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Giosué Carducci Nevicata - Analisi e commento



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Giosué Carducci

Nevicata


Analisi e commento


La poesia che andiamo a analizzare, “Nevicata” di Giosué Carducci, presenta subito una particolarità. Infatti il metro utilizzato in questa poesia è l’imitazione di un ipotetico distico elegiaco latino. La frattura con i classici metri della poesia italiana è costituita dal fatto che in questo non ha importanza che i versi abbiano lo stesso numero di sillabe prima dell’ultimo accento tonico, ma è la disposizione degli accenti stessi che devono seguire uno schema stabilito. L’effetto di imitazione è ottenuto con un settenario seguito da un novenario, mentre il pentametro è reso da un settenario tronco seguito da un ottonario tronco. Singolare è il terzo distico che presenta nella prima parte dell’esametro un ottonario e nella prima parte del pentametro un ottonario tronco. Questo forse perché, a partire da quel punto, la poesia cambia strada tematica: dopo una prima metà in cui il poeta descriveva oggettivamente un paesaggio invernale, seppur incrociando questa descrizione con quella del suo stato d’animo, nella seconda parte egli adotta un punto di vista soggettivo e autobiografico. Questo spostamento da un punto di vista esterno a quello interno, è sottolineato, oltre che dal cambio ritmico dei versi 7-8, anche dalla presenza della parola-chiave “me”, sottolineata anche dalla preposizione semplice “a”, che non sarebbe richiesta dalle regole grammatiche e metriche. Altre parole-chiave servono al poeta per far capire qual è il significato di questa poesia. Subito al verso 1, notiamo la parola “cinereo”, sottolineata stavolta mediante la dieresi. In questa parola si nota una polisemia: accanto al significato letterale di grigio come colore del cielo, l’orecchio coglie, grazie alla somiglianza fonetica e etimologica tra le due parole, la presenza della cenere, che subito introduce il tema funebre, il principale della poesia e della intera produzione poetica di Carducci. Altra parola-chiave è il “non”, messo in risalto per mezzo dell’anafora, visto che è ripetuto tre volte nei versi 2-3-4, e ulteriormente sottolineato dal “più” del secondo verso. La poesia è il racconto di una giornata d’inverno, in cui la neve piano piano imbianca il paesaggio, seppellendo con la sua caduta i suoni di vita della città, i rumori dei carri che prima correvano sull’erba e le canzoni felici d’amore dei giovani. È come se un senso di morte, che vien fuori dalla presenza della cenere, simbolo appunto di fine della vita, cadesse lentamente sulla felicità e sulla vita degli uomini. Una metafora caratterizza il terzo distico: “le ore gemono”. Questa espressione, sottolineata dall’allitterazione (“per l’aere le ore”) e dall’enjambement (“le ore/ gemon”) mette in risalto la fugacità del tempo, simboleggiata attraverso il battito delle ore stesse. Il gemito con cui Carducci simboleggia il battito delle ore, unito con la similitudine del verso seguente in cui esso viene paragonato a un sospiro proveniente da un mondo diverso e lontano da quello che stiamo vivendo, il mondo della morte, accresce ulteriormente il senso di una morte che si avvicina, incombente e inesorabile. Come detto, dopo questa descrizione, data come oggettiva, la narrazione si sposta e si interiorizza. Degli uccelli ancora incapaci di volare picchiano sui vetri appannati dal freddo, come spiriti amici tornati per invitare il poeta a seguirli. Da sottolineare la quasi totale assenza di felicità che vien fuori da questo mondo: gli spiriti antichi sono come uccelli morti ancor prima di imparare a volare, perché se n’erano andati dal nido, illusi di poter librarsi nel cielo ed essere così felici, ma che invece si trovano a picchiare alle finestre, cercando qualcuno da portar con sé nel buio e lontano mondo della morte. Per quanto riguarda il poeta, egli, dice nell’ultimo distico, è pronto a seguirli e supplica il suo cuore che non vuole arrendersi, di calmarsi, poiché lui adesso vorrebbe solo poter seguire quegli spiriti, venuti a chiamarlo. Da evidenziare, la ripetizione di “in breve”, due volte in un solo verso, a simboleggiare ancora la fugacità del tempo e, con esso, anche della vita stessa. Dopo una forte cesura, in cui il poeta si rivolge al suo cuore, a sottolineare ancora la soggettività di questa seconda parte della poesia, implorandolo di arrendersi a un’evidenza in cui l’idea di morte del corpo e insieme della felicità dell’uomo è più forte della volontà dell’uomo stesso, accettando cioè di seguire gli spiriti che sono venuti a prenderlo, il poeta esplicita questa sua speranza con l’uso della prima persona singolare all’ultimo verso, sottolineato anche dalla rima interna 'verrò/riposerò”. Da notare anche l’evoluzione del significato del silenzio nella poesia: se all’inizio esso è accennato come fine posto dalla morte ai rumori del mondo quotidiano, alla fine esso è paragonato a un senso di quiete che l’uomo in questa vita non ha e che fa di tutto per ottenerlo nell’ombra della morte. Infine, da notare che il tema funebre, attorno a cui ruota questa poesia, è il principale tema delle poesie di Carducci e che il poeta ha composto questi distici tra il gennaio e il marzo 1881, periodo nel quale è morta la ragazza che lui amava, Carolina Piva, cantata da lui col nome di Lidia, e in cui si riscontra perciò un approfondimento e una maggiore presenza del tema funebre nelle sue poesie. Se, come ha notato il Benni, consideriamo quest’aspetto della poesia di Carducci, il tema di morte, notiamo la sua modernità e ne possiamo considerare questo componimento uno dei più alti esempi della poetica carducciana.










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