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Il Tempo e il Tempio - La concezione e il significato del tempo alla luce dell’avvenimento cristiano



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Il Tempo

e il Tempio





“ poiché senza significato non c’è tempo,

e quel momento di tempo diede il significato “











La concezione e il significato del tempo

alla luce dell’avvenimento cristiano
























Introduzione

Di Amanda Fizzotti


L’uomo è destinato all’eternità, riesce a scorgerlo dallo spiraglio aperto dalla consapevolezza della presenza dell’anima. Però tra l’uomo e l’eternità c’è il limite della morte. Quindi l’uomo, pur desiderando ardentemente la vita eterna è consapevole che non la può raggiungere, è consapevole del fatto che la sua vita ha un limite; la scoperta di ciò genera una disperazione: ogni tentativo che l’uomo può fare per cercare di nascondere a se stesso questa verità è perfettamente inutile: sia che assuma un atteggiamento indifferente, sia che cerchi di “cogliere l’attimo”, la morte sempre e comunque arriva. E nel suo intimo l’uomo lo sa e con tutte le sue forze combatte, lancia in resta, questi mulini a vento.

L’uomo del Novecento (e del Duemila) ha assistito ad un progresso scientifico e tecnologico tale che la vita umana si è allungata, ma non è ancora (e non lo potrà essere mai) eterna. E allora dentro il cuore dell’uomo nascono alcune domande: “Perché sono vissuto? Quale era lo scopo di tutto? È’ valso a qualcosa quello che ho fatto?”.

All’uomo allora si fa chiaro come ogni azione e sentimento non serva a nulla, perché destinato a finire, e tutto perde di significato: “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”.

Ma















Nota degli autori sulla scelta degli Autori


Qualcuno potrebbe avere da obbiettare sulla scelta operata nel mondo dei poeti cristiani. Si sono voluti privilegiare autori dell’Ottocento e del Novecento perché, visti i tempi ristretti a nostra disposizione, sono quelli che richiedono meno tempo nell’analisi del significante (per intenderci: se avessimo fatto Dante, o l’avremmo fatto male, oppure avremmo dovuto dedicargli una quantità di lavoro tale da portarci alla rinuncia di altri autori).

Ungaretti e Luzi sono rimasti fuori in quanto gli autori della ricerca “Tempo e tempi”, che ci hanno fornito l’ispirazione per la nostra, li avevano già trattati.

Infine, si potrebbe obbiettare sui due stranieri, Eliot e Péguy, l’uno metà anglicano metà cattolico, l’altro che a causa del secondo matrimonio non potrà ricevere i sacramenti dopo la conversione (o, come l’ha definita lui, il ritorno alla fede: odiava esser definito convertito), per il gioco moralista di chi vuol dividere il mondo in buoni e cattivi, cristiani e no. Ma come ha recentemente scritto Luca Doninelli, “Lo scrittore –ma diciamo pure: l’uomo- non è definito dall’esser cattolico o no. Si tratta di una definizione di comodo, per mettersi a posto la coscienza, per assegnare una casella alle cose in modo da non esserne infastiditi”. E, evitando questo, i cinque autori che proponiamo sono dei cristiani con fedi travagliate: da un Rebora che si convertirà e si farà prete solo a cinquant’anni, ad un Eliot che pur inginocchiandosi davanti a S. Pietro rimarrà anglicano, ad un Péguy socialista (e non rinnegherà mai il suo passato), ad una Negri che arriverà anche lei alla conversione, fino ad un Betocchi (l’unico dei cinque che non perderà la fede per riacquistarla con la conversione) provato nella seconda parte della sua vita da dolori e da quella realtà che non solo lui, ma tutti questi poeti amavano, perché il loro era veramente “il senza tempo nel tempo”.




Text Box: Ada Negri

Nata a Lodi nel 1870, morta a Milano nel 1945, passò <a href=l’adolescenza con la madre e la nonna a Lodi, per poi trasferirsi a Motta Visconti, dove insegnò grazie al diploma magistrale. Il suo primo libro, “Fatalità”, le diede un improvviso successo, che però non turbò la sua vita di moglie e di madre. Dopo vari anni e varie vicissitudini, approdò alla fede nella raccolta poetica “Il dono” (1936), dove raggiunse l’apice della sua espressività. " v:shapes="_x0000_s1032">Ami e non pensi essere amata


In Ada Negri la conversione é la scoperta che tutto é atto d’amore , che tutto viene unito da questo , e che questa unità interessa anche il Male , perché anche il Male é vinto da questa unità . In Mia giovinezza afferma , rivolgendosi alla sua vita passata , “Ami e non pensi essere amata” . Ecco il punto , ecco il perno su cui gira tutta la poetica della Negri : l’amore senza ritorno . Per la poetessa il primo fattore della conversione é stata l’intuizione, la scoperta , la Grazia , di scoprire che esiste questo fatto prodigioso per cui un essere umano può amare senza pensare di essere amato a sua volta. Dopo questa scoperta c’é la necessità del tempo , per sviluppare quest’intuizione :


A. Negri, Mia Giovinezza




Anno per anno, entro di te , mutasti

volto e sostanza .



Così recita in Mia giovinezza. C’é il tempo , ci sono tutte le occasioni della vita , il dolore , e così l’effimero delle cose : eppure anche una luce che dal di dentro si diffonde illuminando la vera natura dell’io. Questo é l’amore.

In Mia Giovinezza c'è l’intuizione fondamentale che ha convertito la Negri , la percezione di un amore senza ritorno. Ma é impossibile , considerando la natura dell’essere umano che é sempre alla ricerca del “ritorno”. Ed é proprio l’esistenza di questo impossibile che la e fa dire : l’impossibile c'è, e se c'è allora anche Dio c’é .


A. Negri, Mia Giovinezza




fu amore di Te , che in ogni cosa

e creatura sei presente .



Ecco cosa c’é di grande nelle sue poesie : l’amore verso quel “Te” che é presente in ogni cosa implica l’amore verso ciò in cui é presente . Qui avviene l’impossibile . Amo questa cosa perché amo Te , così come amerei Te anche se questo non ci fosse . L’amore di Ada negri quindi non é una spada che divide l’eterno dal presente . Basti leggere queste due poesie :


A. Negri, Il dono, da Il dono (1936)












Il dono eccelso che di giorno in giorno

e d’anno in anno da te attesi, o vita

(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza

anche il pianto), non venne: ancor non venne.

Ad ogni alba che spunta io dico: «E’ oggi»:

ad ogni giorno che tramonta io dico:

«Sarà domani». Scorre intanto il fiume

del sangue vermiglio alla sua foce:

e forse il dono che puoi darmi, il solo

che valga, o vita, è questo sangue: questo

fluir segreto nelle vene, e battere





dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti

unicamente perché sei la vita.



A. Negri, Domanda senza risposta, da Il dono (19)






























Lo so. Fuggir non può nessuno il tuo

dominio. Sei già in noi, quando nasce.

Cresci con noi, fatta dell’ossa nostre

e del cuore che pulsa e del pensiero

che spazia. Se la vita una certezza

possiede, tu quella certezza sei:

dietro ogni atto, ogni sogno, ogni speranza,

s’allunga il nero della tua grande ombra.

Pronta a inghiottirci nella tua grande ombra

al termine prescritto; ma non triste;

anzi, serena: poiché tu sorella

sei della vita: la natura, eterna

progenitrice, entrambe ad un sol parto

creava – e tu non puoi senza la vita

esser, né vita può senza di te.

Solo ti chiedo: perché mai soffrire

tanto si deve, per morire? Al corpo

nostro perché sì torbida condanna

di tormenti, e si lunga, e si diversa,

prima di render l’anima? Perché

fra il basso peso della carne e il soffio

in cui respira Iddio, nel punto estremo

del separasi, così stretto è il nodo

che lo strappo e martirio?


