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Bisogni, istinti e pulsioni - Le teorie delle emozioni

Bisogni, istinti e pulsioni - Le teorie delle emozioni


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Bisogni, istinti e pulsioni.


I meccanismi di sopravvivenza sono basati sui riflessi.

Le specie animali hanno sviluppato quello che si chiama comportamento.

Per rispondere all’ambiente è necessaria un’organizzazione di riflessi. Secondo Pavlov il comportamento è, appunto, il risultato dell’integrazione nervosa dei riflessi.

Il bisogno è un processo fisiologico organico che permette all’organismo la sopravvivenza. La fame, la sete, il sesso, il sonno sono considerati bisogni e nei primi tempi vennero trattati da un punto di vista fisiologico. Il bisogno mette in moto un comportamento.

L’istinto è l’organizzazione, l’integrazione di risposte motorie o vegetative ai fini dell’adattamento dell’organismo all’ambiente. E’ specie specifico, innato ed ereditario. E’ destinato alla soddisfazione di un bisogno.

Negli animali si hanno, quindi, i seguenti passaggi: bisogno istinto comportamento



Freud fece notare che a volte questo comportamento era patologico e non finalizzato alla sopravvivenza della specie. Si doveva, quindi, parlare di pulsione.

La pulsione è la rappresentazione psichica del bisogno, il modo in cui io vivo il bisogno, il prodotto dello sviluppo ontogenetico e del contesto sociale-culturale. Nell’uomo, quindi, i passaggi sono: bisogno pulsione (drive) comportamento

I comportamentisti, però, usano la parola drive anche per il mondo animale. L’animale esprime il bisogno non attraverso un esame fisiologico, bensì attraverso una rappresentazione psicologica, una dimensione psicologica che non è l’esatta rappresentazione del desiderio fisiologico.

Ad ogni modo l’uomo ha una rappresentazione psicologica del bisogno e quando avverte il bisogno non fa scattare l’istinto, ma veicola la soddisfazione del bisogno.

L’istinto non è una pulsione perché:

l’istinto è una sequenza comportamentale, mentre la pulsione è un vissuto psichico;

l’istinto serve alla soddisfazione del bisogno, ma nell’uomo la soddisfazione dei bisogni fa partire la pulsione e non l’istinto.


Le teorie delle emozioni.


Nella tradizione filosofica, da Platone in poi, si è data molta importanza all’esperienza e al vissuto emotivo, con Darwin, invece l’interesse si è spostato verso l’analisi di singoli segnali espressivi di breve durata in relazione alle sollecitazioni provenienti dal mondo esterno.

Nello studio della dimensione emotiva umana si è avanzati in due direttrici diverse:

evidenziare il flusso continuo di emozioni nel rapporto interattivo tra l’essere umano, i suoi simili e il mondo esterno. Queste emozioni danno vita a passioni, sentimenti che segnano in maniera duratura l’esistenza individuale;

isolare i singoli episodi emotivi, analizzandone le manifestazioni espressivo-motorie.

Le risposte emozionali sono caratterizzate nell’uomo sia da indicatori verbali sia da indicatori non verbali.

Il dato emotivo risulta non omogeneo anche perché si riferisce a differenti componenti che delimitano le funzioni. Le risposte emotive hanno:

a)     una componente fisiologica;

b)     una componente espressivo-motoria;

c)      una componente motivazionale;

d)     una componente soggettiva o dell’esperienza emozionale.

Vi sono state varie polemiche sul ruolo degli aspetti espressivo-motori e di quelli valutativi, cognitivi ed esperenziali. Sono nate, quindi, varie teorie:

a)     teoria fisiologica di James e Lange (1884): gli elementi valutativo-cognitivi non precedono le risposte espressivo-motorie, ma, al contrario, sono queste ultime, al livello del s. n. vegetativo, a determinare le prime;

b)     teoria ‹‹centrale›› di Cannon (1927): sposta il fondamento fisiologico dal s. n. vegetativo al s. n. c., in particolare al talamo. L’emozione non è più nella catena come momento finale, ma è messa in parallelo al talamo. Lo stimolo attiva contemporaneamente sia la struttura fisiologica (talamo) che quella psicologica (emozione), quindi le risposte cerebrali sono alla base del vissuto psichico;

c)      teoria ‹‹limbica›› di Papez (1937):anche in questo caso lo stimolo attiva contemporaneamente la struttura fisiologica e quella psicologica, ma secondo questa teoria la struttura fisiologica è data dal sistema limbico;

