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Petrarca - LAURA, AMORE E CONTEMPLAZIONE, IL SENSO DELLA LABILITA’, DESIDERIO E PAURA DI MORTE; STANCHEZZA DI PENSARE, IL COSIDDETTO “DISSIDIO” E L’EL

Petrarca - LAURA, AMORE E CONTEMPLAZIONE, IL SENSO DELLA LABILITA’, DESIDERIO E PAURA DI MORTE; STANCHEZZA DI PENSARE, IL COSIDDETTO “DISSIDIO” E L’EL


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Petrarca



LAUR A

Molte Persone si occuparono della ura di Laura, dandone varie interpretazioni, e, essendo lo stile dell’epoca ricco di allegorie, quella allegorica. Alle persone colte dell’epoca sembrava quindi strano, conoscendo lo stile vigente, che una persona come Petrarca, spasimasse veramente dietro una donna, per quanto bella ella fosse.




Giacomo Colonna, amico del Petrarca, già riteneva che la ura di Laura non fosse altro che simbolica pensando che Laura stesse per Laurea poetica e che l’amore per la donna fosse l’amore per la gloria. Petrarca stesso smentirà la cosa dichiarando che questo sentimento per Laura era così forte da essere definito pazzia. Agostino lo rimprovererà di amare il lauro poetico perché lei si chiamava Laura.

Nel secondo ‘400 e agli inizi del ‘500 si attua il processo di trasformazione dell’umanesimo latino in umanesimo volgare, processo già messo in atto dal Petrarca che costituì il modello di nobilitazione del volgare per i letterati di quell’età. Si avrà uno studio, in questo periodo, del canzoniere per estrarne un romanzo d’amore e ciò sposta Laura dallo stato di simbolo a quello di donna veramente esistita.

Il ‘500 mostrò Petrarca come teorizzatore dell’amore ideale e della lingua perfetta. Questo secolo portò anche al raffronto Dante-Petrarca che si risolse a danno di Dante, giudicato troppo rozzo e poco curato nella scelta degli argomenti e dei vocaboli.

Nel secolo successivo Petrarca sarà ancora preferito a Dante, innalzato, da un lato, agli onori per la sua semplicità e ragionevolezza, ma, dall’altro, condannato per la concettosità del suo stile.

La critica petrarchesca moderna ripropone il problema di Laura e lo affronta in tre modi diversi: - Con documenti e argomentazioni cerca di scoprire tutto su Laura donna;

- Laura non è mai esistita storicamente in quanto Petrarca è solo un letterato modula-

tore di ritmi;

- Accetta l’esistenza storica della donna e dell’amore, ma sottolineano la simbolicità

che comunque hanno: Laura, paragonata a Beatrice, è donna spirans e simbolo.

De Sanctis appoggia quest’ultima tesi con la formula donna-dea, indotto a credere all’esistenza della donna per i sentimenti espressi dal Petrarca. Ad appoggiare il De Sanctis c’è il Croce che ritiene Laura vista da Petrarca come “il suo Dio o la sua dea” e ritiene quest’amore fulcro della spiritualità petrarchesca.

Petrarca, della Laura storica, non mise molto nei suoi componimenti. Due sembrano essere le Laura: la prima appare in alcune egloghe ed è puramente simbolica, la seconda, quella del canzoniere, è narrata dal Petrarca in unione al suo amore nei suoi confronti.


AMORE E CONTEMPLAZIONE

Capita che il Petrarca Parli indirettamente di Laura menzionando la Gloria, come nel caso di una canzone, nella quale la Gloria, al secondo verso, con d’altrettanta etate

sembra essere una ura separata da quella di Laura, ma la tesi trova una secca smentita in seguito quando si parla della Laura petrarchesca idealizzata.

Il poeta si aspetta fama ed immortalità dalla Gloria pur ripudiando il suo amore, come nel caso di Laura in cui svariate volte accenna al fatto di volerla dimenticare per amare Dio. L’allegorica Gloria sembra agghiacciarlo ( mi nacque un ghiaccio nel core.. vv.28-29, CXIX) come Laura ( fa ’l mio cor un ghiaccio v.12, CXCVII). Non mancano inoltre particolari simili per le due che contribuiscono al concetto di donna spirans, come per esempio il fatto che entrambe nascondano il volto, la giovane età e i loro occhi meravigliosi.

