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Alessandro Manzoni (1785 – 1873)

Alessandro Manzoni (1785 – 1873)


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Alessandro Manzoni (1785 – 1873)

Nasce a Milano nel 1785 da un padre di recente nobiltà, Pietro Manzoni, e da Giulia Beccaria (lia del celebre Cesare Beccarla, autore Dei delitti e delle pene, contro la pena di morte e le torture). Il matrimonio era stato d’interesse, in quanto il patrimonio dei Beccaria era in dissesto. Peraltro Giulia non solo era più giovane di 26 anni, ma nutriva anche idee borghesi, più progressiste di quelle aristocratiche del marito, dal quale infatti si separa nel 1792, unendosi a Carlo Imbonati e trasferendosi a Parigi.

Il lio Alessandro iniziò a studiare presso collegi religiosi (somaschi e bamabiti), ma a 16 anni scrive un poemetto, di ispirazione giacobina, Il trionfo della libertà, dimostrando che l’educazione religiosa ricevuta in quei collegi non aveva avuto alcun effetto su di lui. La sua prima formazione intellettuale fu piuttosto razionalistica e illuministica, anticlericale e antidispotica, influenzata dalle idee che l’impresa napoleonica trapiantò in Italia. In particolare, egli ha ben chiaro, sin dall’inizio, che il poeta deve avere una funzione pedagogica o educativa, pratica e moralizzatrice, strettamente legata alle vicende storiche.




Morto l’Imbonati, Giulia torna in Italia nel 1805 e propone al lio, che accetta, di seguirla a Parigi. In questo periodo, l’opera più significativa del Manzoni è il carme in morte di Carlo Imbonati, ove si esalta la funzione dell’arte volta alla formazione dell’uomo morale (disposto al sacrificio, interiormente libero, virtuoso, ecc.) e dove si rifiuta nettamente la mitologia in uso in molta poesia del suo tempo.

A Parigi, dal 1805 al 1810, Manzoni frequenta i circoli letterari e culturali in cui domina la filosofia razionalista e materialista del Settecento, stringe amicizia con Fauriel (uno dei promotori del Romanticismo in Francia) che lo avvia allo studio della storia, e sposa nel 1808 Enrichetta Blondel, di religione calvinista, che lo porterà, in seguito, a rivedere i suoi giudizi critici verso la religione, tanto che (aiutato anche dalle conversazioni con due insegni religiosi giansenisti dell’epoca), nel 1810 il Manzoni decide di convertirsi al cattolicesimo, coinvolgendo in questa decisione anche la moglie.

Appena convertito, il Manzoni decide di lasciare per sempre Parigi (vi ritornerà per alcuni mesi, per curarsi da una forma di esaurimento nervoso ) e, rientrato a Milano, vi rimane quasi ininterrottamente dal 1810 alla morte. Il padre, morto nel 1807, gli aveva lasciato in eredità tutti i suoi beni. Praticamente la sua vita non ha più date importanti che non siano quelle della pubblicazione delle sue opere. Tutti gli iscritti giovanili precedenti alla conversione vengono da lui rifiutati.

A Milano il Manzoni si pone dalla parte del Romanticismo e della corrente politica liberare favorevole all’unificazione nazionale. Nel 1815 scrive il proclama di Rimini, esaltando l’iniziativa di Gioacchino Murat che da Napoli aveva risalito col suo esercito la penisola invitando gli italiani (che però non risposero) a combattere contro gli austriaci per l’indipendenza nazionale (il tentativo poi fallì miseramente). Alla caduta di Napoleone rifiuta di rendere omaggio agli austriaci, rientrati a Milano. Anzi, nel 1821, quando si sparge la notizia dei moti rivoluzionari piemontesi (cosa che per un momento fece credere che il principe sabaudo Carlo Alberto fosse sul punto di liberare la Lombardia dagli austriaci), il Manzoni compose l’ode marzo 1821, interpretando il sentimento patriottico dei lombardi; e nello stesso anno, appresa la notizia della morte di Napoleone, scrive l’ode Il Cinque Maggio, in cui rievoca i trionfi, le sconfitte, l’esilio e la morte del Bonaparte, alla luce della provvidenza cristiana, lasciando alla storia il diritto di giudicare.

