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Verre nessun oggetto d’arte ha lasciato in Sicilia, La casa di C. Eio a Messina, Verre si impadronisce delle statue di Eio



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1 Verre nessun oggetto d’arte ha lasciato in Sicilia


Vengo ora alla passione di costui come lui stesso chiama, morbo e insania come i suoi amici, latrocinio secondo i siciliani: io non so con che nome chiamarla; vi presenterò i fatti; voi li giudicherete non secondo il loro nome ma secondo la gravità.

O giudici, prima conoscete la natura stessa poi forse senza grande fatica cercherete in che modo potreste chiamarlo.

Affermo che in tutta la Sicilia, provincia tanto ricca, tanto vecchia di così grandi città, di tante famiglie così ricche, nessun vaso d’argento, nessun di Corinto o di Ielo c’è stato, nessuna gemma o pietra preziosa, qualcosa fatto d’oro e d’avorio,nessuna statua bronzea, marmorea o d’avorio, affermo che non c’è stata nessuna pittura nè su tavola né su tela che non abbia cercato, attentamente esaminato che gli sia piaciuto e abbia portato via.

Sembra un’esagerazione la mia, state bene attenti in che modo parlo. Non infatti per dare più forza alle mie parole né al crimine metto insieme tutto. Quando dico che questo delle cose di questo genere niente ha lasciato in tutta la provincia sappiate che uso parole latine, non parlo in modo accusatorio. Parlerò con ancora più chiarezza: Verre non ha lasciato nulla in casa di nessuno nemmeno in quelle degli ospiti, niente nei luoghi comuni, niente nemmeno nei templi, niente presso i  Siciliani niente ai cittadini rimani, insomma niente di ciò che gli sia capitato sotto gli occhi e abbia suscitato la sua bramosia, sia oggetto privato, sia pubblico, sacro o profano, ha lasciato in tutta la Sicilia.




2 La casa di C. Eio a Messina

C. Eio è messinese sotto ogni aspetto ( tutti quelli che a Messina andarono me lo concedano senza alcuna obiezione) in quella città è il cittadini più in vista.

La sua casa è forse la più bella di Messina, certamente è la più nota e la più ospitale e la più aperta per i nostri concittadini.

Quella casa prima del suo arrivo era così ornata da essere quasi da ornamento per la città; infatti la stessa Messina per quanto sia bella per posizione per mura e per porto, tuttavia è priva e vuota da queste cose con le quali costui si diverte.

C’era presso Eio una magnifica cappella, nella sua casa molto antica, ereditata dai suoi avi, nella quale c’erano quattro bellissime statue di splendida fattura, molto note, tali che non solo potevano piacere a questo uomo ingegnoso e intelligente, ma anche a qualsivoglia dei nostri che costui chiama idioti; uno era un Cupido di marmo di Prassitele, e proprio così mentre indagavo su costui ho imparato i nomi degli artisti. Se non sbaglio lo stesso artista ha fatto un Cupido identico a quello che si trova a Tespie, a causa del quale Tespie è visitata, infatti non c’è nessun altra ragione per visitarla. E quel famoso Lucio Mummio portando via le tespiadi, che adesso si trovano nel tempio della felicità e tutte le altre statue profane da quella città, non toccò questo Cupido di marmo che era sacro.




3 Verre si impadronisce delle statue di Eio

Ma per tornare a quella cappella c’era da una parte questa scultura, che dico, del Cupido di marmo, dall’altra parte un Ercole egregiamente fatto in bronzo. Si diceva fosse di Mirone, come credo, e lo è certamente.

Proprio davanti a queste due divinità c’erano due piccoli altari che a chiunque potevano lasciar intendere la sacralità del luogo, c’erano inoltre due statue bronzee non molto grandi, ma di esimia bellezza vestite con abito verginale che con le mani alzate sorreggevano alcuni oggetti sacri posti sul corpo secondo il costume delle vergini ateniesi; queste erano chiamate Canefore, ma chi il loro artista? Chi mai? Fai bene a suggerirmelo: Policleto dicevano che fosse. Non appena uno di noi era giunto a Messina queste statue era solito andare a vedere; a tutti ogni giorno era possibile visitarle; la casa era non meno al padrone di onore che alla città.

Tutte queste statue, o giudici, che ho detto, Verre portò via dalla cappella di Eio di queste, ripeto, non ne lasciò nessuna tranne una molto vecchia di legno, la buona Fortuna, se non sbaglio, non volle averla in casa sua.








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