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Dossier su Macchiavelli - L’identità dell’Italia, La repubblica di Firenze alla fine del ‘400, La condizione degli intellettuali, Il pensiero p

Dossier su Macchiavelli - L’identità dell’Italia, La repubblica di Firenze alla fine del ‘400, La condizione degli intellettuali, Il pensiero p


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Dossier su Macchiavelli



Macchiavelli ha svolto con intelligenza e passione un lavoro politico-diplomatico intenso e impegnativo.

Firenze, nell’ambito della crisi italiana del primo cinquecento, cercava affannosamente di darsi un assetto politico stabile ed efficiente e, contemporaneamente, di salvaguardare la sua autonomia e indipendenza nei confronti sia delle maggiori potenze italiane (Venezia e lo stato della chiesa) sia della Francia e della Sna, che in Italia combattevano per il predominio in Europa.

In questa situazione, Macchiavelli, era stato impegnato a valutare uomini e prospettive, a proporre scelte coraggiose anche in polemica, a volte sottintesa, a volte manifesta, contro le incertezze e i timori del governo fiorentino.

A Firenze, infatti, con maggiore intensità e più a lungo che in altre città fu vivo e intenso il dibattito su chi debba governare, con quali strumenti e con quali metodi.




Fu un dibattito concreto, legato alle fasi più drammatiche della storia fiorentina, all’epoca del difficile e contrastato passaggio della città da repubblica a principato. Partecipando da protagonista e riflettendo da intellettuale sulle politiche fiorentine, italiane ed europee dell’ultimo quattrocento e del primo cinquecento, Niccolò Macchiavelli individuò e affrontò in modo nuovo questioni cruciali.

Nei primi anni del cinquecento sono evidenti per Macchiavelli la fragilità dell’assetto politico italiano e, all’interno di questo la fragilità dello stato repubblicano di Firenze.

Occorre porre rimedio a questa fragilità, e l’unica via che Macchiavelli individua, è ristabilire un giusto rapporto fra le leggi e le armi, fra gli ordinamenti civili e la forza militare.



L’identità dell’Italia



Gli ultimi decenni del ‘400, videro in Italia un susseguirsi di congiure entro i vari stati e un inasprimento delle tensioni tra loro, che spesso sfociarono nella guerra. La situazione precipitò quando Ludovico il Moro, per contrastare le minacciose aspirazioni degli Aragonesi che ostacolavano le sue mire sul Ducato di Milano, chiamò in aiuto Carlo VIII, re di Francia.

Il processo di consolidamento della monarchia francese aveva portato alla formazione di uno stato territoriale imponente e compatto.

La discesa di Carlo VIII (1494) in Italia fu rapidissima e allarmo gli stati italiani e le altre potenze europee. La formazione di una lega antifrancese convinse il sovrano a rientrare in Francia.

Degli avvenimenti interni innescati dall’invasione francese, il più importante fu la restaurazione della repubblica a Firenze, dove il potere passò ad un movimento popolare capeggiato da Gerolamo Savonarola.

La spedizione di Carlo VIII, mostrando la divisione degli stati italiani, aprì la strada ad un maggior coinvolgimento delle potenze europee nella penisola, eliminando la possibilità di qualunque processo di unificazione.

Il regno di Napoli (dopo la fallita intesa tra Francia e Sna per la spartizione e la guerra che ne seguì) passò alla Sna (1504), mentre la Francia conservava il ducato di Milano (da cui aveva cacciato Ludovico il Moro).

Con la morte del papa Alessandro VI crollò il potere del lio Cesare Borgia nelle Marche e in Romagna (quest’ultima regione fu occupata dai veneziani). La Lega di Cambrai inflisse una dura sconfitta a Venezia (1509) che perse, tra l’altro, gran parte di terraferma.

La dura reazione della monarchia francese all’uscita del papa dalla Lega portò alla costituzione di una Lega santa contro la Francia, che perse il ducato di Milano, ma ne acquistò poi il controllo con una guerra guidata dal nuovo re Francesco I. Nel 1516, con la pace di Noyon, promossa da Leone X, si giunse a una fase di distensione: presto il conflitto tra le due principali potenze europee per il controllo dell’Italia riprese, confermando che il destino della penisola sarebbe stato a lungo diverso da quello delle grandi monarchie.

Dal tardo medioevo cominciarono a registrarsi, in Italia, i primi segni di una presa di coscienza nazionale, che interessò soprattutto una ristretta cerchia di uomini di cultura; al centro di tale processo fu la consapevolezza di una specificità linguistica e letteraria, strettamente legata all’affermarsi del “Volgare illustre” (ma la lingua parlata dagli italiani rimase a lungo diversa dalla lingua scritta).

Inoltre la straordinaria fioritura dell’arte italiana fu un altro elemento che servì a caratterizzare una specificità nazionale; a tutto ciò si aggiunse, durante l’umanesimo e il rinascimento, il vivo senso di una superiorità intellettuale rispetto gli altri paesi.

