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SIDDHARTA di Hermann Hesse

SIDDHARTA di Hermann Hesse


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SIDDHARTA

di Hermann Hesse


Poche notizie sulla vita dell’autore

Hermann Hesse (Calw, Wòrttemberg 1877- Montagnola, Lugano 1962). Romanziere e poeta tedesco insignito nel 1946 del premio Nobel per la letteratura, studiò dapprima in seminario e proseguì la sua formazione da autodidatta. Lo spirito ribelle e polemico contro ogni valore istituzionalizzato trovano espressione nelle trame dei suoi primi due romanzi: Peter Camenzind (1904) e Sotto la ruota (1906). Durante la prima guerra mondiale, coerentemente alle sue idee pacifiste, lasciò la Germania e si trasferì in Svizzera, dove nel 1923 prese la cittadinanza elvetica. La sua narrativa, influenzata dalle teorie di Carl Gustav Jung, volse alla ricerca di nuovi valori in alternativa a quelli tradizionali, avvertiti come non più validi. Tra le sue opere si ricordano Demian (1919), Siddharta (1922), Lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930) e Il gioco delle perle di vetro (1943) che riprendono e trattano tutti il tema della conflittualità e della ricerca interiori.




Breve riassunto della trama

Nell’ India di un tempo sconosciuto crebbe Siddharta, lio di un ricco Brahmino. Sin da piccolo aveva seguito diligentemente tutti gli insegnamenti del padre, sottoponendosi ogni giorno agli esercizi quotidiani e ai sacrifici agli dei. Era sempre accomnato dal suo fedele amico Govinda che lo ammirava moltissimo e che viveva sempre nella sua ombra. Quando Siddharta camminava per la strada, suscitava l’ammirazione delle persone, l’amore delle ragazze e l’orgoglio dei suoi genitori, felici di avere un lio così tanto studioso. Ma Siddharta non si sentiva soddisfatto dalla sua dottrina, non trovava ciò che cercava nella recitazione del sacro Om e delle formule. Ma cosa cercava? Cercava la felicità interiore, l’ apamento dell’ anima e la liberazione dal dolore. Fu per questo che un giorno decise che avrebbe lasciato la sua casa per andare a vivere con i Samana del bosco per apprendere la loro dottrina. Comunicato il suo progetto al suo amico Govinda, informò anche il padre, che naturalmente era contrario, ma il giovane vinse le sue riserve dimostrandogli la sua determinazione a partire non senza il suo benestare restando un’intera notte in piedi nella stessa posizione. Quindi partì per il bosco accomnato dal suo fedele comno. Venne accolto dai Samana dai quali apprese in tre anni tutto ciò che potevano insegnargli: apprese la pratica del digiuno e della mortificazione del corpo, l’arte della spersonalizzazione, della pazienza e del pensiero. Un giorno però si accorse che avrebbe potuto imparare tutto ciò anche nella più sporca bettola del mondo, poiché lo stato che raggiungeva durante la spersonalizzazione era simile a quello che raggiungeva un ubriaco dato che, nonostante i suoi sforzi, prima o poi tornava sempre in sé stesso, non riusciva a liberarsi completamente dalla sua anima. Proprio in quei giorni giunse la notizia che in città era arrivato il venerabilissimo Gotama, il Buddha, l’Illuminato e Siddharta decise sotto proposta di Govinda di ascoltare questa nuova dottrina. Lasciarono così i Samana e giunsero al boschetto di Jetavana, dove il giorno seguente ascoltarono la dottrina del Buddha alla quale aderì Govinda, al contrario di Siddharta che trovava la dottrina perfetta, ma non adatta a lui. Espose le sue riserve a Gotama la sera stessa, gli disse che non c’era nulla che non andasse in quella dottrina ma lui non vi avrebbe potuto aderire poiché essa non dava la spiegazione della liberazione interiore che il Buddha aveva trovato e aggiunse che da quel momento in poi non avrebbe più aderito a nessuna dottrina dato che non lo aveva fatto con quella perfetta del Buddha che sosteneva che, per liberarsi dal dolore, l’uomo non doveva avere desideri. Quindi si congedò da lui e dal suo amico che lo aveva abbandonato dopo tanti anni. Allontanandosi cominciò a riflettere sulla sua vita e capì che quello che aveva cercato di ottenere era sempre stato a portata di mano e che lui lo aveva sempre evitato con la pratica della spersonalizzazione, mentre tutto quello che cercava lo avrebbe trovato conoscendo meglio sé stesso e imparando dal suo Io dal quale aveva sempre cercato di liberarsi. Ora il mondo appariva più bello ai suoi occhi e imparava