d)     teoria dell’attivazione delle emozioni (anni ‘50-’60): teoria che ha cercato di unificare sotto un unico principio la relazione fra fattori biologico-fisiologici e i processi motivazionali. Dai recettori sensoriali l’informazione contenuta in uno stimolo è trasmessa sia ai centri corticali sensoriali, che alla formazione reticolare. Questa, a sua volta, predispone la corteccia all’arrivo dell’informazione che dovrà elaborare. Questa attivazione è aspecifica. Anche la corteccia cerebrale può trasmettere messaggi, lungo fibre discendenti, per attivare la formazione reticolare ad uno stato di maggior vigilanza. Tra il livello di attivazione e il comportamento c’è una relazione curvilinea ad U rovesciata. Ciò però non implica una stretta correlazione unidirezionale tra variabili fisiologiche e variabili comportamentali. Secondo la teoria dell’attivazione l’emozione è uno stato psichico e una manifestazione comportamentale correlata a processi fisiologici propri di un’alta attivazione. L’aumento del livello di attivazione sarebbe dipeso dal s. n. vegetativo e dal s. n. c. Quando l’attivazione aumenta esageratamente si ha l’ansia che provoca un aumento del battito cardiaco ed altri stati fisiologici alterati, nonché un decadimento della prestazione. In questo caso può essere utile fare delle sedute sommate ad una tecnica denominata bayerfeedback secondo cui il paziente, mentre parla seduto sul lettino, può vedere il suo stato fisiologico e imparare a controllarlo;



e)     teoria ‹‹cognitiva›› di Schachter e Singer (1962): a parità di attivazione fisiologica si possono avere vissuti emozionali diversi.


La concezione organistica della malattia mentale.


Durante il Settecento e l’Ottocento si era tentato di descrivere e classificare i vari tipi di malattie mentali e di ricercare le cause per ciascuna di esse.

Nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppò, soprattutto in Germania, una nuova psichiatria, la cosiddetta ‹‹psichiatria ufficiale››, accolta dall’ambiente medico-universitario.

I punti essenziali di questa psichiatria erano:

la riduzione della malattia mentale a malattia organica;

la classificazione sistematica delle malattie mentali.

Ben presto nella psicologia tedesca nacque una controversi tra i somatologi e gli psicologi che si concluse con la “vittoria” dei primi e l’affermazione della supremazia del cervello sopra ogni altra struttura. Si produsse, quindi, una psichiatria apsicologica.

Lo psichiatra era allo stesso tempo un anatomo-patologo del cervello; la psichiatria non era altro che una patologia cerebrale.

Il principale esponente della psichiatria organicistica fu Griesinger il quale affermava: ‹‹le malattie mentali sono malattie cerebrali››.

L’integrazione tra l’impostazione descrittiva-classificatoria e quella riduzionistica fu portata alla massima sistematicità da Kraepelin. Secondo lui la malattia mentale era un fenomeno naturale da descrivere, classificare e ricondurre alle sue origini organiche. La malattia era, quindi, privilegiata, come entità astratta, rispetto alla concretezza del paziente.

La psicologia usata da Kraepelin era una psicologia disincarnata. L’indagine psicologica serviva per arricchire con strumenti oggettivi il quadro sintomatologico del paziente al livello sensoriale-percettivo.

La malattia veniva studiata sotto il profilo delle cause organiche, del decorso sintomatologico e dell’esito.

Kraepelin studiò un gran numero di casi clinici e fu proprio questo gran numero di casi che condusse alla crisi della concezione tassonomica delle malattie mentali. La rigida concezione deterministica del sintomo psicologico non reggeva di fronte all’evidenza clinica di sintomatologie relativamente simili, ma aventi cause differenti, e di sintomatologie relativamente differenti, ma aventi cause simili.


Freud:

l’influenza degli studi sull’isteria sulla genesi della psicoanalisi;

la struttura dell’apparato psichico.


Nel periodo trascorso presso Charcot a Parigi, Freud aveva avuto modo di osservare numerosi pazienti affetti da isteria e di assimilare la nozione di causalità psichica nel processo psicopatologico (quindi l’isteria non deriva da danni cerbrali).

Un caso di isteria era già stato descritto a Freud da Breuer, si tratta del famoso caso di Anna O., il cui vero nome era Berta Pappenheim.

Dall’osservazione di questo e altri casi Freud capì l’importanza della tecnica ipnotica in quanto essa dava libero sfogo ai sintomi facendoli ‹‹sire per sempre››.

