra e del mare.




Come dunque la natura ha dato a noi un ventre tanto insaziabile mentre ci ha dato corpi così piccoli che vinciamo in avidità gli animali più grandi e più voraci? Quanto è poco quello che viene dato alla natura! Quella si accontenta col poco, non la fame del nostro ventre costa a noi molto ma la fame di mettersi in mostra.

Annoveriamo costoro pertanto come dice Sallustio nel numero degli animali, non di uomini, anzi alcuni nemmeno nel numero degli animali, ma morti. Vive colui che è di utilità a molti e che utilizza se stesso; quelli che sono latitanti e che dormono sono nella loro casa come in una tomba. Di costoro è possibile sulla soglia stessa di casa scrivere il nome sul marmo: vissero morti prima di morire.







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