Ma tu nulla

rispondi. È la tua legge. È l’improvvisa

pace che inbianca come alba il volto

di chi trapassa, unica a noi può dire

quanto sia bello, quanto dolce, dopo

la scissione, il tuo riposo, o morte.



- Ecco che anche la morte entra a far parte di questa unione, di questo grande Amore per Dio.

A. Negri








Tu sola

rassomigli alla morte; ed è la morte

quella ch’io cerco, dopo tanta vita.

Notte, lia di Dio,

notte, compagna estrema,

senza dolore affonderò dal tuo

silenzio a quello che non ha mai fine.



A. Negri, Cielo Stellato

O stelle, e quando mai fui così vostra

come in quest’ora?





L’una canta: «Vieni»:

e l’altra: «Vieni»: e tutte: «Vieni, vieni,

anima innamorata della morte

ch’è vita eterna»


- La morte é un silenzio per modo di dire , perché se é silenzio non c’é nulla che grida più di questo . É un silenzio che può giungere fino al grido. Tutto celebra questo amore che unisce. L’immagine Ogni stella dice “vieni !” , e tutte le cose sono raccolte da questa voce che emana da ognuna di esse. L’universo é tutto convertito in una cosa sola . Anche il tempo tiranno , seppure sempre visto come oppressore , viene accettato con la consapevolezza che viene da Dio :


A. Negri, Tempo, da Fons Amoris (1946)











Giorno per giorno, anno per anno, il tempo

nostro cammina! L’ora ch’è sì lenta

al desiderio, tu la tocchi infine

con le tue mani; e quasi tenon credi,

tanta è la gioia: l’ora che giammai

affrontare vorresti, a cauto passo

ti s’accosta e t’afferra – e nulla al mondo

da lei ti salva. Non è sorta l’alba

che piombata è la notte; e già la notte

cede al sol che ritorna, e via ne porta

la ruota insonne. Ma non v’è momento

che gravi su noi con la potenza

dei secoli; e la vita ha in ogni battito

la tremenda misura dell’eterno.


Text Box: Clemente Rebora

Nato a Milano nel 1885 e morto a Stresa nel 1957, si manifestò sin da subito in Rebora un sincero affetto per i deboli. Dopo aver combattuto nella Grande Guerra insegnò a Milano, e, in seguito ad una crisi spirituale, si ritirò in convento. Si fece sacerdote nel 1936.
Una malattia terribile lo colpì negli ultimi anni della sua vita, e mesi di mali indicibili provarono fortemente la sua fede, fino alla morte, avvenuta in mezzo ai fratelli che lo avevano accudito nell'ultimo periodo.
Ho sbagliato pianeta!


Clemente Rebora si presenta alle prime letture come uomo povero povero nel suo andare verso il basso preferendo gli umili agli altri , povero proprio come i poveri a cui fin dall’adolescenza aveva dedicato tanto del suo tempo , povero nel dire di sì alle posizioni difficili e no a quelle comode , povero nel cogliere la positività del disegno misterioso delle cose , ed infine povero come “i poveri in spirito” , beati “perché di essi é il Regno dei Cieli” .

In Rebora il primo germe della spiritualità sta nella sua stessa natura ; fin dal tempo dell’adolescenza la sua tendenza era quella di rivolgersi verso il basso ( come già detto sopra ) . Ma allora perché Rebora ha tanto resistito alla sua vocazione ? Perché non ha scelto prima la strada del Monte Calvario ? Forse per l’assenza dell’educazione religiosa ? Per le tradizioni mazziniane ? Per la sua recondita superbia di poter far tutto da sé , non solo con la testa ma anche col suo cuore ? Certo questi potrebbero essere elementi che lo avrebbero potuto condizionare , ma bisogna prima di tutto considerare quello che ha significato per Rebora questa lenta ma sicura maturazione religiosa , che ha fatto in modo che la vocazione avvenisse al momento giusto dopo aver sviluppato radici abbastanza forti da impedire in futuro tentennamenti o dubbi . Ma prima di riuscire a dare un nome , perché di questo si trattava , al seme che avrebbe generato questa radice, Rebora soffrì molto per il non riuscire a comprendere questa specie di sentimento d’ansia. Nel suo Curriculum vitae troviamo le tracce di questa sofferenza :



C. Rebora, Curriculum Vitae















Un guasto occulto mi minava in basso ,

un lutto orlava ogni mio gioire ;

l’infinito anelando , udivo intorno

nel traffico o nel chiasso , un dire furbo ;

quando c’é la salute , c’é tutto ;

e intendevano le guance paffute ,

nel girotondo di questo mondo ,

ribellante gridava la mia pena :

ho sbagliato pianeta !

per ogni strada una fallace meta ,

posticcio ogni traguardo ,

tutto era buono e tutto era cattivo ,

errore e verità stavano al gioco ,

mille facce occhieggiavan senza sguardo ;

le braccia tese ad una fraterna intesa

recise cadevano a terra .


Gridando al mondo : “Ho sbagliato pianeta !” Rebora sottolinea la lontananza dei suoi interessi con quelli che sono gli interessi comuni ( la fallace meta , il traguardo posticcio ) . In fondo se mancava un nome a quell’ansia quotidiana era proprio quello dell’eternità , era il desiderio di battersi per qualcosa che non muoia , non decada , non imputridisca . É attraverso l’esperienza del limite , quindi della morte che Rebora ha scoperto l’eterno. Dice infatti in questi versi :


C. Rebora, Curriculum Vitae


()come fiume muove

a quella foce

ove é l’eterno .

Ma questa ricerca dell’eternità non sempre ha la funzione di avvicinarlo a Dio : in un’altra parte del Curriculum declama :


C. Rebora, Curriculum Vitae



Il cittadino accender della sera

mi ritrovó solo a ripensare al tempo :

l’anima mia , posta nell’eterno ,

mestizia forse , non tristezza colse .


- È il sentimento di infelicità che si prova quando la piccolezza della nostra anima viene messa al confronto con l’immensità eterno e ci si rende conto di quanto gli ë lontana e del fatto che mai riuscirà ad afferrarla tutta . C’é un distacco incolmabile come tra l’onda ed il mare . L’uomo ha bisogno del mare , e non gli giunge che una goccia , l’onda . Quindi pur essendo in primo piano Dio rimane nascosto ed inafferrabile .


- Prima dell’incontro con Dio però , il Rebora privo di fede scriveva :


C. Rebora






Speravo in me stesso : ma il nulla mi afferra

Speravo nel tempo : ma passa , trapassa ;

in cosa creata : non basta , e ci lascia ,

Speravo nel ben che verrá , sulla terra :

ma tutto finisce , travolto , in ambascia .


Dove il tempo é visto nell’ottica di chi non crede alla vita eterna , sente quindi il bisogno di rassicurarsi sul fatto che la sua esistenza é valsa a qualcosa :


C. Rebora


Se l’uomo tra bara e culla




- Poi accadde qualcosa nell’animo del poeta che fece scattare la scintilla della conversione , che lui stesso ci racconta in alcune sue note : “Il Signore di notte mi batté a martello nel cuore NO a me che aveva riaccettato di tener un corso sul Cristianesimo - cieco che facevo da guida”

- Il tema della vocazione é molto importante nell’esperienza religiosa dell’individuo . La vocazione é ció che , per un cristiano, é la vita stessa ; la quale trova il suo significato nell’essere risposta ad una chiamata . Rebora aveva trovato finalmente la molla che avrebbe dirottato la sua vita verso un nuovo ordine e si rendeva conto di aver tentato di insegnare ad altri ció che lui stesso non poteva ancora capire ( e come lui stesso dice “ si puó parlare del fabbro senza esserlo , ma non si può parlare di Dio se non batte dentro di noi la sua immagine , se non soffriamo per la sua assenza .” ) . E l’incontro con Dio gli ha permesso di eliminare la sensazione di inutilità della vita per la presenza della morte che pone fine ad ogni cosa :


C. Rebora, Tempo, da Poesie Sparse (1914-l918)















Apro finestre e porte­­ ­­­–

ma nulla non esce,

non entra nessuno:

inerte dentro,

fuori l’aria è la pioggia.