sempre di più. Si sentiva felice e quindi partì per la città. Giunto ad un fiume fece la conoscenza di un barcaiolo che lo ospitò una notte nella sua capanna e che poi lo traghettò gratuitamente al di là del fiume, certo che un giorno si sarebbero rincontrati. Quindi Siddharta si avviò verso la città alle cui porte incontrò in quel primo giorno una splendida donna trasportata su una portantina. Venne a sapere che si trattava di Kamala, una ricca cortigiana, e il giorno dopo si recò a casa sua. La donna gli disse che per essere suo amico bisognava avere soldi, belle scarpe e bei vestiti. E fu proprio quell’incontro a stravolgere la vita del giovane Brahmino Samana che diventò ricco lavorando per un ricco mercante di nome Kamaswami per potersi permettere gli incontri con la dolce Kamala, saziò la sua vita di piaceri terreni e materiali e perse la sua felicità interiore. Infatti all’inizio incuriosì tutti con la sua indifferenza alle perdite anche consistenti di denaro, mentre dopo tanti anni divenne anche lui un uomo-bambino che si lasciava influenzare e indisporre dal mondo esterno. Una volta ascoltava con indifferenza i racconti e le lamentele del vecchio mercante, mentre ora le sopportava a stento, ma quel che gli pesava di più era l’aver perso la sua integrità e quella voce dentro di lui che una volta lo ammoniva, ma che lui, dopo tanti anni, aveva smesso di ascoltare un giorno sentì che era morta. Allora, resosi conto che aveva perso anche le capacità che aveva appreso durante la sua giovinezza e delle quali si era vantato dinanzi al vecchio mercante, cioè il saper pensare, aspettare e digiunare, decise di abbandonare quella vita corrotta e sbagliata. Quella sera, presso il medesimo fiume che aveva attraversato vent’anni prima, aveva deciso che si sarebbe suicidato gettandosi nelle sue acque cristalline, ma a un certo punto risentì quella voce dentro di sé che sussurrava il sacro Om. Fu quella voce a salvarlo e quando si risvegliò dal lungo sonno di quella notte si accorse che quello che aveva sentito morire un giorno non era la sua anima, ma il vecchio e impuro Siddharta, che in quella notte era ringiovanito ed era ritornato bambino. Notò poi vicino a lui un monaco dalla tonaca gialla che si destò e che lui riconobbe essere il suo antico amico Govinda, che però non lo riconobbe subito. Il monaco gli disse che aveva vegliato su di lui durante il sonno, ma che adesso chiedeva congedo per raggiungere i suoi comni. Siddharta lo salutò e lo chiamò per nome e solo dopo che gli spiegò come mai lo sapeva, Govinda lo riconobbe. Scambiarono quindi qualche parola come ai vecchi tempi, quindi si congedarono. Siddharta si sentiva di nuovo intero interiormente e ancora felice. Rincontrò il barcaiolo al quale chiese di insegnargli l’arte di condurre una barca e di ascoltare, dato che l’uomo, che si chiamava Vasudeva, aveva ascoltato fino a tarda notte le vicende del suo ospite, stupendolo. I due uomini passarono molti anni insieme come fratelli, alternandosi i compiti e ascoltando il fiume che ogni volta insegnava loro qualcosa di nuovo. Un giorno arrivò alla capanna Vasudeva che portava in braccio una donna accomnato da un bambino. Quella donna era Kamala che si era convertita alla dottrina del Buddha e il bambino era suo lio, suo e di Siddharta. Kamala morì la notte stessa poiché era stata morsa da un serpente. Siddharta e Vasudeva tennero il ragazzino con loro, ma questi non portava rispetto verso il padre e, nonostante fosse sempre stato trattato con amore, un giorno scappò in città.  Invano il padre lo seguì ma alla fine Vasudeva gli fece capire che il lio stava seguendo le orme di quel ragazzino di nome Siddharta che aveva abbandonato la sua vita per seguire la propria strada e che ora si rendeva conto del gran dolore che aveva dato al padre quando lo lasciò. Un giorno Vasudeva comunicò al suo comno che lo avrebbe lasciato e che sarebbe andato nel bosco. Poco dopo Siddharta rincontrò il suo amico Govinda che però nuovamente non lo riconobbe subito. Il monaco brillava di ammirazione per il suo amico che aveva veramente trovato la felicità, così gli chiese quale fosse il suo segreto. Allora Siddharta glielo svelò, avvertendolo però che ciò che diceva poteva sembrare qualcosa di insensato e bizzarro, e così apparirono le sue parole all’amico che comunque continuava a pensare che la persona che gli stava innanzi fosse un santo e si inchinò davanti a lui.