La maggior parte delle opere del Manzoni viene scritta nel giro di 15 anni:dal 1812 (in cui inizia la composizione degli Inni sacri: la resurrezione, il nome di Maria, il natale, La passione e La pentecoste, quest’ultima è la più importante), al 1827 (in cui conclude la stesura dei Promessi sposi). Oltre alle due liriche politiche suddette del 1821, scrive due tragedie: Il conte di Carmagnola (dedicato al Fauriel): protagonista di questa tragedia è Francesco Bussone, conte di Carmagnola, condottiero di ventura del primo Quattrocento. Dopo aver servito Filippo Visconti, signore di Milano, egli passò al servizio di Venezia, rivale di Milano, non sentendosi sufficientemente ricompensato. Infisse al Visconti una dura sconfitta, ma la sua generosità verso i vinti lo rese sospetto ai veneziani che con l’accusa di tradimento lo giustiziarono. Il Manzoni è convinto che il Carmagnola fosse innocente e vittima di una congiura. Ma il senso della tragedia è piuttosto nel giudizio negativo su quella “politica” che non tiene conto dei valori etici, e su quella “politica” municipalista e regionale in nome della quale gli italiani da secoli avevano rinunciato all’unificazione nazionale.



L’altra tragedia è l’Adelchi (dedicata alla moglie Enrichetta): essa ha per oggetto l’ultimo periodo della dominazione longobarda in Italia, dal ripudio che il franco Carlo Magno fece della mogli Ermengarda (lia del re longobardo Desiderio) alla resa longobarda di Verona, dove si era rifugiato Adelchi, fratello di Ermengarda. Secondo la storia Desiderio fu deportato in Francia, mentre Adelchi fuggì a Costantinopoli: il Manzoni invece li fa morire entrambi). I protagonisti della tragedia sono Ermengarda, che, vittima innocente di manovre politiche, non si rassegna al divorzio, essendo ancora innamorata del marito, e che muore di consunzione nel monastero in cui era stata reclusa; e Adelchi, il cui dramma interiore è completamente inventato dal Manzoni: Adelchi infatti si dibatte fra le sue aspirazioni ideali alla giustizia (non sopporta l’offesa arrecata alla sorella), le sue aspirazioni alla pace (è contrario alla politica di conquista del padre, anche se per obbedienza lo asseconda), e le sue convinzioni religiose (essendo cristiano, nella tragedia, non vuole combattere contro i Franchi, anch’essi cristiani). Nella tragedia Adelchi muore perché si rende conto che nella storia c’è poco spazio per i sentimenti/desideri/valori umani. L’eroe cristiano deve resistere con l’esempio personale e la sua forza morale agli attacchi del “male” (ingiustizia, oppressione, ecc.), ma può sperare che il suo eroismo gli venga riconosciuto solo al cospetto di Dio. Nell’importante coro Dagli atri muscolosi, dai Fori cadenti, Manzoni esprime un giudizio fortemente negativo su quegli italiani che si lasciano dominare dagli stranieri senza reagire o che sperano d’essere liberati da uno straniero con un altro straniero (il riferimento agli austriaci e borboni del suo tempo era evidente).

Oltre che queste due tragedie si devono ricordare le due importanti Lettere al Romanticismo indirizzate a Chauvet e a Massimo d’Azeglio (vedi più avanti) e le Osservazioni sulla morale cattolica, in cui vengono esaltati i principi e il valore della morale evangelica, contro la tesi del Sismondi che riteneva la religione cattolica fonte di molti mali della società moderna.

