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TRILOGIA MEDIEVALE - I 12 ABATI DI CHALLANT, IL MIRACOLO DI SANTA ODILIA, GLI OCCHI DELL'IMPERATORE



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TRILOGIA MEDIEVALE


I dodici abati di Challant

Il miracolo di Santa Odilia

Gli occhi dell'imperatore




AUTORE: Laura Mancinelli.


Nata nel 1933, vive a Torino dove ha insegnato letteratura tedesca all'Università. Studiosa di letteratura tedesca medievale, intraprese l'attività di scrittrice imponendosi per l'originalità dei suoi romanzi. Questi possono riassumersi in 3 categorie: a sfondo medievale, a carattere poliziesco e quelli con il tema del fantasma del grande musicista Mozart.


ANNO 1° EDIZIONE: 1981, 1989, 1993.

ANNO-LUOGO dell'EDIZIONE CONSULTATA: Einaudi Editore, Torino, 1989-l993.


GENERE LETTERARIO: questi romanzi, soprattutto i primi due, non sono propriamente definibili storici, ma 'a sfondo storico', più favolistici che attinenti a fatti e personaggi dell'epoca.


PERIODO STORICO: Alto Medioevo, età di castelli e abbazie.


j    I 12 ABATI DI CHALLANT.

La vicenda si svolge presso il castello di Challant, nell'aostano, dove il Duca di Mantova aveva ricevuto in eredità il castello. Il testamento prevedeva però una clausola, ossia la castità del signore stesso; e proprio per questo dodici monaci ricevettero l'incarico di sorvegliare sull'osservanza di quest'obbligo.

Questi monaci però caddero, uno dopo l'altro, vittime di una serie di strani incidenti.

Il primo, l'Abate Umidio, morì per aver bevuto un qualche succo velenoso. Tempo dopo arrivò al castello l'inventore Enrico da Morazzone, il quale sapeva costruire molti arnesi, che il più delle volte lasciavano stupita la gente. Tra gli altri costruì una slitta che, venduta a Venafro, finì nelle mani dell'Abate Nevoso. Quest'ultimo, in un giorno in cui era nevicato abbondantemente, decise di provarla, ma ne perse il controllo e si schiantò, morendo anche lui.

Al castello venne anche un filosofo che aveva lasciato Parigi ed era accusato di eresia; tra i 'punti forti' della sua filosofia, vi era l'imprevedibilità dei fenomeni. In particolare predisse che il gancio sui cui era appesa una padella si sarebbe spezzato. E fu proprio così; solo che la padella cadde in testa all'abate Celorio, spaccandogli la testa. I servi credevano che questa morte fosse stata causata da spiriti malvagi presenti nel camino, e iniziarono a diffidare di questo cucinando piatti che indispettirono i commensali. Il Duca decise di chiamare qualcuno a esorcizzare il camino, in modo da recuperare la qualità del cibo e placare il disappunto dei commensali. Della pratica si occupò una Saggia Pretessa che chiese in cambio ospitalità per suoi due protetti, Goffredo e Cicco, un bambino. Goffredo aveva una storia d'amore con la bella Maravì; dopo un loro diverbio, Maravì ebbe un colloquio con la Marchesa e, presa da un impeto di sdegno, lanciò un pezzo degli scacchi fuori dalla finestra, andando a colpire per sbaglio l'Abate Foscolo, uccidendolo.

Il piccolo Cicco nel frattempo aveva imparato a suonare il flauto da Venafro; di questo però era contrariato l'Abate Ipocondrio. Un giorno per far smattere Cicco di suonare, l'Abate lo inseguì, ma inciampò e cadde dalla cinta più alta delle mura.

L'Abate Mistral, seppur religioso, s'era innamorato della Marchesa, la quale si era intrattenuta con un Trovatore giunto al castello. Venuto a conoscenza di questo fatto, offeso nel suo orgoglio, decise di lasciare il castello.