Personaggi principali

Il personaggio principale della vicenda è Siddharta, un personaggio molto profondo e meditativo, che cerca la felicità interiore. Del suo aspetto fisico conosciamo poco, soprattutto perché l’autore ne vuole sottolineare i pensieri. Siddharta è un personaggio che cresce, che si forma a mano a mano che fa esperienza impara sempre dai suoi errori. Infatti comprende da solo che quello che stava cercando era all’interno del suo Io dal quale in principio aveva cercato di liberarsi.



Gli altri personaggi

Gli altri personaggi che compaiono in questo racconto sono Govinda, il Buddha, il barcaiolo Vasudeva, Kamala e il mercante Kamaswami.

Govinda è l’amico fedelissimo di Siddharta che sembra destinato a vivere per tutta la vita all’ombra del comno, seguendone le decisioni e lo stile di vita. Invece a un certo punto prende da solo una decisione che non viene condivisa da Siddharta e anche se lo rattrista il fatto di dover lasciare il suo amico che fino a quel momento era stato il suo punto di riferimento, intraprende una nuova vita all'ombra questa volta del Buddha. Quest'ultimo è importante poiché è dopo averlo visto e udito che Govinda abbandona l’amico e che Siddharta si rende conto di come abbia sprecato la sua vita fino a quel momento ed è stato alla vista di quell’uomo perfetto che il giovane decise di non seguire più alcuna dottrina.

Il barcaiolo Vasudeva è uno degli innumerevoli maestri di Siddharta e non è un uomo ricco, ma i suoi pensieri sono profondi e fu questo piccolo uomo ad aiutare Siddharta ad ascoltare il fiume e in seguito ad alleviare il dolore causato dal lio.

Kamala è anch’essa una maestra di Siddharta e fu per lei che lui intraprese la nuova vita in città, un lavoro e perdendo così le sue virtù interiori. Kamala, come dice Siddharta stesso, non ama, perché altrimenti non avrebbe potuto fare dell’amore un’arte.

Il mercante Kamaswami insegnò l’arte della compravendita a Siddharta, a trattare il denaro e a non cedere ai creditori. Era un vecchio che amava sottomettere chi non gli sapeva tenere testa, ma in compenso era molto disponibile e affabile con chi riteneva all’altezza.


Luoghi della vicenda.