Si può affermare che il Petrarca quando descrive una creatura simbolica le affianca attributi fisici e psicologici della donna reale e vi si pone innanzi come ad una donna reale. Ciò comporta problemi, in quanto quando il Petrarca descrive una delle sue creature non si sa se questa è la donna che realmente ama o uno dei suoi fantasmi. Il fantasma del Petrarca si ritiene che sia uno solo, ma non si sa se la sua accezione è quella di un’entità astratta o della donna provenzale. Per concretizzare le sue creature il Petrarca usa l’amore come mezzo e con questo stesso concretizza i suoi sentimenti.

- Rappresentazione della Donna


a)   Assenza di particolari realistici.

b)   ura fisica evanescente.

c)   Capelli d’oro, occhi neri, mano perfetta.

d)   Velo, guanto e veste.

e)   Gesti: saluto, sguardo, sorridente.

f)    Atteggiamenti: occhi nascosti, cantante o sospirante, altera.


- Episodi


Partenze di Laura/del poeta.

Malattie     

Visite.

Mancati convegni.

Fughe.

Apparizioni e visioni

Impossibilità di dichiararsi.

Troppa audacia.


- Emozioni


a)   Pallori e pianti.

b)   Preghiere.

c)   Timori che sia morta.

d)   Rievocazioni e ricordi post-mortem.


Evidente appare un tentativo realistico dato dalle date precise, dalle pietre miliari e dagli accenni all’invecchiamento. Il libro appare costruito in modo che sembri una storia, la stria del poeta scritta come su un diario.



Evidente appare il confronto tra l’amore dantesco per Beatrice con l’amore petrarchesco per Laura: L’amore per Beatrice è ispirato da Dio, l’amore per Laura nasce solo dal cuore dell’uomo e Dio è il termine di contrasto. È comune opinione che nel canzoniere la donna derivi dall’etere provenzale-stilnovistico e posi i piedi sulla terra.

Il Mazzoni osservò che non solo nelle lettere in prosa, ma anche nei versi latini si ha qualcosa che si desidera spesso: un più vivo accostarsi del poeta ad una realtà precisa ed uno spontaneo ispirarsi a luoghi e persone presenti ed in effetti il Petrarca tendeva al realismo come il suo antecedente Orazio a cui si ispirava.

Nelle Rime il poeta creò un clima di attualità e di veridicità documentata. Nel sonetto CXCII (vv.1-8) spicca il piacere che l’innamorato prova al contemplare l’amata. Dapprima la donna è celebrata tramite la natura senza essere descritta, poi la sua ura si concretizza nella mente del poeta, che le dipinge dietro un vasto paesaggio, mettendola così a fuoco nella sua fantasia. Nei versi seguenti (vv.9-l4), la donna in se non è più descritta, ma resta comunque fulcro dell’immagine del poeta, tutto ciò che la circonda è bello perché lei è bella.

Altre volte il poeta parte da un concetto, da una preziosità galante: per esempio Laura è in mezzo a due amanti, il Sole e Petrarca, ed ella sembra preferire il poeta (Tutta lieta si volse v.7, CXV

Il pianto di madonna è celebrato in un piccolo ciclo (CLV-CLVIII e questo dolore, che diviene spettacolo, appare agli occhi del poeta leggiadro. L’immagine di Laura rimane per tutto il canzoniere quella di una bella donna, bionda, sempre circondata da fiori e fronde.

Nella canzone “Chiare, fresche et dolci acque” Laura è vagheggiata in diversi sfondi naturali ma resta comunque il centro del quadro. Questa è un’altra dimostrazione del fatto che il poeta trova gaudio nella contemplazione. Con il verso dolce nella memoria (v.41) fa intendere una certa malinconia nel cuore del poeta, malinconia di chi sente vicina la propria morte. Questa morte idoleggiata nasce da uno stato d’animo elegiaco di autocompatimento, come nei vv.14-l8. Nei versi successivi (vv.27-39) si nota una ricerca di particolari atti a suscitare compassione: Laura lo cercherà e vedrà solamente terra in fra le pietre. Laura però non appare addolorata, composta in un atteggiamento di suprema grazia femminile. Anche in questo canto l’amore nasce da gaudio contemplativo che è tutt’uno con la gioia del fantasticare.

Le visioni di Laura si possono dunque riunire in due grandi gruppi: nel primo sono rievocate dal passato, nel secondo sono immaginate nel futuro.

Il “Di pensier in pensier” il poeta segna la consolazione della fantasticheria (vv.17-24) e dal compiacimento estetico nasce la speranza che si disperde quando il vero sgombra quel dolce error, errore che comunque lo apa (vv.33-39). Negli stessi versi la felicità è interrotta dalla considerazione di se stesso. La fantasticheria è quindi per il Petrarca un mezzo per obliare se stesso.


