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Angelo Poliziano - La metamorfosi: Iulio scopre l’amore



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Angelo Poliziano


La metamorfosi: Iulio scopre l’amore.


Parafrasi


Ah, quanto è bello vedere Iulio

aprirsi il passaggio dove il bosco si fa più folto

per stanare la bestia irritata,

con i rami avvolti intorno al capo

con i capelli scompigliata e polverosi,

e il volto bagnato di sudore che gli fa onore!

Qui Amore, che aspetta tempo e luogo adatti,

decise di compiere la sua vendetta;


e fece apparire, come magicamente,




l’immagine di una splendida e nobile cervia

con fronte alta, corna ramificate,

dal corpo candido, grazioso e snello.

E come tra le bestie timorose

lei si presentò al giovane cacciatore

che contento incitò il suo cavallo a seguirla

pensando subito di ucciderla.


Dopo aver scoccato un dardo senza colpirla,

trasse dal fodero la sua fidata spada,

e con tanto furore fece correre il cavallo,

che il fitto bosco sembrava una larga strada.

La bella cervia, come se fosse stanca,

sembrava andare sempre più lenta;

ma quando pareva che la stesse per toccare,

riprendeva un piccolo vantaggio davanti a lui.


Quanto più Iulio segue inutilmente la vana ura,

tanto più di seguirla invano si eccita;

sempre ripercorre le sue stanche tracce

sempre la raggiunge, senza però catturarla mai:

così come Tantalo sta immerso nelle onde dello Stige fino alle labbra

e un albero protende i rami vicino a lui,

ma ogni qualvolta che tenti di bere o di mangiare,

subito l’acqua e i frutti scompaiono.


Egli si era già allontanato di molto dai comni

inseguendo l’oggetto del suo desiderio,

ma nemmeno di un passo si avvicina alla preda,

e sente il cavallo molto stanco;

ma continuando a seguire la sua vana speranza,

arrivò in un prato verde e fiorito:

dove gli apparve una bella donna (Simonetta Cattaneo)

sotto un bianco velo, e la cervia sparì.


La bestia sve dai suoi occhi;

ma il giovane non bada più alla cervia,

anzi trattiene le redini del cavallo,

e lo fa fermare sul prato.

Qui Iulio esplode di meraviglia,

vede solamente la ura della donna:

gli pare che dal bel viso e dai bei occhi

una nuova dolcezza si sparge nel suo cuore.


Come la tigre, a cui dalla tana rocciosa

sono stati sottratti, da un cacciatore, i suoi cari cuccioli,

rabbiosa lo segue per la selva dell’Ircania

perché pensa di poter presto bagnare gli artigli del sangue del cacciatore,

poi si arresta di fronte alla propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua

col dubbio di veder i suoi cuccioli;

e mentre la sciocca si innamora di tale vista

il cacciatore scappa furiosamente.


Rapidamente Cupido nascosto dentro i bei occhi,

aggancia la freccia al nervo dell’arco,

poi lo tende con il potente braccio,

tanto che le due estremità dell’arco si toccano;

e con la punta d’oro della freccia tocca la mano sinistra,

con la corda la parte destra del petto.

Non appena la freccia parte ronzando nell’aria,

Iulio già sente l’amore nel suo cuore.


Ahi, che successe! Ah, come scorreva il brivido ardente

per tutto il corpo del giovane!

Che fremito gli scosse il cuore nel petto!

Era tutto bagnato di un sudore freddo;

e ingolosito dal dolce aspetto della donna,

non poteva levare lo sguardo dai suoi occhi,

ma, preso intensamente dal vago splendore,

il meschino non si accorge che qui c’è Amore.


Non si accorge che Amore è armato dentro gli occhi di lei

per turbare la sua lunga quiete;

non si accorge in che guaio si è cacciato;

non conosce i dolori, ancor segreti, che gli riserva;

è tutto invischiato di piaceri e desideri,

e così il cacciatore è caduto in trappola:

le braccia fra sé loda il viso e i capelli,

e in lei scopre qualcosa di divino.


Lei è splendente, e bianca è anche la veste,

se pur di rose, fiori ed erba è ornata;

i capelli biondi, a riccioli, scendono dal capo sulla fronte umile ma superba nello stesso tempo;

intorno le ride tutta la foresta,

e quanto può il suo cuore mitiga;

dal fare regalmente tranquillo

e con il solo sguardo calma le tempeste.


Gli occhi sfolgorano di una serena dolcezza,

dove Cupido tiene nascoste le sue fiaccole;

tutt’intorno si rallegra,

ovunque cade lo sguardo d’amore;

ha il volto pieno di innocente felicità,

dolcemente adorno di siepi e rose.;

ogni venticello cessa quando lei parla,

e ogni uccellino canta nel proprio linguaggio.


In lei c’è l’onestà umile e semplice

che sa aprire i cuori più chiusi;

in lei c’è la gentilezza in persona,

e da lei impara il fare dolce e grazioso;

anima villana non può guardarla in faccia,

se prima non prova dolore per i propri errori;

Amore prende molti cuori, ferisce o uccide,

quanto lei parla o ride dolcemente.




