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Buddhismo - Confucio, Induismo

Buddhismo - Confucio, Induismo


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Buddhismo


Dottrina e movimento religioso iniziati da Buddha. ½ si fondono elementi filosofici e religiosi di varie origini. Secondo lo sviluppo dottrinale avuto nei secoli si distingue in: Hinayana (Piccolo veicolo), dottrina primitiva del b., e Mahayana (Grande veicolo), corrente nuova e scismatica del b.

La prima muove da un vago panteismo: non c'è posto per un Dio personale e creatore. L'Illuminato non va in cerca del mistero che si nasconde dietro le cose; è tutto impegnato a risolvere il problema del dolore presente ovunque («L'uccello è dolore, la vecchiezza è dolore, le malattie sono dolore, la morte è dolore»). Questa dura realtà, appesantita dalla oscura legge delle rinascite che moltiplicano indefinitivamente l'esistenza, è al centro delle sue preoccupazioni. Egli vuole trovare la strada per uscire dalla catena di sofferenze. Il segreto di tale liberazione si trova nella meditazione: tutti i dolori sono causati dal desiderio, dall'attaccamento alla vita e ai piaceri, dallo stesso desiderio di sfuggire alla morte. Attraverso una lunga serie di purificazioni, di penitenze, si deve arrivare a non desiderare più nulla. A questo grado di perfezione tutti possono arrivare. Ma al nirvana, perfetto e misterioso stato di distacco a cui, dopo la morte, seguirà il parinirvana, cioè la fine delle rinascite terrene, possono aspirare solo i monaci. Molti di questi principi sono esposti in un canone che si ritiene sia la prima esposizione della dottrina fatta da Buddha quando iniziò la sua missione a Benares (il Dhammacakka-pavattana- sutta).



La seconda forma si sviluppò come corrente scismatica nell'India nord- occidentale, all'inizio dell'era volgare. Secondo questa dottrina ogni uomo è un essere destinato all'illuminazione, un bodhisattva. Per dedicarsi ad una vita di ascesi e di carità per il prossimo è necessario vincere l'egoismo. Però la forza per realizare tale ideale non consiste, come per Buddha, nella scoperta della causa del dolore e della via che libera da esso, ma nel chiedere il soccorso dei grandi bodhisattva, i quali hanno rinunciato ad entrare nel nirvana per continuare a servire l'umanità sofferente. Gotama non è quindi l'unico Buddha venuto al mondo, ma prima di lui ne sono venuti molti altri e altri ne verranno dopo. Questa forma di B. si diffuse specialmente in Cina, Corea e Giappone.

Nel Tibet e nel Nepal il b. assunse un aspetto particolare, detto tantrismo, derivato dal misticismo d'una scuola teologica del IV sec. d.C.; in esso si ritrovavano pratiche magiche yoga.

E' difficile indicare in cifre la diffusione del b. Probabilmente i buddhisti superano i 200 milioni di adepti. La Birmania, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e Ceylon ne sono la roccaforte.

In India il b. sconfinò lentamente nell'indiuismo, con una moltiplicazione di Buddha e attribuzione ad essi di consorti. Il loro culto s'andò accostando a quello di Siva e Krishna.


Confucio


Filosofo e riformatore religioso cinese. La trascrizione esatta del suo nome è K'ung (cui si aggiunse il titolo di cortesia, fu-tzu, onorato signore). La forma latinizzata è dovuta al gesuita Matteo Ricci, che intorno al 1600, dopo una lunga permanenza in Cina, fece conoscere in Occidente il nome del saggio.