Gocciole da un filo teso

cadono tutte, a una scossa.


Apro l’anima e gli occhi –

ma sguardo non esce,

non entra pensiero:

inerte dentro,

fuori la vita è la morte.

Lacrime da un nervo teso

cadono tutte, a una scossa.









Quello che fu non è più,

ciò che sarà se n’andrà,

ma non esce non entra

sempre teso il presente –

gocciole lacrime

a una scossa del tempo.



C. Rebora, Batte nel campo, da “Canti dell’infermità” (1957)











I

Batte nel campo la falce picchiando

sul fil di rasoio, e l’estate dilata il suo giorno:

distese lunghe di spazi

e di ciel d’ogni intorno;

sussurro di uccelli in profondo.


II

La mia lunga giornata

da un meno e da un più è segnata:

un giorno di meno

che da Gesù mi divide:

un giorno di più che mi avvicina,

crescendomi anziano, lo spero, per il Cielo.


Text Box: Thomas Stearns Eliot

Discendente da una famiglia inglese emigrata in America nel Seicento perché perseguitata religiosamente, si laureò a Hardvard, dove studiò letteratura, sanscrito e filosofia, e dove in seguito si appassionò a Dante. Dopo una breve permanenza in Francia (dove assisterà alle lezioni di Bergson) e in Germania, allo scoppio della Grande Guerra ripara in Inghilterra, dove si sposa. Dopo anni molto sofferti (la moglie impazzisce e lui deve accettare un modesto incarico di insegnante), arriva al successo nel 1922 con The Waste Land. Nel 1927, dopo quattro anni di crisi spirituale, viene battezzato nella Chiesa Anglicana; dopo un periodo dedicato soprattutto all’attività di critico, scrive nel ’34 I Cori da “La Rocca” e l’anno successivo “Assassinio nella Cattedrale”, un dramma teatrale; nel 1942 vedono la luce i Quattro Quartetti. Nel 1948 ricevette il Nobel. Morì nel 1965.

Poiché senza senso non c’è significato


Eliot è il poeta cristiano nel quale è più evidente la questione del tempo, del suo significato, e delle conseguenze carnali e temporali dell’Incarnazione. È un poeta che sin da subito cerca un significato, cerca un significato che sente deve esserci oltre l’immutabilità del corso temporale, quell’eternità a cui l’uomo è destinato.

Quando poi approderà alla fede, troverà lo scopo della sua ricerca, quello che lui stesso definì, nei Quattro Quartetti, “il punto di intersezione del senza tempo con il tempo”, cioè Cristo. Trovato il significato, per Eliot può iniziare finalmente la storia, la storia che è tale proprio perché ha un significato, una storia carnale, temporale, non astratta (come è nel suo temperamento), una storia di un popolo, una storia del popolo cristiano, una storia nella quale Cristo, presente nella Chiesa, dà nuovo significato e redime ogni attimo, ogni giorno, ogni vita.


T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock, da Prufrock e altre osservazioni(1917)
















E di sicuro ci sarà tempo

Per il fumo giallo che scivola lungo la strada

Strofinando la schiena contro i vetri;

Ci sarà tempo, ci sarà tempo

Per preparati una faccia per incontrare le facce che incontri;

Ci sarà tempo per uccidere e creare,

E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani

Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;

tempo per te e tempo per me,

E tempo anche per cento indecisioni,

E per cento visioni e revisioni,

Prima di prendere un tè col pane abbrustolito.




Text Box: QOHELET

“Per tutto c’è un momento e un tempo per ogni azione, sotto <a href=il sole./ C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sbarbare il piantato./ C’è un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. () Un tempo per tacere e un tempo per parlare (Ecclesiaste, 3, 1-7) " v:shapes="_x0000_s1028">- In questi versi di Eliot riecheggia il Qohelet (vedi riquadro sottostante), ma con delle variazioni che ne cambiano il significato: l’uso del futuro (“ci sarà tempo”: nella Bibbia, invece, il verbo è al presente) permette al protagonista di scappare dalla realtà, di rimanere nella sua ignavia, nella sua passività. Dunque, senza significato, non c’è tempo, è un continuo rimandare ad un domani che probabilmente non arriverà: e se non c’è tempo allora non c’è storia, ma solo un’immensa non-storia, un unico non-avvenimento.









T.S. Eliot, Lirica, da Poesie della Prima Giovinezza (1904-l910)















Se Tempo e Spazio, come i Saggi dicono,

Sono cose che mai potranno essere,

Il sole che non cede al mutamento

Non è per nulla superiore a noi.

Così perché, Amore, dovremmo sperare

Di vivere un secolo intero?

La farfalla vive un giorno solo

È già vissuta per l’eternità.


I fiori che ti diedi allorché la rugiada

Tremolava sul tralcio rampicante,

Prima che l’ape volasse a suggere

La rosellina di macchia erano già appassiti.

Così affrettiamoci a coglierne ancora

Senza tristezza se poi languiranno;

I nostri giorni d’amore sono pochi:

Facciamo almeno che siano divini.


- Fin dai primi passi nel mondo della poesia (questa è una delle sue primissime liriche), in Eliot si vede come il tempo non è misurato secondo la quantità, ma secondo il suo significato (difatti nemmeno il viaggio temporale del sole, simbolo di un tempo immortale, è diverso dai mortali, perché non ha senso). Il poeta aspira ad un presente che attinga all’Eterno, di un significato per l’adesso (e mentre il Carpe Diem di Orazio è un chiudere la porta all’Eterno irraggiungibile e accontentarsi, la Lirica di Eliot è un rendersi conto del limite ma non per questo scoraggiarsi, e cercare l’Infinito nel finito) quello stesso significato che troverà dopo la conversione, all’inizio come invocazione, nei Mercoledì delle Ceneri,


T.S. Eliot, Mercoledì delle Ceneri (1930)














() Redimi

Il tempo. Redimi

La visione non letta nel sogno più alto

Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.


La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro

Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,

Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola


Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra

Redimi il tempo, redimi il sogno

La promessa del verbo non detto e non udito


Finchè il vento non scuota mille bisbigli dal tasso


E dopo questo nostro esilio



- Il “verbo non detto e non udito” (nella poesia word, nel senso che Giovanni gli dà scrivendo logos nel suo vangelo) è colui che redime il tempo, il sogno (inteso come sogno umile, in contrapposizione al sogno più alto che appare qualche verso prima, in quanto, per Eliot, “l’uomo moderno sembra essere capace solo di sogni umili”; perciò una promessa terrena, quotidiana), la promessa (“vogliamo che sia compiuto in sé quello che appartiene all’inseità di ogni persona”), non è ancora definitivamente penetrato nel cuore del poeta: il verso finale è preso dal “Salve Regina”, ed è quello che predispone il passaggio dalla “valle di lacrime” al Paradiso, e la preghiera continua dicendo “Mostraci il frutto benedetto del tuo seno”. Eliot, tuttavia, lascia la frase inconclusa.