Il processo di identificazione di una propria specificità nazionale fu assai più lento in campo politico: gli italiani percepivano, infatti, di appartenere ad ambiti più ristretti (città-regione) o più vasti (Chiesa-Impero) di quello nazionale.

Sul piano politico il massimo di autoidentificazione nazionale consisté nell’idea del sistema di Stati regionali come specificità italiana e garanzia della “libertà italiana”.



La repubblica di Firenze alla fine del ‘400



Dopo la morte di Lorenzo il Magnifico (1492) e il breve dominio del lio Pietro, cacciato nel 1494 per la sua arrendevolezza verso il re di Francia Carlo VIII per quattro anni, la vita culturale, civile e politica di Firenze fu dominata dalla personalità di fra Gerolamo Savonarola.

La forte passione morale e religiosa con cui savonarola si conquistò, di fatto, la prevalenza nella guida anche politica della città, favorì il ritorno in primo piano della memoria storica dell’antico comune e il rifiorire di ideologie e modelli politici repubblicani che sopravvissero anche alla sua tragica fine.



Questa memoria storica e queste ideologie repubblicane furono alla base di atteggiamenti e comportamenti politici diversi e contrastanti all’interno dei gruppi che durante la breve vita della rinnovata repubblica fiorentina (1494-l512) lottarono aspramente per il potere nel vivo della crisi che iniziava a sconvolgere l’Italia.

Con la discesa di Carlo VIII (1494) e di Luigi XII (1500), le strutture sociali e politiche esistenti nella penisola si scontrarono con la forza delle grandi potenze europee.

Nel giro di pochi lustri emergono i limiti e le debolezze di fondo degli stati italiani: l’incapacità di superare i limiti regionali, i rapporti di mero sfruttamento fra città e camna, l’antagonismo fra città dominanti e città dominate, la mancanza di milizie proprie << L’Italia è agitata da fatti grandi e nuovi, noi siamo per così dire nel centro, dov’è maggiore il travaglio>>.

Proprio Firenze, infatti, subì i primi e più duri contraccolpi della crisi generale, le scosse più violente e drammatiche: ciò ebbe riflessi immediati nel dibattito fra i gruppi antagonisti delle classi dirigenti della repubblica.

Si trattava di riuscire a delineare criteri solidi e durevoli di giudizio, di scelta e di azione politica, proprio mentre fortissimi erano i contrasti interni.

C’erano i fautori del “governo largo”, che proponevano una più ampia partecipazione dei cittadini agli organismi del governo e i fautori del “governo stretto”, gli aristocratici sostenitori di un accentramento del potere nelle mani di esponenti delle famiglie più insigni per ricchezza, vastità di relazioni, esperienza delle cose di governo. E vi erano anche gruppi, famiglie, individui che auspicavano il ritorno al potere dei Medici (esiliati nel 1494).

Proprio il timore che prevalessero i partigiani dell’aristocrazia o quelli del principato mediceo aveva indotto i fiorentini a stabilire una durata brevissima delle cariche pubbliche, da due mesi a un anno al massimo; ciò non solo spezzava le continuità delle scelte politiche ma era anche causa principale delle debolezze, delle indecisioni e a volte della paralisi degli organi di governo.

Soltanto nell’Agosto del 1502 la preoccupazione comune per le sorti della repubblica indussero i popolari e gli aristocratici a un compromesso: si stabilì che la suprema carica della repubblica (il gonfaloniere) fosse a vita e fosse eletto il gonfaloniere perpetuo Pier Sederini. Nonostante ciò, i contrasti continuarono e con loro la mancanza di iniziative politiche adeguate.

I dirigenti politici fiorentini come appare dai verbali delle “pratiche”, erano in grado di cogliere i termini reali della situazione, comprendevano che di fronte al pericolo di perdere la stessa indipendenza della città non vi erano molte alternative.

E’ possibile soltanto “Difendersi con la forza o collo ingegno. E con la forza non si vede che noi lo possiamo fare contro tucta Italia. Bisogna torre l’altro, cioè l’ingegno”.

Finivano così per prevalere posizioni di moderazione e cautela; ci si richiamava alla saggezza, alla ponderazione, a una tradizione dell’arte di governo basata essenzialmente sulla necessità di rinviare delle decisioni impegnative, sui vantaggi che potevano venire dall’uso accorto del “beneficio del tempo”.

A tutto questo Macchiavelli, fin dai primi anni del suo lavoro politico diplomatico al servizio della repubblica, oppose con crescente chiarezza un impegno di riflessione teorica di analisi spregiudicata, di proposte radicalmente nuove.



La condizione degli intellettuali



La ura di intellettuale che caratterizzò la prima età umanistica derivava direttamente dal modello petrarchesco.

Petrarca, infatti, aveva incarnato per primo l’immagine ideale di uomo di cultura autonomo, libero da ogni condizionamento imposto dalle vecchie istituzioni, capace di svolgere una propria funzione originale intesa come coscienza e guida di un’ordinata organizzazione del vivere civile.