lio di K'ung Shu Liang Ho, piccolo funzionario che vantava origini reali, C. nacque nel 551 a.C. nel piccolo stato di Lu, entro i confini dell'attuale provincia dello Shantung. Poco si conosce della sua giovinezza. Rimasto orfano di padre in tenera età (548), ebbe modo di formarsi una cultura che più tardi approfondì con ulteriori studi di storia, di letteratura, di antichi costumi e specialmente del rituale, di cui ben presto diventò un esperto. A 19 anni sposò Ch'i Kuan Shi. In quel tempo ebbe incarichi ispettivi in pubblici uffici preposti all'amministrazione delle camne. A 22 anni organizzò una scuola privata, nella quale, secondo la leggenda, furono educati 3000 discepoli; 72 di questi, che si distinsero in particolar modo, divennero altrettanti «santi» del confucianesimo. L'insegnamento era ricompensato; ancora oggi l'ideogramma cinese per «onorario» rappresenta le dieci fette di carne salata con le quali i discepoli di C. avano i suoi insegnamenti. Quelli che non avevano la possibilità di farlo, o i novizi, stavano nel fondo del cortile dove il Maestro impartiva i suoi insegnamenti ed erano chiamati «discepoli della porta». Nel 517 C. si recò a Loh-Yang, la capitale dell'impero, ed ebbe occasione di vedere i luoghi dove venivano offerti i grandi sacrifici al Cielo e alla Terra e di osservare da vicino tutto l'ordinamento dei templi della dinastia regnante dei Chou e della corte imperiale. In conseguenza di gravi disordini scoppiati nel reame di Lu, C. seguì il suo sovrano, Chao Kung, nel vicino stato di Ts'i: ma vedendo che il principe regnante era poco disposto a seguire i suoi consigli, presto ritornò al paese nativo. Quasi certamente a questo periodo risale l'elaborazione delle opere cui è legato il suo nome. Nel 501, morto in esillo Chao Kung e successogli al governo dello stato di Lu il fratello Ting Kung, fu da questi chiamato a ricoprire importanti cariche pubbliche. Venne nominato capo magistrato della città di Chug-tu, dove mise in pratica le sue teorie amministrative con tale successo da farla diventare una città modello. Questo cambiamento fu notato con grande sorpresa da Ting Kung, che nominò C. assistente del soprintendente ai lavori pubblici e, qualche tempo dopo, ministro di giustizia.

Secondo quel che ci tramandano i biografi panegiristi del Maestro, in breve tempo non vi furono più delitti e le leggi contro i criminali caddero in disuso perché non vi erano più occasioni per applicarle. Ma il buon governo dello stato di Lu non durò a lungo. Ben presto il sovrano, distratto dalla presenza a corte di numerose cortigiane, cominciò a trascurare i saggi consigli di C. Questi allora si dimise dalle cariche e, accomnato da un numeroso gruppo di discepoli, peregrinò per 13 anni fra le varie corti dell'impero, offrendo consigli ed esortazioni a principi e a ministri, senza però riuscire ad esercitare su di loro una duratura influenza. Nel 483 ritornò a Lu, dove trascorse gli ultimi anni della vita dedicandosi a lavori di letteratura antica ed a riordinare le sue opere. Morì nel 479 a.C. all'età di 73 anni.



La maggior parte dell'opera di C. è costituita da una cospicua serie di libri compilati dai suoi alunni e dai suoi familiari. Tra i più conosciuti vi sono i Discorsi e dialoghi, che il gesuita Ricci chiamò «Analecta», i Libri della storia, i Libri dei riti, le Cronache, che comprendono il periodo dal 722 al 484 a.C., e i libri dei versi, che hanno il pregio di raccogliere ed annotare antiche canzoni popolari cinesi. Altri libri che espongono le dottrine del Maestro sono: Il giusto mezzo e il Libro di Mencio, quest'ultimo scritto da uno dei più famosi predicatori del confucianesimo.