La vicenda si svolge in una lussureggiante India ricoperta di boschi e attraversata da fiumi cristallini. In particolare la storia di Siddharta ha luogo in foreste, luoghi di pace nei quali Siddharta vive felice, e in una città, dove vive assaporando i piaceri materiali e dimenticandosi di quelli interiori. Sembra quasi che l’autore abbia voluto creare questa contrapposizione tra la natura, che dona felicità, e le opere dell’uomo, luoghi nei quali l’uomo perde sé stesso.




Epoca in cui si svolge la vicenda.

La vicenda di Siddharta è senza tempo. L’autore non ci dà alcun indicatore temporale specifico forse per dare l’idea che i problemi e le domande che si pone l’uomo sono sempre le stesse e che i concetti espressi in questo libro varranno sempre.


Punto di vista.

Il punto di vista è interno variabile, infatti il mondo e le vicende sono viste con gli occhi di Siddharta, ma talvolta anche da altri personaggi come ad esempio Govinda.

Il narratore è esterno ed onnisciente.


Tempo.

Il tempo del racconto e tempo della storia coincidono. Infatti, anche se durante la narrazione sono presenti molte pause, soprattutto durante i dialoghi interiori, sono presenti anche dei sommari, nei quali vengono riassunti in poche righe degli avvenimenti e dei periodi piuttosto lunghi di tempo.

Fabula e intreccio non coincidono poiché sono presenti, anche se in quantità limitata, delle retrospezioni.

Linguaggio.

Lo stile che l’autore ha adottato nella stesura del libro è molto complicato e prolisso. Ho avuto molte difficoltà in certi passaggi che ho dovuto leggere numerose volte per avere il presagio di averli capiti. Il linguaggio rispecchia la difficoltà e la complessità del tema espresso, che sarebbe stato più comprensibile se il linguaggio fosse stato più semplice.




Messaggio dell’autore. 

Il messaggio dell’autore è molto utile, profondo e rivolto a tutti. Suggerisce che, per trovare la felicità, ognuno deve dapprima conoscere sé stesso ed è lì che troverà tutte le risposte alle domande che si pone, o almeno saprà dove andarle a cercare. Inoltre l’autore ci dice che ogni persona deve cercare la propria strada e toccare con mano i vari aspetti della vita. Solo coloro che non hanno abbastanza forza d’animo si appoggiano a delle dottrine che in apparenza danno loro la sicurezza, ma per l’autore non è quel tipo di vita che regala al felicità. Inoltre il racconto della vita di Siddharta insegna a ricavare il massimo dalla vita apprezzando ciò che ci circonda e sfruttando al massimo le proprie capacità e il proprio potenziale, ma anche che non bisogna perdere di vista né la propria meta, i propri punti di riferimento e che bisogna anche dare ascolto all’istinto. L’ultima affermazione dell’autore è che la saggezza non si può trasmettere come le conoscenze, ma ognuno deve maturare interiormente fino a raggiungere questo stato mentale.


Giudizio personale.

Il primo impatto con questo libro non è stato dei più felici dal momento che sono stata tentata più volte a smetterne la lettura. Infatti non si apprezza subito il contenuto a causa della troppa staticità degli eventi raccontati. Solo in seguito, la seconda volta che ho letto il romanzo, ho apprezzato la crescita interiore di questo personaggio che rende il libro un romanzo di formazione non adatto però a leggersi la sera, poiché per capirne i ricchi e profondi contenuti bisogna avere la mente fresca. Ho riflettuto a lungo sulla storia di Siddharta e ho pensato a come sarebbe il mondo se fossero tutti come lui quando era un Samana e quando poi, alla fine del racconto, ha ritrovato sé stesso e sono giunta alla conclusione che se tutti fossero come i Samana, non ci sarebbe nessuno a cui chiedere l’elemosina per mangiare, mentre se tutti fossero in pace con sé stessi, il mondo sarebbe certamente migliore. Io comunque penso che il mondo è bello perché è vario! Comunque sono d’accordo sul fatto che ognuno debba seguire la propria strada e il proprio istinto, apprezzando il mondo così com’è, o al massimo cercando di migliorarlo. 







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