Petrarca dice di se stesso di essere un sensuale. Il termine sensuale per il cristianissimo Petrarca coincide con quello di lussuria, l’obbedire agli stimoli della carne, il porre nell’atto sessuale una breve gioia. E di questo peccato lui stesso si accusa in prosa nelle sue confessioni. Il conflitto petrarchesco tra amor carnale e spirituale è superato nella coscienza del poeta con la vittoria del secondo.

Nel “Secretum” il Petrarca si pone come vittorioso della sensualità, pur rimanendo peccatore. Ciò che portò fuori dalla “retta via” il religioso Petrarca fu, come lui scrive, l’attaccamento ai beni terreni. Il suo amore è casto perché guidato da Dio, ma rimane peccato perché lo porta a Dio per vie false in quanto ama il creatore per la creatura, aspetto, questo, di attaccamento alla terra. Si ritiene che il Petrarca abbia scartato delle liriche in cui l’amore nei confronti dell’amata non appariva più tanto platonico o in cui la donna amata fosse diversa da Laura.

Guizzi di sensualità petrarcheschi possono essercene nella canzone XXXVII (vv.97-l04) in cui le mani di Laura sono definite sottili e lo sguardo del poeta, versi dopo, accenna al giovenil petto, menzione seguita poi da apprezzamenti generali che di sensuale non avevano nulla. Queste uscite sensuali del poeta nel canzoniere sono così rare e poco profonde da non costituire una nota caratterizzante del poeta.

Petrarca aveva comunque gusti per il sanguinoso e il macabro, come ispirava e tendeva lo stile dell’epoca. Nel “Secretum” e nel “De otio”, il poeta non manca di descrivere particolari macabri dei cadaveri. Nel sonetto CCLXVII parla della sua donna ormai morta e contempla la salma per poter ricordare come era prima, in un altro sonetto riferito a Laura (CCCXIX, v.8), accenna al corpo disfatto di lei e nota che quel bellissimo corpo è ormai terra.

Nel “Trionfo della morte”, il poeta descrive la morte di Laura che appare come un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi (vv.169-l72). Nel “Secretum” il poeta sogna una morte che sia un brusco sovvertimento di tutto ciò che ama nella vita, ma che resti comunque un naturale venir meno dell’alimento vitale.

Anche la voluttà è cantata dal Petrarca. Il godimento dato dalla contemplazione è così acuto che diventa sofferenza voluttuosa e annulla ogni intento descrittivo. Così nella terza delle canzoni dedicate agli occhi, il poeta vuol guardare in modo fisso la donna e lo stesso movimento delle palpebre sembra rubare qualcosa della gioia data dal contemplarla. La seconda delle canzoni dedicate agli occhi è identificata come la canzone della dolcezza perché vuole mostrare la dolcezza del gaudio visivo oltre il quale c’è il venir meno per voluttà. Questo venir meno per lo sguardo o il saluto di madonna è citato anche da Dante, ma il Petrarca sembra superarlo in quanto in lui c’è in più il gaudio e la voluttà del venir meno.

Se quindi di sensualità si può parlare per il Petrarca, essa si connette strettamente alla facoltà di astrazione contemplativa a lei caratteristica.


IL SENSO DELLA LABILITA’

Nei componimenti di Laura e per Laura c’è qualcosa che non è semplice amor di donna, esclusivamente d’amore può essere la parte del canzoniere che dice le lodi fisiche e spirituali di una donna.

La lirica petrarchesca è dominata soprattutto dal senso della caducità della vita e di ogni cosa viva. Il senso profondo del canzoniere è il conoscere chiaramente che tutto ciò che piace al mondo è breve sogno. Sembra quasi che questo senso non possa essere espresso adeguatamente se non riprendendolo di continuo.

Il pensiero del Petrarca si rifugia nell’immagine di Laura morta. Il poeta ha presenti ad ogni istante il senso della vita che trapassa a si gran salti (v.11, CXLVIII) e la coscienza che nulla altro, che pianto, dura (v.72, CCCXXIII). Anche nelle liriche politiche domina questo senso, come nel caso in cui è usato per incuorare l’imperatore Carlo IV a scendere in Italia.

La poesia di Laura e quella della caducità di tutte le cose, rappresentano per il Calcaterra due filoni sentimentali distinti e contrastanti tra loro. Per il Momigliano la coscienza per la fugacità della vita si esprime con una desolazione dei malinconici rapimenti dietro le immagini di Laura, L’uno e l’altro sentimento risuonano con uguale tristezza e profondità. Afferma poi l’origine amorosa di tanta desolazione: soltanto Laura gli avrebbe insegnato Questo caduco fragil bene ed è lei soltanto che quanto piace al mondo è breve sogno. Il Croce, dal canto suo, che riduce la lirica Petrarchesca al filone amoroso, considera questo senso come un aspetto dell’intimo squilibrio del Petrarca.