Nel 1827, dopo la prima edizione dei Promessi sposi, il Manzoni per qualche tempo con la famiglia si reca a Firenze, allo scopo di correggere secondo l’uso toscano la lingua usata per il romanzo. In effetti, finché scriveva liriche e tragedie, rivolgendosi a un pubblico molto colto, il Manzoni aveva potuto usare il linguaggio tradizionale senza porsi particolari problemi (se non quello della chiarezza e dell’aggancio alla realtà). Ma quando intraprendere la stesura del romanzo, destinato al vasto pubblico, il problema della lingua diventa subito fondamentale. Egli aveva bisogno di una prosa narrativa facilmente comprensibile, in grado di superare il distacco tra lingua parlata e scritta. La tradizione però non gli offriva alcun valido aiuto. Nel caso della Francia, ad es., il dialetto di Parigi si era imposto a tutta la nazione. L’Italia invece non aveva una capitale e Roma era la patria del latino. Di qui l’esigenza di ricercare quella città che con la sua lingua (parlata e scritta) avesse esercitato almeno per alcuni secoli una specie di “egemonia culturale” sul resto della nazione. La sua scelta cadde su Firenze, cioè sul fiorentino usato delle persone colte. Ed è così che nasce con i Promessi sposi la prosa narrativa moderna dell’Italia.



La prima versione del romanzo si intitolava Fermo e Lucia (1812) ed è molto diversa dalla seconda definitiva edizione, pubblicata tra il 1849 e il ’42. vi è una certa differenza di contenuto (oltre che ovviamente di stile) persino tra la prima edizione del 1827 e la seconda: in quest’ultima la severità morale e religiosa è attenuata (ad es, le due ure di don Rodrigo e della monaca di Monza sono descritte con colori meno accesi). Nell’ultima edizione apparve in appendice la Storia della colonna infame, un racconto ambientato nello stesso periodo storico del romanzo. Si tratta di una specie di requisitoria contro i giudici che condannarono a terribili torture i presunti untori della peste di Milano nel 1630. “Colonna infame” era appunto chiamata la colonna che venne eretta nello spazio della casa abbattuta di uno dei due, a perenne ricordo dell’infamia e dell’esemplare condanna. Manzoni cercò di dimostrare, con l’esame degli atti del processo, l’innocenza dei due imputati, vittime soltanto della superstizione, della collera popolare e della debolezza dei giudici e della autorità.

Dopo il 1827 l’attenzione del Manzoni si rivolge prevalentemente a questioni di carattere culturale, storico e linguistico. A partire dal 1883 una serie di disgrazie familiari colpisce la sua casa. Gli muore la moglie, nel ’34 la primogenita (appena sposata con d’Azelio), nel ’41 la madre, nel ’61 la seconda moglie che aveva sposato nel ’37 e con cui aveva vissuto un matrimonio poco felice; in varie date perde 6 li su 8.

Nel 1848, scoppiata la rivoluzione delle 5 giornate di Milano, incita i 3 li maschi a prendervi parte e benché uno di essi fosse caduto prigioniero e ostaggio degli austriaci, firma un appello a tutti i popoli e principi italiani perché aiutino i milanesi. Gli austriaci poi rioccupano la città e per quanto cercassero di inaugurare un governo più mite (ad esempio speravano che il Manzoni accettasse una loro decorazione) e il suo atteggiamento di aperta opposizione non venne mai meno.

Nel 1849 viene eletto deputato nel collegio di Arona nel Piemonte ma rifiuta il seggio perché non si sentiva tagliato per la politica. Nel 1859, liberata la Lombardia, Vittorio Emanuele II, considerando il suo patriottismo e le difficoltà economiche, gli conferisce una pensione annua di dodici mila lire; nel 1861 lo nomina senatore, nello stesso anno egli si reca a Torino per votare la proclamazione del regno d’Italia. Nel ’64 si reca nuovamente a Torino per votare il trasferimento della capitale a Firenze. Nel ’70 saluta con la gioia l’entrata delle truppe italiane a Roma (breccia di porta Pia, fine dello stato della Chiesa), venendo a contrasto con il movimento neoguelfo, che già nel ’48 si era ritirato dalla causa nazionale, temendo il peggio per la Chiesa.Nel ’72 viene nominato cittadino onorario di Roma. Muore l’anno dopo per meningite celebrale a Milano.


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