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PRINCIPALI CARATTERISTICHE DEL MOVIMENTO VERISTA E DEL SUO MAGGIORE RAPPRESENTANTE IN ITALIA (G.VERGA)



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PRINCIPALI CARATTERISTICHE DEL MOVIMENTO VERISTA E DEL SUO MAGGIORE RAPPRESENTANTE IN ITALIA (G.VERGA)


Intorno al 1870 nasce in Francia un nuovo movimento culturale, il Realismo o Verismo, che si diffonde in Italia per opera di Giovanni Verga. Questo movimento narrava la vita della gente del popolo ponendo l’accento sugli aspetti più crudi e tristi della realtà quotidiana.

I fatti sono rappresentanti senza alcun giudizio personale da parte dell’autore, ma spesso la narrazione procede in modo che anche il lettore non riesca ad esprimere un proprio parere.

Nel Verismo italiano il linguaggio usato è dimesso e umile, contrariamente alle tradizioni auliche della letteratura italiana; inoltre, anche se propriamente non lo è, ricorda la forma del dialetto siciliano nella composizione della proposizione e del periodo.

Riconoscendo le grandi opere di Giovanni Verga, il maggior esponente del Verismo in Italia, non dobbiamo tuttavia dimenticare altri scrittori che hanno arricchito questo movimento. A questo proposito è bene ricordare il siciliano Luigi Capuana, teorico della scuola verista; la napoletana Matilde Serao e la sarda Grazia Deledda (quest’ultima a cavallo tra Verismo e Decadentismo per il senso del mistero, del peccato e il lirismo della natura).

Naturalmente il Verismo si sviluppò in tutta Italia, ma i migliori veristi, come si può costatare, sono meridionali.




Dopo l’Unita d’Italia, infatti, il Mezzogiorno aveva visto le sue condizioni economiche peggiorare, perché i nuovi governanti favorivano in ogni modo le regioni settentrionali, più industrializzate, con un progressivo impoverimento del Sud a favore del Nord (anche se le risorse maggiori provenivano dal Meridione e, proprio grazie a queste, l’Italia diventò uno stato industrialmente avanzato nelle regioni settentrionali).

A seguito di tutto ciò nacque la cosiddetta “questione meridionale”, per molti ancora non risolta completamente.

Giovanni Verga nacque nel 1840 e morì nel 1922 a Catania. Nel 1958 s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza e già aveva tentato le sue prime prove di scrittore. Seguì con viva partecipazione la spedizione dei Mille, ed entrò a far parte della Guardia Nazionale; poco dopo fondò il settimanale “Roma degli Italiani”. Si trasferì a Firenze e visse lì dal 1856 a 1871; si stabilì a Milano nel 1872. Negli anni fiorentini e milanesi scrisse molte opere, tra cui è necessario citare “Una peccatrice” e “Storia di una capinera”.

Alcune novelle del Verga sono belle e intrinseche di significato da essere considerate dei veri capolavori culturali; tra questi è d’obbligo notare “La lupa” e “Rosso malpelo”.

Giovanni Verga scrisse anche “I Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo”, due opere facenti parte dell’incompiuto ciclo “I vinti”.

“Malavoglia” è l’eloquente soprannome di una famiglia siciliana di Aci Trezza, a base patriarcale; questa famiglia è sopraffatta da una lunga serie di guai dopo che la loro barca, la “Provvidenza” (nome evidentemente proposto a titolo di scherno dall’autore) naufraga provocando la morte di un membro della famiglia e la dispersione di un carico di lupini cresi a credito e che ora tocca are.



In “Mastro don Gesualdo” il protagonista, con lavoro indefesso e inumano, riesce a migliorare la sua vita (sul piano economico e sociale), realizzando così il suo sogno; si imparenta con nobili ma, essendo nato sotto l’influsso della cattiva stella degli oppressi, rimase tale e morì disperatamente solo nel palazzo ducale del genero, che sfrutta la sua ricchezza.

Ne “I Malavoglia” la forza narrativa è affidata ai personaggi, tramite i discorsi semplici e secchi. In “Mastro don Gesualdo”, invece, la narrazione procede in modo serrato e meno lirico, nonostante l’autore descriva in grande stile la società siciliana nei suoi strati.

Nonostante il suo conservatorismo, Verga mostra una certa simpatia per le classi umili ma moralmente sane, legate alla famiglia, alla casa, alla voglia di accumulare “roba”; è affezionato alla gente povera, umile ed emarginata che sogna di raggiungere una classe sociale migliore.

L’autore pensa che gli oppressi, anche dopo aver migliorato la loro vita, non possono sottrarsi allo scacco finale; così facendo il Verga segue il pensiero manzoniano, ma senza il conforto della fede.







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