Sembra una Musa quando prende in mano la cetra,

sembra Minerva quando prende in mano il bastone;

se ha in mano l’arco e al fianco il portafrecce

è sicuramente la casta Diana.

L’ira se dal suo volto triste

e poco, innanzi a lei, la superbia resiste;

la accomna ogni dolce virtù,

evidenti sono la bellezza e l’eleganza.




Lei era seduta sull’erba,

allegra, e aveva intrecciato una corona

di tutti i fiori che c’erano,

dei quali era ornata tutta la sua veste

e no appena si accorse di Iulio,

un po’ spaventata alzò la testa,

poi ripiegò l’estremità della veste con la candida mano,

alzandosi in piedi con il grembo pieno di fiori.


Già la donna  si avviava, per allontanarsi da lì,

sopra l’erba, piano piano,

lasciando il giovane in gran sofferenza,

che non desidera nessuno all’infuori di lei

ma il misero, non potendo soffrire che se ne andasse,

la pregò di rimanere;

pare che, tremando e sudando,

iniziò umilmente dicendo:


o chiunque tu sia, vergine sovrana,

ninfa o dea, anche se mi sembri certamente una dea;

se sei dea, forse sei tu Diana;

anche se mortale, dimmi chi sei tu,

perché la tua bellezza è sovrumana;

nemmeno so quanto sia merito mio,

o per quale grazia dal cielo, o per quale stella così buona,

che io sia degno di vedere una donna così bella.


Udito il suono delle parole di Iulio,

la donna fece uno splendido e dolce sorriso,

che i monti avrei fatto ir, restare il sole:

perché sembrava proprio che si aprisse in paradiso.

Poi parlò fra denti e labbra,

in modo tale da spaccare in due un blocco di marmo,

soave, saggia, e piena di dolcezza

da far innamorare, non che altri, una Sirena:


Io non so cosa immagini la tua mente,

non degna d’altare, non di pura vittima;

ma là sopra l’Arno nella vostra Etruria

sono legittimamente sposata;

la mia patria natale è la Liguria,

sopra una costa sulla riva del mare,

dove lontano dagli scogli si sente

l’invano lamento e l’ira del dio del Mare Nettuno.


Spesso passeggio in questo luogo

Qui vengo a soggiornare tutta sola;

questo è un luogo dove posso ritirarmi a pensare tranquillamente,

l’erba, i fiori e l’aria fresca mi invitano a venirci;

da qui posso rapidamente tornare a casa,

qui me ne sto lieta e il mio nome è Simonetta,

all’ombra, presso qualche limpida e fresca fonte,

e spesso in comnia di alcuna donna.



Nei giorni di festa,

quando non si lavora,

sono solita venire ai sacri altari nelle vostre chiese

fra le altre donne con l’abbigliamento fastoso dei giorni festivi.

Ma perché io ti aphi in tutto il tuo desiderio

e ti tolga il dubbio che ti tormenta,

non ti meravigliare delle mie tenere bellezze

perché io nacqui in riva al mare.


Ora che il sole tramonta

E le ombre degli alberi si allungano,

già la stanca cicala lascia posto al grillo,

già il rozzo contadino abbandona il campo,

e già sale il fumo dalle alte ville,

la villanella apparecchia la tavola per il suo uomo,

ormai mi incamminerò per la via più veloce

e tu fa’ lieto ritorno alla tua casa.


Poi con occhi felici e ridenti,

tal che il cielo si rasserenò tutt’intorno,

s’incamminò sull’erba a passi lenti

con atto ornato di amorosa grazia.

Allora i boschi fecero dolci lamenti

E gli uccellini cominciarono a piangere:

ma l’erba verde sotto i dolci passi

si fece bianca, gialla, vermiglio e poi azzurra.


Che deve fare Iulio? Ahimè, perché egli desidera

seguire la sua stella, ma il timore lo trattiene:

sta lì come un forsennato, e il cuore si raffredda,

e gli si ghiaccia il sangue dentro le vene;

sta immobile come un marmo, ma non pensa

alle sue pene, bensì a lei che se ne va,

dentro di sé lodando il dolce cammino aggraziato

e lo svolazzo della candida veste.


Pare che il suo cuore si schianti sul petto

e che l’anima fugga via dal corpo

e che come la brina al sole

tutto si consumi e si distrugga nel pianto.

Già si sente di essere uno dei tanti amanti,

e gli pare che Amore gli succhi ogni vena;

ora teme di seguirla, ora lo desidera,

da una parte lo spinge l’amore, dall’altra lo trattiene la vergogna.


Iulio, sono gravi le sentenze,

le magnifiche parole e i precetti,

con i quali molestavi i miseri amanti?

Perché non ti diverti ancora a cacciare?

Ecco che ora una donna possiede le chiavi

di ogni tuo desiderio, e misero, tieni tutti

ristretti i tuoi dolci pensieri;

ora guarda chi sei, e chi eri solo poco tempo fa.


Prima eri a caccia di una bestia

adesso una bestia più bella ti ha catturato,

prima eri te stesso, ora sei fatto di Amore;

ora sei legato, prima eri libero.

Dov’è la tua libertà, dov’è il tuo cuore?

Amore e una donna te l’hanno tolto.

Ahi, come un uomo deve credere poco a se stesso!

A virtù e fortuna Amore pone legge.









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