Dopo una prima generazione di umanisti appartenenti a classi elevate, e dunque economicamente indipendenti, si affermò una ura d’intellettuale o letterato di professione, aperto però a molteplici e svariati interessi, anche di natura politica.

L’attività culturale tese sempre più a costruirsi come una professione autonoma, non solo nelle scuole. Ma anche nella società laica: in tale ambito maturò la breve ma importantissima esperienza dell’umanesimo civile fiorentino.

L’affermazione dei regimi signorili mutò decisamente il rapporto degli intellettuali con la vita politica, favorendone la trasformazione in funzionari o cortigiani: esemplare, in questo senso, la ura dell’“abbreviatore”, ossia dello scrittore delle lettere per conto dei detentori del potere.

La professione intellettuale, come quella ecclesiastica, era intrapresa da uomini di ogni condizione sociale. Gli intellettuali entravano al servizio delle corti e in particolar modo della curia romana, magari percorrendo la carriera ecclesiastica, e ne ricevevano ospitalità, stipendio e benefici. Nella corte i compiti del letterato potevano essere assai diversi: dalla celebrazione dell’ambiente cortigiano fino all’assunzione di incarichi diplomatici.



Tramontato insieme alla democrazia comunale il modello dell’intellettuale “cittadino”, venne gradualmente elaborato un ideale “cortigiano” che trovò la propria espressione perfetta nel trattato di Castiglione.

La fortuna europea di quest’opera fu diretta conseguenza della nuova e diversa centralità che pure veniva riconosciuta alla ura dell’intellettuale, indispensabile anche per l’azione del Principe: quello dell’intellettuale-cortigiano veniva interpretato come un libero servizio, non come un impiego burocratico.

La stessa produzione poetica di Macchiavelli successiva alla restaurazione medicea del 1512 è la prova di un particolare rapporto degli intellettuali col potere politico, al di là delle idealizzazioni di Castiglione.

Macchiavelli, oltre al “Principe” a alle “Istorie fiorentine”, formulò i suoi consigli per una riforma costituzionale e volle inserirsi nella nuova realtà fiorentina come un vero tecnico dell’arte dello stato.

Soprattutto a causa delle ripercussioni della riforma protestante, a partire dal 1530 la cultura vide ristretti ulteriormente i propri margini di autonomia: l’intellettuale venne trasformandosi da “cortigiano” in “gentilhuomo”, segretario, ministro o accademico sempre più condizionato dalla dipendenza personale e dall’autocensura.



Il pensiero politico di Macchiavelli



Il pensiero politico di Macchiavelli si propone come risultato di una <<esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antiche>> della sua competenza acquisita nel corso del lavoro diplomatico e politico presso la cancelleria fiorentina, e del suo attento studio della storia.

Macchiavelli rifugge dall’idea che la sua opera sia considerata un puro esercizio letterario: egli stesso dichiara, nella “dedica del principe” e nel corso dell’opera, che il suo scopo è l’utilità, la sua scrittura si propone come progetto da realizzare.

Nel trattato si riflette anche la sua posizione di attesa di un riconoscimento da parte dei Medici della sua abilità politica.

Ben consapevole della difficoltà del principe nel mantenere il suo potere, egli analizza i metodi migliori per acquistare e mantenere lo stato, evitando la “ruina”.

Enunciato nei primi moduli come il problema principale del principe, questo sarà per tutta l’opera l’obiettivo da raggiungere.

Da Macchiavelli è segnalata l’importanza dei “grandissimi esempi” poiché l’uomo tende a riprodurre dei modelli e poiché la natura umana è immutabile, l’imitazione dei grandi uomini, che hanno ottenuto grandi risultati, è utile e garantisce scelte politiche giuste già sperimentate.

Gli esempi portati nel trattato sono antichi e moderni.


Tendenze nella politica in Macchiavelli


  • Necessità di consolidare lo stato per evitare la “ruina”.
  • Condanna di chi si affida agli “amici” (alleati) e non fa conta della sua “virtù”
  • Necessità delle armi proprie, condanna dell’utilizzo dei mercenari.
  • Difficoltà a mantenere territori annessi. Necessità delle buone leggi. Necessità della formazione del popolo.
  • Critica alla politica fiorentina. Ammirazione per il Valentino. Necessità di un’iniziativa italiana.

Gli esempi tratti dalla realtà storica, secondo Macchiavelli, se analizzati con attenzione, forniscono basi sicure per elaborare e definire leggi generali, tendenzialmente scientifiche, della politica. Gli esempi tratti dalla realtà contemporanea, dalla “lunga esperienza delle cose moderne” hanno un’altra funzione: permettono di non rimanere prigionieri del passato, imitatori nostalgici e tutto sommato passivi dei grandi momenti della storia antica.

Quello che infatti occorre, per Macchiavelli, è il confronto critico con il passato: solo così si elaborano strumenti per analizzare la situazione concreta di oggi, utili a formulare progetti politici per modificarla e ad individuare i comportamenti indispensabili a un politico che voglia trasformare radicalmente un presente degradato e corrotto.


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