Pur senza sminuire il valore di colui che deve essere ritenuto il primo e più celebre dei filosofi cinesi, la storia delle religioni ha posto nelle sue giuste proporzioni la ura di C. La leggenda ha contribuito a fare di lui una specie di santone, il fondatore semidivino di una delle religioni più diffuse nella Cina e gli ha attribuito un elaborato culto liturgico, ufficialmente durato fino al 1914, ma tuttora praticato da larghi strati della popolazione. In realtà C., che anche Mao Tse nelle sue poesie chiama con rispetto «il Maestro», non è stato un fondatore di religione. La sua cura fondamentale è stata quella di mettere insieme e tramandare, attraverso l'insegnamento, il pensiero dei classici cinesi sulla morale e sulla vita terrena dell'uomo, più che su questioni metafisiche e teologiche. Ciò non vuol dire, come si è cercato di affermare, che C. non credesse nelle divinità che erano venerate da secoli dai Cinesi e che avevano dato luogo e sviluppo a una delle forme più antiche di religiosita, il culto degli antenati, sia per quel che riguarda la famiglia che per quel che concerne lo Stato. Nelle opere di C. si rivela sempre la fede nel Cielo: personificazione della natura, ma non diverso dalle costruzioni mitologiche che incontriamo in determinati periodi dell'evoluzione sociale e religiosa in Asia, in Africa e in Europa (fra i Persiani, gli Indiani, i Greci, gli Ebrei, i Romani, gli Arabi). L'ideogramma cinese più antico che indica il Cielo rappresenta infatti un uomo: chiara illustrazione di una divinità antropomorfa. Lo stesso termine Shang-ti, come si pronuncia la parola Cielo, significa «l'Uomo di lassù» o «il Signore che sta in alto». C. non usa, però, mai questo termine. considerato evidentemente troppo vicino alle credenze popolari, preferendo usare il sinonimo T'ien, più astratto e idealizzato, molto vicino al concetto di Provvidenza nella tradizione ebraico-cristiana e islamica.

L'insegnamento di C. è basato sullo studio delle leggi che devono regolare i rapporti tra gli uomini nella famiglia e nella società, fondati sul rispetto degli anziani e sull'obbedienza a coloro che dirigono lo Stato. Governare, egli diceva, significa mettere ciascuno al proprio posto nella società, secondo la sua nascita e le sue qualità; ogni uomo deve sentire il dovere di perfezionarsi moralmente, secondo le sue capacità; il Capo dello Stato ha l'obbligo di dirigere i sudditi secondo alcune norme di giustizia e di verità, lasciandosi guidare dal volere del Cielo.

Dottrina fondamentale dell'etica confuciana è che la natura dell'uomo è buona. Però, quantunque tutti gli uomini siano buoni da principio, pochi rimangono tali sino alla fine. La maggior parte, sia per negligenza da parte dei genitori nell'inculcare la pietà filiale, sia a causa di educazione difettosa e di cattivo esempio, peggiorano e per forza di abitudine la malvagità diventa in loro una seconda natura. La buona qualità data dal Cielo deve svilupparsi in buon carattere perenne, per mezzo di sforzi dell'uomo stesso. Per arrivare a tale punto è necessario avere non solo una volontà perseverante, ma anche un vero ideale da perseguire: dotarsi di virtù senza possedere difetti. v. anche Cina: Storia e Letteratura



Induismo


Religione dell'India (v.). Il termine deriva da indù, nome col quale i conquistatori musulmani chiamarono quegli indiani che non professavano la religione islamica, la religione cristiana o altra fede facilmente definibile da un punto di vista dogmatico. Infatti l'i. non è una religione dalla fisionomia immutabile, ma una stratificazione di varie religioni. Esso comprende riti e miti antichissimi dei popoli originari dell'India, la religione degli invasori Arii, la religione vedica, il rituale brahmanico, la mistica delle Upanishad (Dottrine segrete) e i precetti buddhistici della salvezza. Tutto è riunito e mescolato nell'i. in una multicolore varietà in cui trovano posto lo spirituale e il materiale, la filosofia e l'esperienza della fede, la sapienza dei sacerdoti e la fede dei laici, l'astrazione spirituale ed il più basso feticismo, la dottrina esoterica e la volgare religione delle masse. Nella sua qualità di grande complesso di opposti l'i, non rappresenta un'organizzazione religiosa unitaria, ma piuttosto una molteplicità di caste, di sette, di ordini e di personalità singole. Come altre religioni consimili, l'i. annovera un gran numero di esseri soprannaturali.  La schiera si apre nel campo delle forze della natura. Così sono ritenute sacre per le loro virtù vivificatrici, purificatrici o curative la Madre Terra, certe montagne (Himalaya), alcuni fiumi (Gange), le pietre preziose (rubino, smeraldo, topazio, zaffiro) e il fuoco. Sono pure ritenuti sacri e venerati alcuni alberi (fico, banano, betel) e certi animali (vacca, cavallo, elefante, serpente, aquila, tartaruga e lucertola). Tra gl'idoli creati dall'uomo godono di grande venerazione la rafurazione del fallo (linga) e della vulva (yoni). Diverse cerimonie magiche servono ad acquisire forze risanatrici e ad allontanare le potenze dannose. L'azione magica si svolge parallelamente alla formula magica (mandra) che, quando è recitata in maniera giusta e con la necessaria concentrazione spirituale, crea automaticamente il suo effetto benedicente. Il mandra viene anche scritto e portato addosso come amuleto.



