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SIBILLA ALERAMO - AMO DUNQUE SONO



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SIBILLA ALERAMO

AMO DUNQUE SONO


Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, nacque ad Alessandria nel 1867.

Esordì nel 1906 con il romanzo programmaticamente femminista “Una donna”, nel quale già s’intrecciano le componenti principali della sua personalità: la forte sensibilità sociale e la prorompente carica autobiografica e individualistica. Da questo conflitto nacque il teso lirismo delle opere successive: i romanzi “Il passaggio” (1919), “Amo dunque sono” (1927), “Il frustino” (1932); le prose di “Gioie d’occasione” (1930), “Orsa minore” (1938), “Dal mio diario 1940-44” (1945).

Morì a Roma nel 1960.


Il romanzo epistolare autobiografico racconta l’attesa dell’autrice del suo amante, Luciano. Egli fu in realtà Giulio Parise, un uomo fra i tanti che lei amò nella sua vita.

Le lettere, mai spedite, sono la testimonianza di un mese di vita della donna che prima della guerra era stata un’autrice famosa e apprezzata, ma che durante il periodo fascista aveva dei problemi economici così da doversi affidare ai presiti di amici e conoscenti.

Nelle sue lettere l’autrice si lascia trasportare dai ricordi, soprattutto quelli dei suoi amanti, constatando che l’amore che prova per Luciano non ha e non aveva certamente eguali. Le sue però erano soltanto passioni passate, percepite dalla donna come amori veri, ma che in realtà non lo erano. Ora, durante il mese in cui scrive le sue lettere, aspetta con pazienza - a volte anche con tristezza - il ritorno del suo amato, lontano a causa di un ritiro spirituale iniziatico.

Appaiono chiari nel romanzo la solitudine della donna, che per vergogna della sua condizione spesso si sottrae agli incontri con l’alta società, la sua gioia di essere stata famosa un tempo e, contemporaneamente alla gioia, il dolore di avere a quel tempo perduto gran parte della sua fama, forse a causa della guerra.



Pensando al suo Luciano, l’autrice si lascia andare a considerazioni sul suo passato, gioioso, a tratti infelice e comunque sempre travagliato.

Alla fine del libro, finalmente la donna potrà ricongiungersi con l’uomo tanto aspettato e nell’ultima lettera la malinconia che appariva in tutte le altre sparisce e la donna riappare gioiosa come non mai.


Penso che questo libro sia una buona testimonianza della vita di una scrittrice durante il periodo fascista. Una donna che soffre per amore, ma non solo: oltre che per i suoi sentimenti verso l’uomo che ama, soffre anche per la sua situazione sociale ormai in declino. Ho apprezzato molto lo stile di narrazione dell’autrice. A tratti lei si lascia trasportare dai sentimenti, a tratti invece descrive lo svolgersi della sua vita.


“ L’amore esiste. E chi mi vedeva così persistere nella ricerca, che pareva una dannazione, chi mi vedeva conservare, nonostante ogni tragico fallimento, la perenne possibilità di risorgere con un sorriso di bimba, e tosto riaggrapparmi a nuove illusioni e in quelle creare pur sempre istanti di magnifica passione, chi mi contemplava con occhio puro e cuor pietoso, sussurrava: Questa donna crede cercar l’amore e invece cerca Iddio.”   .50


“ Bisogna sempre lasciar nell’incertezza gli uomini da cui si vuol essere amate. Anche se la differenza d’età è tale da far spavento alla più temeraria. . E poi, bisogna costar loro molto, di tempo, di ansia, e anche, sì, di denaro. Infine, ricordati, la felicità consiste nell’ aver vicino qualcuno che ci voglia bene anche i giorni in cui siam malate, in cui siamo brutte, qualcuno che si preoccupi se ci vede un po’ pallide . ”   .68









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