In seguito, però, Freud si distaccò da Breuer sia nella spiegazione della fenomenologia isterica che nella tecnica terapeutica. La causa psicopatogena non fu più considerata un nucleo passivo, un ‹‹corpo estraneo››, bensì un processo dinamico per il quale il paziente rimuoveva intenzionalmente ciò che voleva dimenticare. Inoltre la tecnica ipnotica non permetteva di ovviare alla resistenza del paziente a non ricordare.

Freud decise, quindi di adottare il metodo delle associazioni libere secondo cui il paziente doveva dire tutto ciò che gli passava per la mente e soprattutto i pensieri che sentiva ‹‹un’avversione a dire››.



Inoltre Freud inserì la dimensione dell’inconscio psicodinamico. Secondo Freud, infatti, esistono attività mentali che inducono ad azioni di cui siamo coscienti, ma di cui non conosco la ragione. Questa consapevolezza e la sua giustificazione cosciente è data da una forza che è la sfera dell’inconscio. La sequenza, quindi, è:

inconscio comportamento motivazione non inconscia


Nella teoria elaborata fino al 1920 circa, Freud collocava la dinamica degli affetti all’interno di un ‹‹apparato psichico›› suddiviso in sistemi aventi funzioni diverse: inconscio, preconscio e conscio. Si tratta della prima ‹‹topica›› o ‹‹teoria dei luoghi››.

Dopo il 1920 Freud propose la seconda ‹‹topica›› basata sulla differenziazione tra Es, Io e Super-Io.

L’ES rappresenta per la psiche il patrimonio ereditario e la sede si origine delle pulsioni. Il rapporto tra l’Es di un individuo e l’ambiente esterno è mediato dall’IO che, ai fini dell’autoconservazione dell’individuo stesso svolge la funzione di conoscere e valutare gli stimoli esterni ed interni. Dall’Io si sviluppa, durante l’infanzia, il SUPER-IO nel quale si collocano le influenze dei genitori e delle altre persone, in cui, cioè, sono interiorizzate le regole del comportamento.

L’ES e il SUPER-IO concordano nel fatto di rappresentare entrambi gli influssi del passato: l’ES l’influsso di ciò che l’individuo ha ereditato, il SUPER-IO l’influsso di ciò che egli ha recepito da altre persone; l’IO, invece, è determinato dalle esperienze personali dell’individuo.

La ‹‹storia evolutiva dell’individuo›› è necessaria per comprendere la dinamica dei processi psichici in età adulta. Alcuni processi psichici inconsci divengono consci, e per questa potenzialità sono definiti preconsci, ma nella maggior parte dei casi rimangono inconsci. Nella vita psichica si realizza una resistenza al far divenire cosciente ciò che è inconscio e queste resistenze divengono evidenti nel processo terapeutico. ½ è una relazione dinamica tra le qualità psichiche e i sistemi dell’apparato psichico.

Le funzioni dell’Io e del Super-Io possono essere consce, preconsce o inconsce, mentre quelle dell’Es sono solo inconsce.


Il neuroconnessionismo di Hebb.


L’opera di Hebb The organization of behavior: a neuropsychological theory ebbe un effetto più generale sullo sviluppo della psicologia nord-americana in quanto:

a)     proponeva l’integrazione tra psicologia e fisiologia;

b)     intaccava alcuni fondamenti teorici del comportamentismo;

c)      contribuì allo sviluppo del cognitivismo.

Inoltre Hebb nella sua opera introdusse problematiche concettuali innovative.

Il modello dell’attività cerebrale di Hebb si colloca tra i modelli ‹‹molecolari››. La sua teoria era una forma di “connessionismo”.

Secondo Hebb alla base dell’apprendimento vi sono ‹‹attività centrali autonome››, o processi interni, il cui funzionamento è indipendente dalla stimolazione esterna. Questi processi interni sono caratterizzati da fondamenti neuronali specifici.

La teoria di Hebb può essere denominata neuroconnessionismo perché:

a)     utilizza il principio di connessione per spiegare l’interazione neuronale;

b)     insiste sulle caratteristiche particolari di queste connessioni a livello centrale;

c)      il connessionismo è fortemente neuronale perché fa riferimento a meccanismi specifici.