- All’inizio di Mercoledì delle Ceneri si trovano dei versi che esprimono l’impossibilità di raggiungere un obbiettivo (quello della strofa omessa del “Salve Regina”), che sfugge sempre, e questa disperazione sembra portare Eliot, poeta molto realista, alla stessa conclusione del Qohelet:


T.S. Eliot, Mercoledì delle Ceneri (1930)






Poi che ora so che il tempo è sempre il tempo

E che lo spazio è sempre ed è soltanto spazio

E che ciò che è reale lo è solo per un tempo

E per un solo spazio

Godo che quelle cose siano come sono

E rinuncio a quel viso benedetto

E rinuncio alla voce

Poi che non posso



- Ma questa stessa fragilità temporale, questo subire il tempo che scorre inesorabile, e il non poterci far niente per fermarlo, non diviene obiezione per Eliot, bensì domanda, preghiera:



T.S. Eliot, Mercoledì delle Ceneri (1930)




Pregherà la sorella velata

() per coloro che sono straziati sul corno fra stagione

E stagione, tempo e tempo,

Fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, per coloro che attendono

Nelle tenebre?



- Tutta la questione eliotiana del tempo viene definita e ben descritta nei Cori da “La Rocca”. All’inizio, proprio nel primo Coro, troviamo dei versi che, se nella prima parte nulla aggiungono a quanto detto prima, nella seconda fanno vedere come la redenzione richiesta a Dio nel Mercoledì delle Ceneri sia possibile, e sia possibile nella Chiesa (la Rocca, o la Straniera, è appunto la protagonista dei Cori):


T.S.Eliot, Cori da “La Rocca”(1934), Canto I








() In questa strada

Non c’è principio, non movimento, né pace né fine

Solo rumore senza parole, e cibo senza gusto.

Senza indugio, senza fretta

Costruiremo il principio e la fine della strada.

Ne costruiamo il senso:

Una Chiesa per tutti

E un mestiere per ciascuno

Ognuno al suo lavoro


- Quel “principio e la fine della strada” possono essere costruiti solo se il tempo ha un senso. Eliot aspira non ad una tragica successione di eventi (nei quali l’uomo viene trascinato senza possibilità di vivere), ma ad un tempo circolare, in cui la fine coincide con il principio: ciò è possibile quando il vissuto (cioè l’inizio) viene ritrovato recuperandone il significato. La fine diventa così il principio restituito, dotato di senso. Questo è il tema dei Quattro Quartetti:


T.S. Eliot, Burnt Norton, da Quattro Quartetti (1942)



Il tempo presente e il tempo passato

Sono forse presenti entrambi nel tempo futuro,

E il tempo futuro è contenuto nel passato.

Se tutto il tempo è eternamente presente

Tutto il tempo è irredimibile.



Text Box: S. AGOSTINO e BERGSON

”Se il futuro e il passato esistono, voglio sapere dove sono. Se non arrivo ancora a saperlo, so perlomeno che, ovunque essi siano, non sono là come futuro e passato, ma come presente. Perché se sono là come futuro, non ci sono ancora; se invece sono là come passato, non ci sono più. Perciò, dovunque essi siano, non esistono che come presente”
(S. Agostino, Le Confessioni)


“E, infatti, <a href=memoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria riporta il passato nel presente, pur lasciandogli la sua qualità di passato: ciò che si mostra in essa una capacità unificatrice senza la quale (come aveva già osservato S. Agostino, il tempo stesso non ci sarebbe.” (V. Mathieu, Storia della Filosofia, 3° volume, modulo IX, Lo Spiritualismo Francese e Bergson) " v:shapes="_x0000_s1026">- In questi versi si sentono chiaramente i riferimenti ad Agostino, e la sua divisione in tempo passato, presente e futuro. Qui, però, e ci troviamo nel Novecento (il secolo nel quale il tempo si trasforma definitivamente da oggettivo in soggettivo), le intuizioni di Agostino e di Bergson (vedi riquadro) sono portate in Eliot ad una concezione del tempo soggettiva: l’unico tempo che l’uomo vive è il presente, e il passato e il futuro sono fusi in esso. Per questo è irredimibile: vivendoci, essendoci dentro, non può dominarlo, non può dargli un significato.

Però (e così succederà anche nei Cori de “La Rocca”) c’è l’intervento di Dio, l’Incarnazione di Cristo che porta significato sulla terra, nella quotidianità dell’uomo, nella sua condizione temporale. Ed è interessante notare come anche Eliot, come già la Dickinson, usi la metafora del mare per descrivere questo Eterno: ma qui c’è un mare (l’Eterno) e un fiume (il mondo, il tempo finito, la vita umana); mentre il fiume si limita a fluire, il mare (che circoscrive e circonda la terra) ingloba in sé ogni temporalità, rappresentando l’eternità.

Ritorna, anche nei versi che ora proponiamo, il tema incessante del significato (da notare come questi versi si possano capire meglio confrontandoli con il Settimo canto dei Cori):


T.S. Eliot, Burtn Norton, da Quattro Quartetti (1942)










La curiosità degli uomini indaga il passato e il futuro

E s’attiene a quella dimensione, ma comprendere

Il punto d’intersezione del senza tempo

Col tempo, è un’occupazione da santi

() Per la maggior parte di noi non c’è che il momento

A cui non si bada, il momento dentro e fuori del tempo,

L’attimo di distrazione, perso in un raggio di sole

() Questi non sono che accenni

E congetture, accenni seguiti da congetture; e il resto

È preghiera, osservanza, disciplina, pensiero e azione.

L’accenno mezzo indovinato, il dono mezzo capito, è la Incarnazione.


- L’Incarnazione è appunto l’Eterno che si incarna, che incontra, che si immedesima nel finito umano. Un Eterno talmente misericordioso che salva, attraverso la preghiera e la disciplina anche chi è debole, è distratto, anche chi non è un santo: difatti l’Incarnazione è un dono per i santi, e dono mezzo capito per gli altri.

Tuttavia c’è da distinguere: il tempo di Eliot è circolare, ma non ciclico, anzi. Da subito Eliot avverte come il tempo sembra essere condannato a vivere nel cerchio, e a continuare a morire, ciclicamente: già all’inizio la fine è presente. Allora che significato hanno le nascite e le morti, il passare delle stagioni, e gli avvenimenti insiti nel tempo? Qui il poeta critica ironicamente taluni (la concezione degli stoici?), quegli antenati la cui serenità è “solo una deliberata ebetitudine”, la cui sapienza è “solo conoscenza di segreti morti”. Per questo Eliot non vuol sentir parlare della saggezza dei vecchi, perché “la sola saggezza che possiamo ottenere è la saggezza dell’umiltà”: l’umiltà che permette l’attesa, e quando l’Avvenimento accade, adesione. Perciò il punto di partenza, con la venuta di Cristo, è ribaltato: con la morte (“sarei lieto di un’altra morte” dicevano i Re Magi in una sua poesia) si raggiunge la redenzione totale, e “nella mia fine è il mio principio”.



- Vediamo ora un altro aspetto dei Cori, quello del Settimo, una metafora dell’avventura umana, della storia.


T.S.Eliot, Cori da “La Rocca”(1934), Canto VII


In principio Dio creò il mondo. Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre erano sopra la faccia dell’abisso.

E quando vi furono uomini, nei loro vari modi lottarono in tormento alla ricerca di Dio


























Ciecamente e vanamente, perché l’uomo è cosa vana, e l’uomo senza Dio è un seme nel vento, trascinato qua e là non trova luogo dove posarsi e germinare.

Essi seguirono la luce e l’ombra, e la luce li condusse verso la luce e l’ombra li condusse verso la tenebra, ad adorare serpenti ed alberi, ad adorare dèmoni piuttosto che nulla: a piangere per la vita oltre la vita, per un’estasi non della carne.

Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre erano sopra la faccia dell’abisso.


E lo Spirito si muoveva sopra la faccia delle acque.