In seguito morirono anche l'Abate Leonzio e l'Abate Prudenzio. Il primo si era intrattenuto nel giardino di rose con la cortigiana Pilar, avevano cominciato a rincorrersi, ma l'Abate andava sempre più ferendosi con le spine, finchè cadde in un cespuglio e non si alzò più. Il secondo morì trafitto dalla cancellata messa a difesa della sua alcova, mentre cercava si sfuggire ad una cortigiana.

L'Abate Santoro morì precipitando dalle mura mentre osservava con un canocchiale la stella della Santità, nella speranza di convertire la spregiudicata Marchesa, e l'Abate Malbrumo cadde vittima di strani rimedi per la sua malattia ai lombi.

Infine al castello rimaneva l'Abate Ildebrando, fanatico religioso, il quale gridava alla corte che quello era il castello del demonio e che andava bruciato per sacrificare a Dio quelle anime peccatrici, prima fra tutte quella della Marchesa. Ma quest'ultima non riuscì ad impedire che l'Abate desse fuoco al castello. Così tutti gli abitanti uscirono nel cortile e videro il castello perire sotto il fuoco e con esso anche l'Abate, che andava così a completare la tragica successione delle morti degli Abati.



j    IL MIRACOLO DI SANTA ODILIA.


Nelle tranquille colline del Monferrato si trovava un piccolo convento fondato dall'antica famiglia dei conti d'Agliano. Questi misero a direzione del convento una giovane della casata, Odilia, per cercare di avere una santa in famiglia e accrescerne quindi il prestigio. La giovane Odilia, dispensata dalla vita mondana, non era stata scontenta di intraprendere vita religiosa; ella fu una badessa esemplare, compì tutti i suoi doveri, ma stranamente nessun fenomeno che potesse proclamarla santa accadde. Delusa di ciò, la famiglia decise, una volta morta Odilia, di mandare un'altra giovane a direzione del convento, anch'ella di nome Odilia, nella speranza che questa si comportasse meglio della prima.

La seconda Odilia non era contenta di intraprendere vita monastica e tante volte, prima di prendere i voti, pensò quale tristezza e noia l'aspettasse. All'atto della consacrazione decise inoltre che non sarebbe mai stata come colei che l'aveva preceduta.

Tuttavia la seconda Odilia fu un'ottima badessa, animata da grande spirito umano; soprattutto aveva a cuore il giardino e l'orto che curava con tanta cura, amante dei fiori quale era. La sera si metteva con le altre monache a tessere un grande arazzo pieno di colori, che portava l'immagine di una donna, fatta a sua immagine, e di un liocorno, che aveva gli occhi azzurri di una cavaliere incontrato tanti anni prima, in uno splendido giardino.

Un giorno giunse al convento un pellegrino che portò alla badessa due semi, un albicocco e un gelsomino, trovati nelle lontane terre d'Oriente. In quell'uomo la badessa riconobbe il cavaliere dagli occhi azzurri, che però ora erano tristi per le violenze viste in terra di crociate. Questo cavaliere fu ospitato presso il convento e si occupò di creare un sistema d'irrigazione nel giardino che permettesse di convogliare le acque in una cisterna e ridistribuirle. Con l'aiuto di Ser Francesco e del suo servitore, il Biondo Gerardo, piantarono sul fianco della collina delle filari di viti, che producevano un ottimo vino.

La Badessa decise di fare della capanna del convento una scuola per i giovani e i bambini della valle, le monache cucirono vestiti pesanti di lana per loro e spesso si organizzavano pranzi che, per quei tempi, erano vere leccornie e di cui si occupava la stessa Odilia con l'aiuto di sorella Buccia, stupita e contrariata perché pensava che non era cibo consono ad un monastero. Spesso si facevano incursioni nel bosco per prendere lumache e funghi o castagne; si preparavano focaccie dolci, galline e minestre.

Giunse un giorno la visita del Vescovo; fu preparato un pranzo veramente degno e del quale il vescovo si rallegrò, congratulandosi per le opere meravigliose che erano state fatte per il convento, per le sue terre e i suoi abitanti, e per la gioia che era stata data loro.



