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Il Settecento – L’illuminismo - La concezione della storia, Piano politico, Piano religioso, Gli intellettuali in Italia e in Europa, Seconda met&agra

Il Settecento – L’illuminismo - La concezione della storia, Piano politico, Piano religioso, Gli intellettuali in Italia e in Europa, Seconda met&agra


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Il Settecento – L’illuminismo


Si ha estrema fiducia nella ragione umana, nel progresso dell’umanità che si verifica solo se si contrastano l’ignoranza, l’oppressione, il fanatismo.

In Europa si sviluppano vari tipi di illuminismo, con caratteristiche leggermente diverse. I caratteri fondamentali appartenenti a tutte le correnti, però, sono:

Razionalismo, vale a dire la fiducia nei poteri della ragione umana; bisogna avvalersene in modo libero e pubblico, senza pregiudizi e a favore di tutti. L’atteggiamento nei confronti della realtà è problematico, si combatte tutto ciò che limita l’uso libero e pubblico della ragione, in particolare contro al dispotismo; c’è il trionfo dello spirito critico.

Laicismo, in rapporto di continuità rispetto al Seicento, si emancipa il mondo umano da quello divino.




Progressismo, vale a dire la fede nel progresso delle riforme: il mondo deve essere trasformato, bisogna migliorare la società unendo teoria e prassi.

Fiducia nella scienza e nella tecnica, cioè fede cieca nelle loro potenzialità, in rapporto di continuità con il Seicento. I metodi scientifici sono adottati da tutti.


La concezione della storia

Gli illuministi considerano la storia come il prodotto di un unico soggetto, l’uomo. Essa ha un andamento problematico, e si sostituisce il cristocentrismo del Seicento all’antropocentrismo, come nel periodo umanistico-rinascimentale.

Si delinea una forma di pessimismo nei confronti del passato e una sorta di ottimismo nei confronti del presente. Si ritiene che nel passato sia stata oscurata la ragione, e che si debba, pertanto, liberarsi dalla ruggine dei secoli e combattere la tradizione (vedi, ad esempio, il rifiuto del periodo medievale e la convinzione che sia stato un periodo buio per la cultura e le arti). Si pensa che nel futuro si possa avere un riscatto totale.


Piano politico

Si tende a tradurre il pensiero in azione, la politica viene vista come attività che, realizzando una teoria, riesce a cambiare il mondo.

Gli illuministi si pongono quattro obiettivi:

Felicità. È il soddisfacimento di tutti i bisogni materiali e spirituali, bisogna liberarsi dalla guerra per perseguire il cosmopolitismo e il pacifismo. Il bene comune viene costituito pacificamente in armonia cosmopolitica.

Uguaglianza. È una condizione naturale che lega tutti gli individui, che sono uguali in quanto dotati di ragione. A questo tipo di uguaglianza non corrisponde, però, l’uguaglianza sociale.

Libertà. È la sottrazione ad ogni forma di dispotismo. Si ricercano la libertà di parola e di stampa, che sono negate agli uomini da una società autoritaria.

Tolleranza. Per perseguirla bisogna liberarsi dal fanatismo e dal dogmatismo.


Piano religioso

Gli illuministi non credono nelle religioni rivelate, ma in quelle naturali. Essi ritengono che si debba giungere a Dio non tramite la fede, ma attraverso l’intelletto. La loro concezione religiosa viene chiamata deismo, il loro dio non è provvidenziale, ma il dio geometra, che non interviene nelle vicende umane, ma regola solo l’ordine e la geometria dell’universo.


Gli intellettuali in Italia e in Europa

Prima metà del ‘700 (1690-l750)

In Italia Gian Vincenzo Gravina fonda l’Accademia dell’Arcadia che si oppone alla lirica Barocca e vuole propugnare un ritorno al classicismo.

In generale la situazione italiana è arretrata rispetto a quella del resto dell’Europa, la situazione è frammentaria e varia.

Lo status dell’intellettuale non cambia rispetto al passato, ma si riscopre un atteggiamento più progressista che non rifiuta il compromesso con la tradizione.

Nel 1703 si costituì ad opera di Muratori un’accademia nazionale, chiamata “Repubblica dei letterati d’Italia”, che si pregeva di riunire le energie intellettuali del territorio italiano, in modo che tutte le possibilità fossero convogliate a risolvere i problemi pratici del paese. Muratori fu un anticipatore rispetto al resto dell’Europa, per quanto riguarda l’idea che

gli intellettuali possano collaborare fra di loro,

uno staff di intellettuali possa risolvere dei problemi pratici.