E gli uomini che si volsero verso la luce ed ebbero conoscenza della luce

Inventarono le Religioni Maggiori; e le Religioni Maggiori erano buone

E condussero gli uomini dalla luce alla luce, alla conoscenza del Bene e del Male.

Ma la loro luce era sempre circondata e colpita dalle tenebre

Come l’aria dei mari temperati è trafitta dal fiato immobile e morto della Corrente Artica;

E giunsero a un limite, a un limite estremo mosso da un guizzo di vita,

E giunsero allo sguardo rinsecchito e antico di un bimbo morto di fame.

Preghiere scritte in cilindri girevoli, adorazione dei morti, negazione di questo mondo, affermazione di riti il cui senso è dimenticato

Nella sabbia irrequieta sferzata dal vento, o sopra le colline dove il vento non farà mai posare la neve.

Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre erano sopra la faccia dell’abisso


- Il deserto (interessante l’uso della parola waste, la stessa usata in The Waste Land, La Terra Desolata, suo lavoro pre-conversione) sta a significare l’assenza di significato, che porta consecutivamente la desolazione, il non tempo e il non vivere di Pufrock.

La storia umana è presentata come ricerca di Dio, di significato. Questa ricerca è però vana, in quanto umana, e il Bene non è tale, ma l’uomo è a esso destinato (“vogliamo che sia compiuto in sé quello che appartiene all’inseità di ogni persona”): però, in dato momento, e qui sta la novità del Cristianesimo, è Dio che si fa presente, è il Significato che si fa presente nel tempo dandogli senso; difatti c’è questa opposizione tra la ricerca dell’uomo, e qui è significativo il valore dato da Eliot alle Religioni Maggiori (Ebraismo e Islamismo, che possono sì avvicinare l’uomo al Bene, ma col quale si rimane comunque lontani, e il cui destino non è compiuto - la metafora dei mari temperati-).

- E si arriva alla terza strofa, forse il brano poetico più rappresentativo della concezione di Eliot (e cristiana) del tempo:


T.S.Eliot, Cori da “La Rocca”(1934), Canto VII















Quindi giunsero, in un momento determinato, un momento nel tempo e del tempo,

Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando, bisecando il mondo del tempo, un momento nel tempo ma non come un momento di tempo,

Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c’è tempo, e quel momento di tempo diede il significato.

Quindi sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo,

Attraverso la Passione e il Sacrificio salvati a dispetto del loro essere negativo;

Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima,

Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce;

Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via.


- E’ l’Incarnazione: annunciata e stabilita (in un momento predeterminato), accaduta nella realtà umana (un momento nel tempo e del tempo), e non nelle menti o nelle astrazioni umane (non fuori dal tempo, ma nel tempo, in ciò che chiamiamo storia), chiaramente in polemica con la riduzione attuale del Cristianesimo ad un qualcosa che verrò dopo la morte, mentre invece nel Cristianesimo la salvezza emerge attraverso il tempo, il qui e ora.

L’entrata di Dio nella storia è un avvenimento che pur manifestandosi nel tempo appartiene all’Eterno, a quello steso Eterno che dà appunto il significato tanto ricercato da Eliot.

Il cambiamento che perciò si compie nell’umanità non è prima di tutto morale o dottrinale, ma è la possibilità per gli uomini di seguire un cammino, e la sconfitta di quel deserto che impediva di vivere completamente e con un senso: non sono vinti i limiti e le contraddizioni, ma l’insignificanza. E’ qui che si trova forse una delle più azzeccate definizioni del Cristianesimo, in antitesi con chi lo vuole ridurre a moralismo (applicando la giustizia umana, che differisce da quella divina in definitiva per la misericordia, ed è una misericordia infinita, “a dispetto del  loro essere negativo”): l’unica differenza tra cristiano e non cristiano è seguire Cristo, cioè la Chiesa, non essere dei santarellini. A tutto il resto supplisce la misericordia di Dio, anche quando l’uomo perde il tempo che ora ha assunto significato.

Questa Rivelazione (che in Eliot riguarda soprattutto il significato del tempo, non va a toccare il problema della morte) cambia radicalmente tutto, perché ora che il tempo ha un senso può essere vissuto pienamente, e soprattutto perché Cristo continua a rivelarsi nel tempo dell’uomo tramite la Chiesa (se non ci fosse Cristo saremmo disperati, ma sarebbe lo stesso se avessimo avuto Cristo e poi non la Chiesa, perché si sarebbe ritornati al punto di partenza). E cambia non solo la concezione del tempo, ma anche la vita stessa.












































Text Box: Charles Péguy

Nato nel 1873 a Orleans (la città di quella Giovanna D’Arco che le sarà sempre cara), orfano del padre, lio di un’impagliatrice di sedie (dal quale imparerà la dedizione al lavoro), compie studi irregolari a causa delle ristrettezze economiche. Dopo aver fondato un gruppo d’ispirazione socialista (fu un difensore di Dreyfrus), fonda i “Cahiers”, dei quaderni quindicinali dove, in 14 anni, passeranno tutti i maggiori nomi della cultura d’Oltralpe: questa impresa prosciugherà le forze e il denaro della sua famiglia. Dopo aver avuto tre li dalla prima moglie, nel 1910 sposa una giovane ebrea.
Nel 1910 riscrive “Il Mistero della carità di Giovanna D’Arco” alla luce della sua conversione di due anni precedente.
Muore durante una delle prime battaglie della Grande Guerra.
Eternamente ogni giorno


- Nel trattare il poeta francese, vogliamo esporne il pensiero a proposito del tempo con un suo stesso pezzo, tratto da Veronica: “Io costituisco un pezzo indispensabile nel meccanismo, nell’organismo stesso dell’eternità stessa, un pezzo non solamente inevitabile ma indispensabile. La mistica che nega il temporale è la più propriamente anticristiana. Il mondo moderno non è solo un mondo di cattivo cristianesimo, ma un mondo totalmente incristiano e le nostre stesse miserie non sono più cristiane.

Gesù non era venuto per dominare il mondo. Era venuto per salvare il mondo. Il proprio del cristianesimo è questo incastro delle due parti tanto inverosimile: il temporale nell’eterno e l’eterno nel temporale. ()

Tuttavia, negare il cielo non è quasi certamente pericoloso: è un’eresia  senza avvenire. Negare la terra, invece, è una grande tentazione. Anzitutto è notevole, il che è peggio. Sta dunque qui l’eresia pericolosa, l’eresia con un avvenire ); quella che nega quel momento dentro il tempo. Non un momento del tempo, ma un momento nel tempo. Se si nega il temporale dentro l’eterno, si perviene a questi vaghi spiritualismi, idealismi, immaterialismi, religiosismi, panteismi, filosofismi, moralismi, che sono così pericolosi.

() Ma, ancora una volta, nell’insicurezza del mondo moderno () il vecchio tronco, ancora una volta, farà spuntare foglie e rami, ancora una volta la vecchia quercia lavorerà il vecchio tronco, ancora una volta la grazia lavorerà.

E la morte? La morte contiene una tale rivelazione di mistero che ogni uomo ne è afferrato perché il corpo, il corpo carnale si difende, il corpo si rivolta. E Gesù sul monte degli Ulivi non aveva corpo? Un corpo come noi. Dio stesso ha temuto la morte. Se non avesse avuto questo corpo, se fosse rimasto puro spirito, se non avesse avuto un’anima carnale, tutto il cristianesimo sarebbe caduto. Si è, pertanto, offerto; ha accettato e ha vinto la morte.

() Il cristianesimo () è un avvenimento che spesso non modifica gli aspetti esteriori superficiali, spesso non cambia nulla delle apparenze. L’avvenimento cristiano è un’operazione molecolare, interiore, istologica. Un avvenimento molecolare. Siete i più infelici tra gli uomini, voi cristiani. Ma siete anche i più felici. Con voi non si può mai star tranquilli. Avete reso tutto infinito, vere reso eterno, infinito tutto. Avete completamente messo sottosopra il mercato dei valori. Avete portato tutti i valori al maximum, al limite, all’eterno, all’infinito.