Fu in un giorno d'inverno, prossimo al nuovo anno, che la Badessa e il Cavaliere si trovarono a passeggiare nel giardino e sentirono un dolce e intenso profumo. Si diressero verso la cappella presso la quale era stato piantato il seme di gelsomino. E questo era germogliato, protetto da una lastra d'alabastro, e aveva dato le prime foglie e i primi fiorellini bianchi. In pieno inverno era proprio un miracolo. Vennero il vescovo e un gruppo di religiosi per constatare il fatto e giudicarlo. Il vescovo era convinto che il miracolo fosse davanti ai suoi occhi, non solo per il gelsomino, ma per un miracolo umano, per tutto ciò che lì si era fatto. E fu così che si inginocchiò a baciare quella terra santa e tutti i campanili del Monferrato suonarono a festa.


j    GLI OCCHI DELL'IMPERATORE.

Bianca, contessa piemontese, incontrò quando era giovane un cavaliere dagli occhi azzurri che sarebbe poi diventato l'imperatore Federico II. Dal loro amore era nato anche un lio, Manfredi, e poi si erano subito lasciati con la promessa di rivedersi e sposarsi. Ogni sera, ancora dopo 16 anni da quell'incontro, la contessa andava sulla torre più alta del suo castello e guardava a sud, quasi ad incontrare con lo sguardo gli occhi dell'imperatore, sorvolando tutta l'Italia. Aspettava sue notizie e il giorno in cui sarebbero venuti a prenderla per condurla in sposa al suo amato. E finalmente l'imperatore, ormai stanco e impossibilitato dal compiere un viaggio così lungo, mandò il suo cavaliere più fidato Tannhäuser e alcuni altri a prendere Bianca. Questi giunti al castello intrapresero col seguito della contessa il viaggio di ritorno; giunti in Liguria salparono con una nave alla volta di Amalfi. Tannhäuser era un poeta e un musico, ma l'incontro con una donna che gli aveva lanciato una 'mala jattura', gli impedì di suonare la sua arpa, che tuttavia portava sempre con sé. E di questo si rattristava molto. Avvenne però che tra Bianca e Tannhäuser nascesse qualcosa, un amore vissuto nella mente attraverso sguardi ed emozioni. E forse per questo il cavaliere riuscì a liberarsi dalla jattura e riuscì a suonare di nuovo la sua soave musica. Giunti ad Amalfi, la comnia iniziò il viaggio verso la Puglia e verso il castello dell'imperatore; in un certo punto fu assaltata da alcuni baroni normanni, ma riuscirono a superarlo dato che questi erano scappati una volta presa la portantina dove, invece di Bianca, c'era la nutrice (che poi venne portata in salvo).

Una delegazione dell'imperatore venne incontro alla comnia e informarono Bianca che l'imperatore la aspettava nella cattedrale di Trani per la cerimonia dell'incoronazione. Bianca però aveva le idee molto confuse, ora non cercava solo l'imperatore, ma c'era l'idea di Tannhäuser; ma consapevole del ruolo che l'attendeva andò all'incoronazione e, inontrato finalmente Federico, divenne imperatrice. L'imperatore però era molto ammalato, stanco e prossimo alla morte; Bianca era triste e Tannhäuser, che suonava canzoni presso il capezzale di Federico, anche. Venne un giorno in cui l'imperatore, che ormai da tempo non si faceva vedere in pubblico,  chiamò presso di sé la moglie Bianca e Tannhäuser. Disse loro di conservare la sua memoria e fece capire loro che dopo la morte continuava la vita, la loro vita.



CONCLUSIONE.


Sebbene questi romanzi siano scritti con un italiano che riproduce un linguaggio antico, l'autrice è riuscita a rendere scorrevole e non pesante la lettura, evocando la vita di quei tempi.

Altra caratteristica è la capacità di variare il linguaggio a seconda del personaggio e del suo livello sociale, per rendere più verosimile il racconto.

Preferisco i primi due racconti: i 12 abati per la vicenda raccontata anche con un po’ di ironia, Odilia per l'abilità di raccontare la vita quotidiana della protagonista.








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