Petrarca stesso analizza questo senso della caducità in una sua lettera indirizzata all’amico Filippo di Cabassole. Richiama una sua lettera di trent’anni prima in cui, quando era ancora giovane, aveva affermato l’irrimediabile caducità della vita, cosa che allora avvertiva, ma che ora conosce ed è il pensiero della morte. Da ammaestramenti grammaticali classici vi trovava l’angustia di questa misera vita, la brevità, la velocità, l’irrecuperabilità del tempo, la fuggente bellezza di un viso roseo, l’irrefrenabile fuga della giovinezza e le insidie della vecchiaia tacitamente strisciante; e in fine le rughe e le malattie e la dura e implacabile inclemenza dell’indomabile morte (Fam.vv.1-l0 XXIV).

Per questa assoluta mancanza di speranze si sottraeva al matrimonio ed alle difficoltà della vita, e se si sottopose allo studio del diritto, fu per non negare ogni cosa ai genitori che speravano molto da lui che non sperava nulla. Ora sa che talvolta ha sperato non è mai avvenuto e che se avvenne qualcosa i felice, questa era sempre insperata.

La lettera, che è una ricca autobiografia spirituale del Petrarca, suggerisce due considerazioni: 1) Non fu Laura ad insegnargli la brevità dei sogni umani: il senso di essa

risale al formarsi della sensibilità del poeta. Accenna ai suoi amori ed errori per meravigliarsi d’essersi lasciato irretire da essi. Si riferisce alle sue esperienze per puntualizzare la desolazione d’esser rimasto solo.

Sullo sviluppo dello stato d’animo Petrarchesco e il suo sviluppo non influì la religione. Il Petrarca stesso afferma che quello stato d’animosi formò in lui già da quando non conosceva altri testi se non quelli per lo studio.



Questo senso dell’universale labilità, si volge sia alla labilità della bellezza umana, fantasma impersonato di Laura, sia al pensiero di Dio. Questo senso combinandosi con il gaudio della contemplazione, dà la trepida contemplazione, piena del timore che l’oggetto contemplato si trasformi sotto gli occhi e dilegui, oppure che esso non sia reale.

Il desiderio d’amore di gloria sono una cosa sola, se il poeta li rifugge, non è solo perché sono peccaminosi, ma anche perché essi sono ombre. La coscienza del peccato sorge dalla considerazione della loro labilità. I desideri stessi sono Labili.

In questo mondo noi odiamo sempre il presente, come odiammo ( Senile; III ) il passato quando era presente, e odieremo il futuro quando verrà. Solo il ricordo e l’aspettativa sono dolci O lieta e sempre uguale vita celeste, che non conosce né passato, né futuro: tutto è presente Il Petrarca non vede morire solo uomini e dileguare intorno a se, ma vede anche morire i desideri, le speranze e le credenze.

Termine supremo in Petrarca è la morte, contro la quale s’infrangono ombre senza consistenza quali amore e gloria. Dante, al contrario, ha il cuore pieno di eterno ed è superiore alle miseri del cuore umano e del mondo. Dante non ha nessun rammarico per la fragilità e la brevità della vita, anzi, più è breve, prima si giunge a Dio, che non è visto come consolazione, ma come principio. Boccaccio, che ha cantato la labilità della vita, trae spunto dal Petrarca ( LXXXV vv.1-4) e accenna all’angoscia della perenne fugacità, nei versi successivi (vv.5-6) tratta il rammarico di non aver abbastanza goduto l’attimo fuggente.

Il Petrarca esaspera, approfondendolo, il senso del fuggire del tempo di giorno in giorno, di ora in ora, il senso della fugacità di ogni singolo tempuscolo, che trovava in Ovidio, Seneca, Orazio.

Nella morte di Laura (CCCXXIII ), questa è rafurata come una fera cacciata da due veltri, un nero un bianco: il tempo. E’ proprio questo che il Petrarca sente incalzante, non c’è lasso di tempo in cui lui non avverta il dileguare con angoscia. La sofferenza della vita che fugge si concreta nella sofferenza, acuta, che gli dà il senso della inarrestibilità del fluire: la vita fugge e non si arresta una ora ( CCLXXII, v.1).

Per poter descrivere questa sua sofferenza, il Petrarca non riesce a trovare vocaboli adatti e la sua fantasia si assottiglia in cerca di immagini concrete. Immagini concrete ne trova in prosa nel “ De remediis”(I, 1), e nella “Familiare”( XXXVII, 1, 24, 26).