In Francia abbiamo questo tipo di concezione solo nella seconda metà del Settecento con l’Enciclopedie di Diderot.


All’Estero In Francia

L’intellettuale cortigiano entra in crisi e si trasforma in intellettuale progressista alleato al sovrano illuminato o in intellettuale dissidente. Non essendo, però, possibile contrastare direttamente il sovrano, gli intellettuali scrivevano pamphlets saggi brevi pubblicati clandestinamente o con dati falsi.



In Francia gli intellettuali si organizzano autonomamente e coordinano la loro attività dando vita a un progetto grandioso e rivoluzionario, l’Enciclopedie di Diderot e D’Alembert, in 17 volumi, pubblicata per la prima volta nel 1750-51. Al progetto lavorano anche Voltaire, Rousseau, Buffon, Montesquieu. Essi volevano diffondere tutto il sapere umano rinnovato dall’avvento dell’Illuminismo, sapere che si poggia sulla scienza, sul progresso della tecnica e sull’esperienza. Lo scopo dell’Enciclopedie era la diffusione in tutta la società per rivoluzionarla e per raggiungere la pubblica felicità.

Viene, quindi, veicolata la cultura riformistica, grazie anche al romanzo filosofico, una narrazione breve che si prege di diffondere le nuove idee.


Seconda metà del ‘700

In Italia si diffondono le idee francesi.

A Napoli, con i Borboni, alcuni intellettuali come Genovesi, Galliani e Filangesi collaborano con i sovrani illuminati. Sono docenti universitari e studiosi che pubblicano anche opere con le quali appoggiano il riformismo e le iniziative giurisdizionaliste dei Borboni, i quali volevano esercitare un’autorità anche sulla Chiesa. Il loro appoggio era indiretto, non venivano stipendiati dal sovrano e collaboravano solo dal punto di vista culturale.

A Milano il potere è nelle mani degli Austriaci con Maria Teresa, sovrana illuminata di carattere riformistico. Gli intellettuali come Cesare Beccaria e Pietro e Alessandro Verri non solo pubblicano opere, ma collaborano anche direttamente col sovrano, diventando funzionari con incarichi politici precisi. Hanno il compito di studiare la realizzazione di alcuni interventi.

La loro collaborazione si interrompe quando le finalità non possono più convergere, quando essi decidono che è necessario riformare la società in senso democratico.

I mezzi di diffusione della cultura sono:

insegnamento universitario a Napoli

stampa periodica a Milano, con giornali e periodici che riportavano notizie di cronaca e recensioni delle nuove opere culturali

accademie, che si moltiplicano, anche se hanno meno prestigio: a Milano troviamo l’Accademia dei Trasformati, moderata politicamente, l’Accademia dei Pugni, dall’atteggiamento combattivo verso la nuova cultura. ½ è, poi, l’Accademia dei Granelleschi, a Venezia, che recupera la classicità

i salotti borghesi, nelle case nobiliari, a cui sono ammesse anche le donne

i caffè, aperti a chiunque.

L’intellettuale illuminista è il filosofo: deve spaziare in tutti i campi del sapere, si deve immergere in tutti i campi della realtà per prestare servizio a tutta la realtà.


I giornali

û       Il Caffè, pubblicato dal 1764-l766 da Pietro Verri. Insieme agli intellettuali milanesi dell’Accademia dei Pugni, aristocratici, polemizza contro l’aristocrazia. Il giornale testimonia la diffusione delle idee illuministe francesi dell’Enciclopedia di Diderot, in quanto tutto deve essere utile alla società. Si intitola Caffè perché si fingeva di inserire i discorsi tenuti nel caffè di Demetrio, un greco trasferitosi a Milano, molto critico e aperto alle nuove idee. Il caffè è un luogo nuovo per la circolazione del sapere. Demetrio è un osservatore libero e razionale perché straniero. Il Caffè viene pubblicato a Brescia perché la censura era più tollerante. Vengono considerati tutti i campi del sapere; si critica la società nobiliare, oziosa, assidua, vacua; si codifica un nuovo concetto di filantropia, secondo la quale bisogna essere solidali con chi soffre e aiutare tutti concretamente.

û       La Frusta letteraria, 1763-l765, pubblicata a Venezia e poi ad Ancona, scritta dal Baretti: egli immagina che Aristarco, vecchio soldato in pensione, ricevesse dal curato dei libri a prestito, le cui recensioni erano stampate sul giornale. In realtà esse sono tutte stroncature, delle fruste dal tono sarcastico. Aristarco stronca tutto perché lo ritiene appartenente alla vecchia cultura, retorica; egli non apprezza nemmeno i collaboratori del Caffè perché scrivono in una lingua scadente. Il Baretti assume una posizione di compromesso: è aperto alla nuova cultura, ma propone di salvaguardare la buona lingua e il buon stile.