() Legame incredibile, inverosimile: il solo reale dell’uomo e di Dio, dell’Infinito e del finito, dell’Eterno e del tempo. () Tutto è pieno e, nello stesso tempo, insieme, tutto funziona, tutto lavora, è messo in gioco direttamente, tutto è legato a tutto e a tutti, reciprocamente, mutuamente. Ma così tutto è legato direttamente, personalmente, tutto è legato a tutto e a tutti, tra sé e insieme, simultaneamente tutto è legato al Corpo di Gesù, reciprocamente, direttamente, personalmente: il punto d’inizio, il valore della storia, la morte che invece d’essere fine e sepolcro rilancia ogni cosa all’infinito, direttamente, personalmente, con una responsabilità senza eccezione.”


- Vediamo ora, pezzo per pezzo, come Péguy ha espresso negli anni questa concezione del tempo, a partire dalla prima frase:

C. Péguy, Dipende da noi che l’infinito non manchi del finito, da Il Portico del Mistero della seconda virtù (1911)






Che l’eterno non manchi proprio di temporale


Che l’eternità non manchi proprio di un tempo,

Del tempo, Di un certo tempo.


E dipende da noi che l’infinito non manchi del finito


È una follia, manca di noi, dipende da noi

()Che l’eterno non manchi del deperibile.

- Per Péguy, uomo profondamente reale e attaccato alla realtà, l’Incarnazione è il tema principale, ed è dall’Incarnazione che dipende la sua fede. Difatti la condizione che pone a Cristo venuto sulla terra, e alla Chiesa, è questa condivisione del destino (la vita eterna) con la propria condizione di uomo finito e peccatore. L’eresia dell’uomo moderno toglie dunque a Péguy ogni ragione di fede; per il poeta la Presenza temporale di Cristo è fondamentale, è l’Incarnazione nel tempo la novità del Cristianesimo e il suo fondamento:


C. Péguy L’incarnazione vista da questa parte, da Victor-Marie, comte Hugo (1910)




I cristiani la considerano generalmente dalla parte dell’eterno, dal luogo dell’eterno, che viene dall’eterno, che si colloca dall’eterno. È da qui che contemo quest’inserzione culminante, questo raccoglimento in un punto di tutto l’eterno in tutto il temporale.


Questa inscrizione carnale, questa temporale inscrizione, questo punto di compimento. L’eternità è stata fatta, è divenuta tempo. L’eterno è stato fatto, è divenuto temporale.


- Se dal punto di vista della concezione della storia, con l’avvento del cristianesimo, si passa da una concezione ciclica ad una lineare, vi è il fenomeno inverso per quanto riguarda le vite degli uomini: difatti, tramite la Chiesa, Cristo continua a riaccadere, continua ad essere di nuovo presente, continua a farsi incontro all’uomo, superando le barriere del tempo:


C. Péguy, La dannazione è così, da Il Mistero della carità di Giovanna D’Arco (1910)





L’ora è venuta, l’ora attesa; l’ora attesa, l’ora preparata da ogni eternità.

L’ora che aspettavi da giorni e giorni, l’ora che aspettavi dal tuo battesimo, l’ora che aspettavi da ogni eternità.

Dalla tua eternità.

Il giorno è venuto, il grande giorno, e tu hai fatto la comunione del corpo di Nostro Signore.


Dopo quattordici secoli tocca a te ricevere. Tocca a te avvicinarti.


- È proprio nell’Eucarestia che possiamo capire uno dei paradossi (ma forse è meglio definirlo mistero) del “senza tempo nel tempo”, e cioè la contemporaneità, e il continuo sacrificio da parte di Cristo:



C. Péguy, È qui come il primo giorno, da Il Mistero della carità di Giovanna D’Arco (1910)















Lui è qui.

Lui è qui come il primo giorno.

Lui è qui in mezzo a noi come il giorno della sua morte.

Eternamente lui è qui fra noi come il primo giorno.

Eternamente ogni giorno.

È qui fra noi per tutti i giorni della sua eternità.


Il suo corpo, il suo medesimo corpo, pende sulla medesima croce;

I suoi occhi, i suoi medesimi occhi, tremano delle medesime lacrime;

Il suo sangue, il suo medesimo sangue, sanguina delle medesime piaghe;

Il suo cuore, il suo medesimo cuore, sanguina del medesimo amore.


Lo stesso sacrificio fa scendere il medesimo sangue.

Una parrocchia ha brillato d’un bagliore eterno. Ma tutte le parrocchie risplendono eternamente, perché in tutte le parrocchie c’è il corpo di Gesù Cristo.


Lo stesso sacrificio crocige il medesimo corpo, lo stesso sacrificio fa spargere il medesimo sangue.

























Lo stesso sacrificio immola la medesima carne, lo stesso sacrificio versa il medesimo sangue.

Lo stesso sacrificio sacrifica la medesima carne e il medesimo sangue.


È la stessa storia, esattamente la stessa, eternamente la stessa, avvenuta in quel tempo e in quel paese e che avviene ogni giorno in ogni giorno di ogni eternità.

In tutte le parrocchie di tutta la cristianità.


Che sia in Lorena e che sia in Francia,

Tutti i borghi splendono di fronte a Dio,

Tutti i borghi sono cristiani sotto lo sguardo di Dio.


Ebrei, non conoscete la vostra felicità; Israele, Israele, non conosci la tua felicità; ma neanche voi, cristiani, neanche voi conoscete la vostra felicità; la vostra felicità presente; che è la medesima felicità.

La vostra felicità eterna.


Israele, Israele, non conosci la tua grandezza; ma neanche voi, cristiani, neanche voi conoscete la vostra grandezza; la vostra grandezza presente; che è la medesima grandezza.

La vostra grandezza eterna.



- Sulla morte poi, ritorniamo alla stessa concezione di Eliot (stupisce la vicinanza al poeta anglo-americano: del resto, se Eliot seguì delle lezioni di Bergson, Péguy ne fu addirittura discepolo, difendendolo quando la maggior parte dei cattolici francesi imbastirono contro di lui una feroce polemica), quella per la quale “nel mio principio c’è la mia fine” e “nella mia fine c’è il mio principio”, anche se espressa con altre parole:


C. Péguy, La dura felicità, da La Ballata del cuore che ha tanto battuto (1910)







Dalla prima morte,

sempre presente,

fino alla propria morte,

sempre assente.


Dalla prima morte,

sempre assente,

fino alla propria morte,

sempre presente.


- Andando avanti nella lettura del pezzo tratto da Veronica ci si imbatte nella stessa concezione non moralistica della Chiesa presente in Eliot (il terzo pezzo del settimo canto dei Cori): il cambiamento può anche non essere esteriore. Ed un’altra analogia è la conseguenza dell’inserimento dell’Eterno nel finito, cioè Cristo, e, dopo la sua morte carnale, della Chiesa: un popolo nuovo, un popolo che può costruire proprio perché tutto viene salvato da Cristo, un popolo che guarda a tutti i fattori della realtà, una storia nuova.


- Approfondiamo questo concetto, cioè quello della storia e della concezione a livello teorico del tempo. Con una capacità di sintesi incredibile, Péguy riassume in una sola lirica la concezione giudaico-cristiana del tempo (l’inizio, la Creazione, e la fine, l’Apocalisse), quella che ha in comune di Eliot della fine coincidente con l’inizio e la novità della sua: il tempo in cui viviamo è solo un segmento di tempo “mutilato” da Dio, che gli ha dato un inizio e che gli darà una fine; dunque, il tempo umano è solo una parte di quello divino, di quello eterno, ma noi non riusciamo a rendercene conto (difatti Péguy lascia pronunciare la frase a Dio stesso), perché il tempo che noi avvertiamo è il nostro, e perciò soggettivo (Bergson docet).