Il senso generico della caducità diventa angoscia urgente ed attuale. Nel colmo della voluttà gli si identifica con un’impossibile stabilità.

Contemplazione e senso della caducità sono compenetrati l’una dell’altro e si condizionano reciprocamente.


DESIDERIO E PAURA DI MORTE; STANCHEZZA DI PENSARE

L’anima del Petrarca confessa la propria stanchezza, il proprio desiderio di riposo e pace. La vita è faticosa, non è stata altro che affanno e se talvolta conquista il riposo, conserva sempre le tracce e la spossatezza delle angosce durate o presentite.

Questo senso di stanchezza è sempre colorato di una grande pietà, e quasi tenerezza per se stesso come nel caso della canzone XXXII (vv.5-8 ), dove lo stanco desiderio di pace non è senza contrasto con il dolore per lo struggersi senza rimedio del greve incarico terreno. Questa stanchezza si risolve liricamente nel desiderio e nella paura della morte.

Appare a tratti nel canzoniere la tentazione del suicidio, ma viene poi sempre scartata, non per motivi religiosi, ma perché l’atto del suicidio è troppo eroico per la trepida elegia petrarchesca. La morte per Petrarca è idoleggiata come la fine del pianto, sennonché anche questa speranza di morte non è senza ripensamenti.

Petrarca conserva, come uomo e come poeta, una tutta umana e trepida paura di morte, del periglioso varco. Spaventa soprattutto il momento del trapasso, l’angoscia degli ultimi istanti. Nel “De otio” afferma che lo stato degli uomini dopo la morte è uguale allo stato dei vivi: chi si è affannato qui, si affannerà anche dopo morto. Il Petrarca ricorre ai suoi filosofi disperatamente, ma non riesce a concepire la vita d’oltretomba se non come continuazione della vita di quaggiù.

Il poeta si sforza di riuscire ad amare e a volere quello che è semplice coscienza intellettuale. Ma per amare e volere non basta la filosofia, occorre la poesia, cioè il sentimento. Nel “Secretum” afferma che l’ora della morte è incerta, mentre invece la morte rimane certissima. Il pensiero di morte per Petrarca non scende abbastanza profondamente nel cuore, non vi si radica tenacemente. Egli sa di dover morire, sa quello che lo attende dall’altra parte se di qua avrà peccato. Per questo motivo l’assiduo pensiero della morte non gli dà che molestie e terrori.

La morte non è il valico a Dio, ma il temuto inevitabile che aduggia con la sua ombra tutta la vita. La morte, per il Petrarca, è una dolorosa fine e il desiderio di morte altro non starebbe a significare se non la sua stessa paura di morire. Egli non vuole morire e spera in Dio, che gli consentirà di non morire, di consolidare in eterno, sublimando i suoi affetti terreni. Come afferma nel “De otio” (II, p.90), per lui il pensiero di Dio è riposo.

Laura beata conserva l’aspetto umano e la sua sollecitudine per l’amante ed anche Beatrice appare sollecita di Dante ed anche lei, pur essendo beata, rimane donna.

Come nella severità di Laura si concreta la vanità di ogni speranza, così nella sollecitudine del Petrarca si concreta il sogno di una raggiunta quiete spirituale. La suprema felicità celeste è concepita come un’eterna contemplazione del bel velo, di cui Laura era adorna in vita. Contemplazione, questa, senza il tormento della caducità.

La Vergine e Laura impersonano entrambe il senso di stabilità. Nella canzone finale, alla Vergine, il Petrarca, gira tutte le lodi di Laura ad una ad una. Ciò conferma lo sfumare dell’immagine terrena della donna in altre immagini simboliche o ultraterrene e mostra come l’amore celeste sia posto come sublimazione dell’amore terreno.

Il De Sanctis afferma che << Parlando con la Vergine, s’incontra con Laura>>, ma si incontra con Laura perché la Vergine non è che il sogno di una bellezza non caduca. Il pensiero religioso, tra gli altri, è il più preferito da Petrarca perché saldo e certo. Maria è invocata come Vergine chiara e stabile in eterno (CCCLXVI, v.66 ) e porta a ricordare la canzone, la terza, su gli occhi di Laura nella quale il gaudio per la contemplazione è accostato a quello celeste: entrambi danno pace.

Materia del canto del Petrarca può essere anche la stanchezza di pensare, il desiderio di essere come tutti gli uomini comuni e gli animali che non pensano o, seppur pensando, che trovano tregua. Leopardi e Petrarca si ritrovano e si ricongiungono nel comune desiderio di felicità o nel desiderio di dar tregua al pensiero non approdante o nella mesta invidia per i semplici che non si chiedono il perché delle cose, o possono dimenticare la domanda.