Secondo Hebb, una volta che i neuroni si attivano contemporaneamente, nella corteccia cerebrale si formano ‹‹assemblee cellulari››. Si costituiscono, così, dei circuiti chiusi in cui l’attività di un neurone facilita quella di un altro. Quando viene attivata una unità dell’assemblea si innesca un processo di eccitazione che si diffonde alle altre unità, quindi l’assemblea cellulare prosegue la sua attività in modo autonomo. Si parla, quindi, di circuito riverberante.


La teoria dei sistemi funzionali di Lurija.


Le fonti principali dell’opera di Lurija sono state:

Freud, per la fondazione di una ‹‹psicoanalisi sperimentale›› e l’impostazione clinica nella ricerca neropsicologica. Inoltre c’è una somiglianza fra la teoria antilocalizzazionistica di Freud e la concezione dinamica dell’afasia;



Vygotskij, per la dimensione storica dei processi psichici, l’unicità dello sviluppo psichico individuale, l’afasia e la riorganizzazione continua tra strutture cerebrali aventi funzioni diverse (grazie allo sviluppo dei processi psichici);

Goldstein, per la localizzazione dinamica delle funzioni cerebrali e il rifiuto di delimitare lo studio degli effetti della lesione cerebrale a un sintomo specifico e la necessità di allargare l’esame al complesso di sintomi o sindromi.


Alla base della teoria dei sistemi funzionali cerebrali di Lurija c’è una revisione sostanziale di tre concetti principali:

Funzione: secondo il localizzazionismo rigido è l’attività specializzata di un’area corticale, mentre secondo Lurija essa è data dalla attività integrata di aree corticali diverse (funzioni semplici). Da qui nasce il concetto di ‹‹sistemi funzionali››, cioè l’insieme integrato di funzioni corticali semplici, svolte da strutture cerbrali specifiche, attraverso il quale si realizza l’attività psichica. Il processo mentale dipende, quindi, da un mosaico funzionalmente integrato di aree diverse. Questi sistemi funzionali non sono determinati geneticamente ed hanno organizzazione dinamica ed ontogenetica;

Localizzazione: essa è dinamica in quanto la funzione è il sistema funzionale (che è dinamico temporalmente). La dinamicità temporale del sistema funzionale ha delle ripercussioni sugli effetti delle lesioni cerebrali per cui solo nel caso di una lesione alle aree corticali ‹‹superiori›› si ha una disintegrazione delle funzioni elementari da essa regolate;

Sintomo: deve riflettere un disturbo nell’organizzazione integrata nel suo complesso. Tale organizzazione può essere disturbata da un danno ad una o più aree corticali implicate nel sistema funzionale. Lurija pone l’‹‹analisi della sindrome››, cioè dello studio del complesso dei disturbi che sono prodotti da una lesione ad una determinata regione corticale e che interessano sistemi funzionali diversi. L’analisi della sindrome evidenzia:

a)     i sistemi funzionali in cui entra in gioco la funzione specifica di tale determinata regione corticale;

b)     la struttura di un sistema funzionale rispetto alla struttura di un altro sistema funzionale.

Inoltre l’analisi della sindrome si ricollega al principio della ‹‹doppia dissociazione››, secondo cui si può avere:

a)     dissociazione ‹‹semplice››: la lesione produce un disturbo solo nel processo mentale A;

b)     ‹‹doppia dissociazione››: osservazione del processo mentale A in pazienti con lesione X e del solo processo mentale B a dei pazienti con lesione Y, per cui si può stabilire una chiara relazione funzionale tra strutture cerebrali e processi mentali diversi.


Lurija disegna un’architettura funzionale del cervello umano in cui i vari sistemi funzionali sono organizzati in tre super-sistemi o unità funzionali:

regolazione del tono del comportamento, del ciclo veglia-sonno, dei bisogni e delle emozioni;

recezione, analisi e immagazinamento dell’informazione;

programmazione, regolazione e controllo dell’azione.

Queste tre unità funzionali interagiscono tra di loro in una sovra-organizzazione complessa entro la quale agisce un sistema funzionale specifico.


Lurija inoltre rileva che la corteccia cerebrale è una struttura corticale tipicamente umana, con maturazione tardiva nell'ontogenesi, che è fondamentale per lo sviluppo del comportamento integrato e volontario ed è la base della coscienza.

La coscienza è una forma complessa di rispecchiamento attivo della realtà che si forma nel corso della storia sociale dell’uomo, durante la quale si è sviluppato l’attività concreta e il linguaggio, e si realizza con la loro più stretta partecipazione.

Secondo Lurija il linguaggio è il più potente mezzo di autoregolazione intrapsichica.








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