C. Péguy, Il giudizio: la riapertura dell’eternità, da Il Mistero dei Santi Innocenti(1912)


























Io ho tagliato il tempo dell’eternità, dice Dio.

Il tempo e il mondo del tempo.

La creazione fu il cominciamento e il giudizio sarà la fine.

(Del tempo) (Del tempo del mondo) 

()

Quel che io ho aperto, io lo chiuderò.


Insomma l’ultima ora del primo dei sei giorni della creazione ho cominciato una certa storia,

E il giorno del giudizio la chiuderò.

Ora tutto l’antico testamento parte da questo giudizio che io feci di creare.

E tutto il nuovo testamento va verso questo giudizio che farò di giudicare.

Così l’antico testamento è simmetrico al nuovo.

È (contro) bilancia il nuovo.

E tutto il nuovo testamento parte da questa creazione

E tutto l’antico testamento va verso questo giudizio

E nell’antico testamento il Paradiso è al cominciamento.

Ed è un paradiso terrestre

Ma nel nuovo testamento il paradiso è alla fine.

E ve lo dico io è un paradiso celeste.

E tutto l’antico testamento va verso Giovani il Battista e verso Gesù.

Ma tutto il nuovo testamento viene da Gesù.




E la creazione fu una specie d’overture del tempo e di chiusura in qualche modo dell’eternità.

Ora il giudizio sarà propriamente la chiusura del tempo

E la totale e la definitiva

Riapertura dell’eternità.


- La concezione di Péguy si avvicina molto a quella di Eliot (condividendone i maestri ), e in alcuni aspetti vi è anche una evoluzione. Come Eliot, Péguy da cristiano ha la visione di Agostino, e da discepolo ha quella del maestro Bergson.


C. Péguy, Pianto su Giuda, da Il Mistero della carità di Giovanna D’Arco (1910)









Tutto il passato gli era presente. Tutto il presente gli era presente. Tutto l’avvenire, tutto il futuro gli era presente.

Tutta l’eternità gli era presente.

Insieme e separatamente.


Vedeva tutto in anticipo e tutto nello stesso tempo.

Vedeva tutto dopo.

Vedeva tutto prima.

Vedeva tutto durante, lui vedeva tutto allora.

Tutto gli era presente di tutta l’eternità.







C. Péguy, Il giudizio: la riapertura dell’eternità, da Il Mistero dei Santi Innocenti(1912)
















Il profeta parla prima.

Mio lio parla durante.

Il santo parla dopo


E io parlo sempre.


Ed è qui che si vede che mio lio è il centro e il cuore e la volta e la chiave

E la navata e l’incrocio dell’asse,

E il perno dell’articolazione

E il cardine che fa girare la porta.

Il principe dei profeti e il principe dei santi.


Il profeta, il giusto viene prima.

Mio lio viene durante.

Il santo viene dopo.


E io vengo sempre.


E la Chiesa, che è la comunione dei santi e la comunione dei fedeli, anche lei viene dopo, anche lei viene sempre.




- Se nell’Eliot dei Quattro Quartetti vi era una richiesta di redenzione a causa di un passato e di un futuro presenti nel presente, in Péguy questa redenzione è accaduta, e in Cristo vi è la stessa situazione, ma essendo Cristo superiore al tempo, lo domina, dandogli significato.

Vi è infine, nell’ultima poesia, un riferimento alla Chiesa. Il profeta parla prima dell’avvenimento, Cristo è l’avvenimento, la Chiesa viene dopo l’avvenimento, e allo stesso tempo, essendo dimora di Dio, è eterna. La volta di tutto è Cristo, è ciò che fa possibile questo legame:


C. Péguy, La grazia fatta storica e temporale, da Nota Congiunta su sectiunesio e la filosofia sectiunesiana (1914)


La grazia stessa, come elemento che entra nel mondo, che s’introduce, che opera nel mondo, non è stata sottratta, non si è sottratta alle condizioni generali dell’uomo e del mondo e anche per la grazia e per la rivoluzione cristiana, è l’inizio che è stato più bello.


La grazia è stata fatta temporale e storica, lealmente è entrata nelle condizioni generali dell’uomo e del mondo.


Text Box: Carlo Betocchi

Torinese di nascita (ma trascorse buona parte della sua vita a Firenze), diplomato come perito agrimensore, partecipò alla Grande Guerra, e lasciò l’esercito nel 1922, dopo esser stato in Libia e Cirenaica. Ritornato in Italia, riprese il suo lavoro di costruttore di ponti e strade, senza avere per molto tempo una fissa dimora. Durante un soggiorno romano stringe amicizia con Giorgio Caproni, il quale gli farà conoscere Bertolucci e Pasolini.
La vecchiaia è lunga, e piena di dolori per Betocchi, come la malattia lunga sette anni della moglie, che provarono fortemente la sua fede: Mario Luzi, suo amico, racconta che “Lui si è sentito veramente implicato in un altro tipo di religione che lo assimilava fraternamente a tutti quelli che provano la vita e provano anche il dolore”. Alla fine, comunque, il poeta accetterà, e anche serenamente, la sua morte imminente, che lo coglierà nell’86.


Del definitivo istante


C. Betocchi, Io, la formica, da La pazienza (1953-l959)




















Io sono la formica che pare

morir la sera al nascer della luna

quando co’ suoi deserti m’affattura

pallidamente l’unica natura


dell’anima e dei complici orizzonti.

Fra i limiti triboli del giorno,

nel cerchio inane dei segreti monti,

quando vo per pianure aride intorno


al nido travagliandomi col seme

pesante della mia arida speme,

voi lo sapete, con cui vivo insieme,

il negro corpo che vi porta il pane.


Ma il giorno ha la pazienza del domane:

ha la cristianità d’antica gente

che m’ha fatto formica tra le lente

ed ignote formiche della fame.


La notte ha il resto; si commuove al seme

lunare il mondo, e l’ombra del mio piede

minuscolo col mio corpo si vede

mutarsi nell’eterna chiarità.


- In tutte le poesie del poeta appare la profonda umiltà che lo ha caratterizzato, provocata dall’essersi reso conto di essere un nulla di fronte all’immensità e alla grandezza della realtà. In “Io, la formica” si trova una metafora della vita, cioè il giorno, attesa per la venuta definitiva di Dio, messo in contrasto con la notte, la morte: tuttavia, nella morte vi è il seme (davanti al quale il mondo si stupisce, si commuove, perché è un imprevisto, è un avvenimento) della vita, e nella vita stessa, segnata sin dall’inizio dal suo destino finito, si vive con la coscienza della presenza dell’Eterno, per cui si può procedere sicuri, non più angosciati dalla morte.


C. Betocchi, Alla chiesa di Frosinone, da Il vetturale di Cosenza ovvero Viaggio Meridionale (1953-l957)









Il tuo orologio suona ogni quarto,

ogni quarto ricorda: - il tempo passa;

ogni quarto con tocchi argentini

e l’ore con cupi tocchi. E sembra


che siamo solo noi due, io e il tempo.

E sembra non ci sia carità; che il mondo

sia un’arida clessidra, e noi come sabbia

che, dentro, vi scivoliamo. E sembra,


il mondo, non altro che suono. Se non avessi

l’anima, e non fossi quasi un’uccello

che batte l’ali fuor di palude, tu, tempo,

m’inganneresti. E tu, antica abside

che questi di Frosinone han lasciata









piena di crepe, o come nella tua polvere,

colpa, m’avvolgeresti. Ma la mia anima

prega sugli orizzonti senza suono,


di là dai lidi sabbiosi, dov’è andata

mia madre: di tra le ciglia della vita

che palpitano, come di bambina che si ridesta,

la mia anima prega per ciò che muore.