Nella canzone XXII, al sedicesimo verso, il Petrarca accenna la fatto di essere fatto di sensibil terra, cioè come tutte le cose caduche, diversamente dalle altre che non si accorgono della loro natura e infelicità. Questi concetti sono ben chiariti nella prima ina del “ De remediis”, nella traduzione di G. da San Miniato, in cui si capisce che, sebbene simile il punto di partenza di Leopardi e di Petrarca, è diversissimo lo sviluppo del pensiero e della poesia: la morte, infatti, per il Leopardi è l’assoluto, il definitivo riposo. Nella medesima ina si chiarisce il concetto petrarchesco secondo il quale le vicende d’amore sono come delle membra, che fanno a l’alma velo (LXXVII, 11). Lo stesso lamento è citato in altre opere, pur senza riferimento a Laura, di poesia (vedi: Africa, VI, 897-900).

L’amore non è la sola causa dell’irrequietezza umana, anche la gloria e gli effetti che si trascina dietro per tutta la vita ne è una causa, ma Petrarca sa che alla fine della lunga vita non c’è che la morte. Trova invidiabili gli animali, che, se qualora si affannassero per raggiungere gli scopi della loro vita, non sanno di dover morire.

La morte, per il Petrarca, non è il solo riposato porto, c’è anche la vecchiaia (CCCXVII, vv.1-3). Il poeta ferma con delle immagini questo suo sogno: descrive l’immagine dei due capi, il suo e quello di Laura, finalmente vicini (v.14), segno di un’intimità raggiunta a prezzo dell’accettazione della vita nella sua inesorabile fuga. Questa vecchiezza non appare un’ingiustizia, né immagine della morte, ma è una legge della vita che a chi l’accetta riserba dolcezza.

Il Croce vide bene la ragione della lontana sognata dolcezza: Quando si avvede che gli anni si susseguono rapidi, si dipinge [la vecchiaia] come una stagione di amore meno impetuoso , ma più fermo e più sicuro.

Nella descrizione della ura fisica di Laura vecchia (XII, vv.3-7) è suggerita una nuova bellezza, pur conservando la sua indeterminatezza suggestiva.



Boccaccio, invece, insiste sui particolari realistici e sovrappone a un’immagine un’altra immagine totalmente diversa. La donna che ha innanzi è bella e giovane, ma poi non rinuncia a descriverla coperta di rughe, con il seno rinsecchito, la voce roca e gli occhi cisposi. Con questa descrizione “futuristica” il Boccaccio non rinuncia a vendicarsi di una sua delusione amorosa con quella donna. L’immagine del Petrarca è invece di bellezza, che un giorno si tramuterà, rimanendo idoleggiabile in ugual modo.

Petrarca si duole del fatto che la Morte gli abbia tolto la triste, ma profonda dolcezza, di raggiungere l’irraggiungibile e di fermarsi in qualcosa di certo. Due sono le immagini di Laura, che tornano in sogno a consolarlo: morta, che lo redarguisce e può confessargli il suo amore, e beata in cielo, fra gli angeli e le anime, beate, che gli fanno festa. Il De Sanctis dice che Laura morta diviene libera creatura dell’immaginazione, non più persona autonoma , ma docile fantasma. Il Petrarca fa di Laura una sua creatura alla quale da i pensieri e gli affetti che vuole.

Tra le rime in vita e in morte non si coglie una sostanziale differenza, entrambe le Laura sono lontane, il tono poetico rimane essenzialmente lo stesso, anche se si accentuano alcuni caratteri. Come nel romanzo lirico prevale l’immagine di Laura consolatrice su quella di Laura spietata, così, nelle liriche ultimamente composte, o poste come ultime, prevale una sempre maggiore stanchezza, una più profonda dolente rassegnazione.

Dalle lettere “Senili” del Petrarca, viene fuori l’immagine del vecchio poeta placido e tranquillo, immerso nei ricordi e rassegnato a Dio. La seconda parte delle “Rime” appare come un lungo congedo, ma il tono generale rimane essenzialmente lo stesso. Nella lirica vera resta il rammarico del Petrarca che canta in Laura la fine ineluttabile delle cose, la vanità di ogni sogno.


IL COSIDDETTO “DISSIDIO” E L’ELEGIA

Il Petrarca non si inebria solamente della labile bellezza di Laura, non lamenta il suo sparire. La canta vicina e fuggente, ma spietata e irraggiungibile, delinea poi il contrasto tra il desiderio sempre vivo e la speranza che ad ora ad ora sembra morta, ma rinasce per la forza di quello, insomma, racconta la perenne vicenda delle sue delusioni.