Muratori

Nel 1749 scrive Della pubblica felicità, rivolto ai principi illuminati, nel quale egli sostiene che il bene collettivo si debba raggiungere attraverso l’azione politica. Egli è un convinto giurisdizionalista, ritiene che si debba svincolare lo Stato dalla Chiesa e subordinare quest’ultima allo Stato. Si discosta dai francesi, che polemizzano contro religione e Chiesa, è più moderato, non nega che Chiesa e religione possano esistere. La sua analisi è caratterizzata da principi razionali, obiettivi, che non arrivano agli eccessi anticlericali dissacranti.




Giannone, napoletano, della prima metà del ‘700, scrive:

û       Storia civile del regno di Napoli, in cui teorizza la nuova concezione della politica, strumento con cui si deve rispondere alle esigenze concrete dell’umanità, che sviluppa civilmente la comunità sociale soddisfando i bisogni comuni. Giustifica la monarchia assoluta, necessaria a regolare, e orientare verso il bene pubblico gli interessi privatistici.

û       Triregno: Giannone attacca la Chiesa attribuendole il delitto dello stravolgimento della parola di Dio.


Genovesi, a metà del ‘700, scrive:

û       Lezioni di commercio, trattato di economia: bisogna ottimizzare e razionalizzare la produzione agricola e manifatturiera per raggiungere la pubblica felicità. Lo Stato deve promuovere ciò con leggi giuste.

û       Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, nel quale egli sostiene che la cultura deve essere una risorsa di cui tutti devono disporre, anche i meno abbienti. L’istruzione deve essere rivolta a tutti i bambini con una scuola pubblica. La diffusione della cultura avvantaggia lo Stato anche dal punto di vista economico, perché si crea una borghesia attiva con una solida cultura.


Filangieri, anni 80, scrive

û       Scienza della legislazione, nel quale analizza gli impedimenti che ostacolano lo sviluppo del regno civile. Egli offre uno strumento teorico con cui risolvere questi problemi. Bisogna realizzare la pubblica felicità con un’istruzione pubblica, con una riforma dell’amministrazione della giustizia, con l’eliminazione del latifondo.


Pietro Verri, milanese, fu economista, ma anche pubblico amministratore. Egli analizza la realtà austriaca e milanese, proponendo delle riforme attuabili. Per raggiungere la pubblica stabilità bisogna ridurre l’inefficienza e la corruzione della macchina statale, incentivando la libera iniziativa (Osservazioni sulla tortura), abolire la tortura perché disumana, irrazionale e contraddittoria.



La lingua

L’Accademia della Crusca aveva posizioni molto chiuse rispetto alla lingua, un atteggiamento purista e una concezione elitaria della cultura.

Nel secondo Settecento si diffonde un atteggiamento polemico nei confronti dell’Accademia della Crusca, soprattutto fra gli intellettuali più estremisti. A loro parere la Crusca impediva un’ampia comunicazione del sapere, mentre per Alessandro Verri e Melchiorre Cesarotti la lingua deve essere libera e autonoma dalle convenzioni, deve essere <<fatta di cose e non di parole>>, utile, concreta, razionale, per essere compresa dai più.


L’estetica

Nel primo Settecento si diffonde una concezione razionalistica dell’arte. In Italia non si arriva agli estremi francesi: in Francia veniva messa al bando ogni forma ed espressione di sentimento, fantasia ed immaginazione. In Italia, invece, tutto ciò poteva trovare spazio in nome della poetica aristotelica tardo cinquecentesca, secondo la quale si poteva dare spazio al verosimile, non al vero.


Nel secondo Settecento troviamo:

û       Concezione utilitaristica dell’arte, <<fatta di cose, non di parole>>. L’arte deve veicolare contenuti concreti, la nuova concezione filosofica e politica, è un’arte impegnata.

û       Si diffonde la teoria estetica sensistica di Condillac. Per giudicare bella o brutta un’opera bisogna osservare il fruitore dell’opera d’arte: essa è positiva se provoca sensazioni piacevoli nel fruitore, negativa se non le provoca. In Italia Cesare Beccaria e Pietro Verri sono propugnatori delle teorie sensistiche.

û       Si diffondono sentimento e passione nell’opera d’arte, e si diffondono i concetti di sublime e genio. È sublime tutto ciò che è capace di suscitare le più forti emozioni; il genio è colui che è eccezionalmente dotato dalla natura e viene, perciò, intralciato dalle regole e dalle leggi.




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