- In questa lirica il poeta combatte contro la percezione di tempo che gli è imposta, una concezione ingannevole, che lo rinchiude dentro lo scoccare delle lancette del campanile della chiesa: generalizzando il discorso, è lo stesso “tempo irredemibile” di Eliot, perché se il tempo fosse solo questo, non ci sarebbe spazio che per la disperazione. Ma c ‘è quel “ma” che sblocca la situazione: il poeta tende a colui che è l’Eterno stesso, e che perciò è slegato da questa penosa conta all’indietro. Così, dunque, è possibile che le ciglia palpitino, che la vita ricominci, una vita non più frenata dallo scorrere inevitabile del tempo. La stessa concezione temporale la possiamo ritrovare in un’altra lirica, “Il mio cuore è debole stasera”:


C. Betocchi, Il mio cuore è debole, stasera








Io sono: eccomi! Io sono

Solo in quest’ora debole,

Ciò che decide: io sono

La linea che divide


Il passato dal futuro.



Momento eterno dell’essere

Che ti stabilisci nell’attimo,

Sei tu la mia grazia, decidi.


- Il poeta si rende conto che non può dominare il tempo (è debole), che non riesce a vivere un presente che inevitabilmente fugge. Allora ha bisogno che l’Eterno stesso si incarni nell’attimo per poter vivere pienamente il tempo, nell’abbandono a Dio.

- In Betocchi la morte, che gli fu sempre vicina, sia nella lunga vecchiaia che nelle tragiche vicende famigliari, non solo non è più obiezione, ma è anzi desiderata: è l’abbandono a Dio, è il compimento di quello che su questa terra non è completo:


C. Betocchi, La verità, da I resti del corpo (1952-l953)













La verità, oltre la lucida fibra

dei sensi, va verso la squallida,

l’infinitamente squallida plaga

dell’eterno. Ma ahi noi! Che qui sostiamo


al sole del tempo, noi abitanti

dell’effimero, lungi dall’affascinante

tenebra dove tutti i misteri tralucono!

Palpitava di brezze il cielo al quale alludo


allorchè si rivelò, e fu per un istante,

e i voli delle veridiche colombe

mi trascinavano senza respiro;

ed io gioivo del mio morir come foglia


al quieto transito d’un giorno d’autunno.


- Si trova, infine, una analogia con Eliot: Betocchi, infatti, descrive la vita “nel cui principio si consuma, provvisoria, una fine”, e come nel poeta americano, questa fine è l’inizio, è il compimento, non la fine:


C. Betocchi, Su un detto di Einstein, da I resti del corpo (1950-l952)






























I

Il vecchio, come lo fa la vita, e non è l’ultimo

suo emblema, come il bimbo non ne è il primo:

soltanto una frazione dell’eterno cammino

sono di ciò che disfacendo sta facendo

la vita. Il vecchio ne ha conoscenza; ma il poco fiato

gli vieta dirlo: entro di lui s’accumula un segreto

che a ricordarlo tutta la sua vita non basta

perché nemmeno questa gli è parsa mai la sua vita,


ma soltanto la vita che a nulla s’asseconda

se non al proprio esistere: eternità non eterna

perché è soltanto la vita, e non altro che vita

nel cui principio si consuma, provvisoria, una fine.


II


Che cosa sia l’abitudine del vecchio

ad essere vecchio nessuno lo sa:

nemmeno lui, instabile qual’è, muto,

introverso, può concepirne il senso

poiché si rinnova continuamente.


Quel punto fermo in cui da parte

dei più si riconosce la morte, pel vecchio

è nulla più del logoro disco che sta per alzarsi

al suo andare comunque veloce, sempre

oltre la morte. Nulla ferma il binario che c’invita

poiché la morte non è che la vita

e quel disco assai meno d’un sogno.

Il vecchio l’oltrepassa tutti i giorni, tutti

i giorni, per lui, quel disco s’alza, e lo libera.




















Conclusione

Di Marco Giani


Partiamo dal fatto che una cosa è ragionevole quando non censura o dimentica alcuno dei fattori di cui è costituita, dei fattori della realtà. In qualsiasi filosofia umana c’è questa crepa, questo fattore dimenticato, davanti al quale tutto, come detto nell’introduzione, perde di significato, perché non può durare: perché ci si dovrebbe comportare in un certo modo, avere una certa condotta, pregare certi dei al posto di altri, amare una persona piuttosto di un altra, se poi tutto finirà? L’ultimo esempio citato, la questione affettiva, è forse il più eclatante e il più universale, per quanto riguarda questa contraddizione, questo desiderio, questa esigenza a cui l’uomo non può rispondere ragionevolmente. C’è un grido, quando si guarda la persona amata: “Tu non morirai, tu sarai per sempre!”, nel senso che questo momento è talmente bello che vorrei che durasse per sempre, e vorrei amarti per sempre. Ma c’è qualcuno che può rispondere a questa domanda?

No, non c’è nessuno. Nessuno, tranne uno, tranne Cristo.

Con l’Incarnazione si è assistito ad un evento imprevedibile: quello stesso Eterno cercato dall’uomo, ma a lui inaccessibile, si è fatto incontro all’uomo, si è incarnato, si è immedesimato nella condizione dell’uomo, anche e soprattutto nella sua condizione temporale. Ed è morto, è morto della morte temporale.

Ma con la Resurrezione ha sconfitto definitivamente quel limite, quell’obiezione, la morte, dando così non solo la possibilità all’uomo di vivere il suo tempo, ma anche la possibilità di un significato. Cristo, oltre alla vita dell’uomo, ne salva anche le azioni, i sentimenti, tutto ciò che è.

La conseguenza di questo è una storia nuova, una nuova concezione del tempo, slegata dalla morte (slegata non perché si censura la morte, sennò sarebbe un’utopia: la morte è stata sconfitta), una nuova storia possibile per il perdurare del senza tempo nel tempo, tramite la Chiesa: è dunque anche la nascita di un popolo nuovo, dove, tramite la comunione di persone finite (e di peccatori), misteriosamente, ma umanamente, continua ad essere presente il Senza Tempo, nel tempo.


“Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via”













BIBLIOGRAFIA


- Carlo Bo, La nuova poesia, da E. Cecchi e N. Spagno, Storia della letteratura italiana, Garzanti

- Carlo Betocchi, Del definitivo istante -Poesie scelte ed inediti-, a cura di Giorgio Tabanelli, Biblioteca Universale Rizzoli

- Thomas Stearns Eliot, La sorella velata -Poesie scelte-, a cura di Lorenza Gattamorta, Biblioteca Universale Rizzoli

- Thomas Stearns Eliot, Cori da “La Rocca”, Biblioteca Universale Rizzoli

- Giancarlo Gioielli, Eliot, e Mimmi Cassola, Peguy, entrambi da “I Grandi della cultura rivisitati”, collana diretta da Giovanni Testori, Litterae Communionis

- Luigi Giussani, Le mie letture, Biblioteca Universale Rizzoli

- Luigi Giussani, Il tempo e il tempio, Biblioteca Universale Rizzoli

- Vittorio Mathieu, Storia della Filosofia – Volume 3, La Scuola

- Ada Negri, Mia Giovinezza –Poesie-, Biblioteca Universale Rizzoli

- Charles Péguy, Lui è qui –ine scelte-, a cura di Davide Rondoni e Flora Crescini, Biblioteca Universale Rizzoli

- Giuseppe Ravegnani e Giovanni Titta Rosa, L’Antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo, Martello







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