C’è sempre qualcosa che gli manca. Se non ha, si strugge di non avere, se ha, teme di perdere oppure si rammarica di non aver tutto. Amore e Gloria, massime aspirazioni della sua vita, lo deludono e la sua poesia non è che una meditazione lirica su questa delusione e il sentimento che ne deriva è la pietà per se stesso (CCLXIV, vv.1-2) e l’impossibilità di distaccarsi dai sogni (CCLXIV, v.136).

Nel Petrarca c’è un desiderio di conquista totale, un’ansia di assoluto e il senso del relativo lo preme ed angustia. Petrarca sente in se, secondo il Calcaterra, la stanchezza della terra che non sazia e la sete dell’infinito e il desiderio del bene supremo, in cui l’animo trovi finalmente riposo. Petrarca non è dunque apato dall’umano e si volge per questo motivo a Dio.

Calcaterra non si discosta molto dalla tesi data dallo stesso Petrarca, tesi che scorge nel conflitto tra divino e umano le basi della spiritualità petrarchesca. Questo conflitto risulta innegabile e resta sempre tale senza risolversi nella vittoria di uno dei due termini. Il canzoniere che Petrarca intendeva fare avrebbe raccontato la storia di un’anima che si svincola dagli allettamenti umani per trovare pace nel pensiero di Dio. Il medesimo concetto è espresso nelle “Rime”, nei versi 3-4 della canzone di apertura CCLXIX , in cui all’anelito della felicità terrena si sostituisce quello verso la felicità celeste; storia del viaggio di un’anima dal terreno a Dio, che il poeta altre volte accenna, come nella visione di Scipione nell’ “Africa”, e come canta, nei “Trionfi”.

Petrarca non è apato né dall’umano, per la sua caducità e vanità, né il divino, perché importa un’eroica rinuncia. Quello che impedisce al Petrarca di affogare felice nel pensiero di Dio non è il prepotere degli istinti e delle passioni, se non in quanto questo ha le sue radici nella coscienza del Petrarca di non potersi accontentare di Dio.

Nel “Secretum” c’è una famosa ina sull’accidia che confessa l’inapamento petrarchesco del pensiero di Dio. Alcuni recenti studiosi hanno osservato che l’accidia per Petrarca è pari a quella di Dante: poco di vigore nell’amore a Dio. In un’altra ina, che narra l’ascensione al ventoso, il poeta confessa il suo colpevole bisogno di conciliare umano e divino. Questa ina fa capire che il poeta non sa respingere l’umano, pur però amando il divino (Fam., IV, 1, 21).

Il Petrarca non sa dunque rinunciare a nulla perché vuole tutto. Le ricchezze sono fonte di peccato e ne è convinto, ma la povertà che lui desidera non dev’essere sordida e triste e preoccupata, ma tranquilla, pacifica, decorosa. Sa anche bene che la virtù è preferibile alla gloria, ma le desidera entrambe. L’amore della gloria lo ritiene vano, bisogna tendere al cielo, ma non sa rinunciarvi e, altrove, si tenta di conciliare virtù e gloria. La bellezza è vana e fragile, ma non la rinnega e finisce per esaltarla come ornamento della virtù.

Nell’assoluto di Dio Petrarca non s’immerge, il suo peccato è il sogno di umano che non sia privo d’ogni pace e di fermezza e di un divino che partecipi alle gioie umane e ne consista. Cioè una fusione tra umano e divino in uno. Ma la ragione mostra al poeta l’impossibilità di tale sogno e da ciò ne deriva il disagio perenne e i lamenti. Nel suo vagheggiare Laura verso il cielo c’è nascosto il suo sogno di conciliazione.

L’interno dissidio del Petrarca consiste non solo nel conflitto uomo-divino, ma anche tra la religione e la ragione, che gli impongono un Dio che in se ha tutto, ma che annulla tutto, e la forza del sogno, che gli fa concepire un Dio riposo e garante dell’eternità degli affetti umani.

Se Dante osa la rappresentazione della beatitudine celeste, che proviene dalla visione di Dio e che in terra non ha termini di confronto, per Petrarca quella beatitudine è sempre concepita in funzione della terra. Beatrice porta Dante a Dio, e Dante se ne apa: l’amore terreno è assorbito nel divino, egli non ama Beatrice in Dio, ma Dio in Beatrice. Il Petrarca desidera, invece, poter dimenticare Laura e concepire Dio unicamente come Dio, non come proiezione della sua umanità.

Appartenenti all’animo petrarchesco vi sono poi altre formule come quella ragione-sensi, che potrebbe risultare falsa se a sensi si da il suo significato proprio; anche ideale-reale, sogno-realtà o simili, specie se si dà a ideale e a sogno, la precisa accezione di sogno e ideale nutrito di letteratura, ma rimangono comunque generiche.

E’ da considerare la malattia della volontà, tipica del Petrarca, della quale più volte si accusa e di cui dice di soffrire. L’analizza nel “Secretum”, nel modulo del “De remediis” intitolato “Della discordia dell’animo proprio”, in cui individua nel contrasto la ragione della lotta interna e dà come rimedio il volere una cosa. Ma l’assoluto che il Petrarca cercava era di una tale natura che non poteva essere intuito con chiarezza. Di quello che di determinativo e preciso il mondo gli offriva il poeta non trovava nulla da desiderare, e non desiderando non riusciva neppure a volere qualcosa.

Risulta pertanto evidente che il volere e il disvolere, l’incertezza della volontà è il correlativo di questo senso di inapamento ed è anche primo sintomo della sua propria instabilità. Il suo sogno di conciliare umano e divino, di crearsi una meta precisa, coincide con il sogno di stabile conquista spirituale di se stesso, realizzato poi nel Rinascimento. Il Petrarca non raggiunge la sua meta, liricizzata in Laura, poiché non riesce nemmeno a raggiungere se stesso. Non solo la gloria e l’amore lo lasciano scontento, ma anche il suo studio, la sua dottrina non gli danno gioia, anche l’azione gli si palesa vuota e deludente.

Il colorito lirico dell’introspezione del Petrarca è l’elegia, come chiarì il De Sanctis: il dolore sfogato va a finire nella rassegnazione non c’è propriamente né ribellione né rassegnazione, ma un lamento inesausto, Nella sollecitudine inquieta di sé, tutto rimena alla sua persona.

Il dolore appare rettilineo, la malinconia circolare e nel Petrarca non ci può essere quest’ultima. Egli considera se stesso con quella pietà tenera con cui considera le sue ure, e, tal volta, la tenerezza va ai suoi stessi pensieri, alle sue lacrime (XLIX, vv.9-l0).

Il lamento prevale sull’invettiva e il lamento, però, è altresì la preghiera. La più solenni delle preghiere del canzoniere è ricca di slanci verso l’alto con il ripiegare alla contemplazione delle proprie miserie (CCCLXVI, vv.79-84).

Ancora una volta, vicino a questo senso di autocompatimento, troviamo Leopardi, il cui motto lirico è l’immensa pietà per uomini e cose e per se stesso. Leopardi esprime propriamente la sua cosmica pietà. Laddove nel Petrarca la pietà per se stesso rimane nel centro, anche se la sa partecipe di un destino di infelicità.

Potrebbe essere romantica la petrarchesca voluttà di pianto. Il pianto (Egl., XI, 3-6) è sfogo, ma è anche qualcosa di diverso: vero e proprio piacere. Questo piacere nelle lacrime è presente anche in poeti precedenti, come ad esempio il Cavalcanti, ma si tratta di tracce sporadiche, mentre nel Petrarca è elemento costitutivo. Il “Secretum” l’analizza e nelle lettere l’analisi torna frequente. Questa confessione di piacere è presente anche nel necrologio di Laura ed il canzoniere ne è pieno. Se nel sonetto CCXXIX il Petrarca, autocommentandosi, risolve la notazione in un complimento galante, altrove dice che la dolcezza viene dal dolore (CXXX, vv.5-8). Così egli va in cerca di ragioni per piangere. Questo sottile piacere dato dal dolore è chiaramente connesso con il piacere che gli viene dall’intensa contemplazione. Petrarca gode l’amaro piacere di sentirsi tradito nelle speranze di felicità, e accarezza con la fantasia il suo dolore.

Non è solo il pianto che sfoga il poeta, ma anche lo scrivere. Nel sonetto CXXVII, Petrarca dichiara esplicitamente che lo scopo del suo poetare è lo sfogo e questi versi appaiono in contraddizione con altri in cui il Petrarca dice la sua speranza di conquistare immortalità, non solo per Laura. Ma la speranza della gloria, di cui ha presente la fugacità, non lo calma. Ciò che lo calma è l’amaro piacere delle lacrime, cioè della pietà per se stesso. Come ben vide il Sapegno, le confessioni del Petrarca su questo piacere, in versi e prosa, sono una liberazione progressiva della miseria morale attraverso il dominio intellettuale di essa.

Il Petrarca si placa in un compiacimento letterario per la ben costruita argomentazione degli scritti di pensiero o per la pienezza della rappresentazione artistica.


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