Al di sopra di queste forme di culto naturalistico e di pratiche magiche, l'i. conta un folto gruppo di esseri celesti.

Al vertice del pantheon stanno le tre grandi divinità Brahma, Visnù e Siva. Queste sono riunite spesso in una triade (Trimurti) Brahma simboleggia la creazione, Visnù la conservazione e Siva la distruzione del mondo. Tali divinità si differenziano però nel valore che viene loro attribuito. Brahma non è, come spesso si crede, il dio supremo, ma soltanto l'artefice che forma il mondo. Visnù e siva sono invece le due maggiori divinità degli indù. Visnù (colui che penetra) è rappresentato mentre regge con le sue quattro braccia il disco, il loto, la conchiglia e la clava, e cavalca la sua aquila Garuda. Spesso la moglie Laksmi, dea della bellezza e della felicità, gli è accanto e gli massaggia i piedi. Siva (il Clemente) è rafurato con una o cinque teste, come un asceta cosparso di cenere bianca e con una collana fatta di teschi umani. Egli è da una parte un dio raccapricciante, che con la sua danza introduce la fine del mondo, dall'altra il grande dio della procreazione, onorato sotto il simbolo del fallo. Anche la moglie di Siva, la dea Kalì (la Nera) ha aspetti crudeli e buoni. Da una parte è temuta come la terribile nemica dei demoni; dall'altra è esaltata come la buona madre che dà nutrimento ai viventi. Oltre a queste principali divinità, altri dei dell'antica religione vedica sono venerati tra gli indù: Surya, il Sole; Soma, la Luna; Vayo, il vento; Varuna, l'acqua; Indra, la tempesta; Agni, il fuoco; Yama, il custode del regno dei morti; Ganesa, il soccorritore; Cama, il dio dell'amore; Scanda, il dio della guerra.

L'etica, la dottrina della salvezza e la rappresentazione della vita dopo la morte trovano il loro fondamento in antichissimi testi sacri. Al vertice della letteratura religiosa indù sono i Veda (Sapienza), redatti in sanscrito. Non si tratta di un libro sacro come la Bibbia o il Corano, ma di un poderoso corpus di opere, formatosi in tempi diversi. Si dividono in quattro samhita (raccolte): RigVeda (Veda degli inni), Sama-Veda (Veda dei canti), Yajur-Veda (Veda delle formule sacre) e Atharva-Veda (Veda delle formule magiche). A queste quattro opere principali, le cui parti più antiche risalgono ai 1500 a.C. ca., vanno aggiunti numerosi Brahmana (testi sacrificali) e infine i trattati filosofiei delle Upanishad (800 a.C.). Opere di più recente formazione, che si affiancano alla tradizione sacra, sono i due grandi poemi Mahabharata e Ramayana, nei quali vengono insegnate le vie della salvezza.

Il fine cui tende l'i. è la liberazione da nuove reincarnazioni. Infatti, nella rappresentazione della vita dopo la morte, è previsto che quando un uomo muore la sua anima passa ad una nuova esistenza (metempsicosi). La trasmigrazione di anima in anima sulla terra può essere interrotta, per azioni particolarmente cattive, da una permanenza agli inferi che può durare interi millenni. D'altra parte il giusto, in ricompensa dei suoi meriti, può ottenere un soggiorno più o meno lungo in un mondo celeste. La condizione di coloro che si sono liberati dai vincoli della reincarnazione è la totale ssa di ogni elemento individuale e il trapasso nello Spirito universale.

Il culto induistico si estrinseca nel compimento di determinati precetti (digiuni, penitenze, voti, concentrazione meditativa) e nella celebrazione di svariate cerimonie officiate dai ministri del tempio (sacerdoti brahmani). I riti si svolgono davanti a statue o a simboli degli dei e consistono in canti di inni, lavacri, unzioni e ornamenti di idoli, fumigazioni ed offerte di cibi vegetali e di fiori. Grande rilievo nella pratica religiosa degli indù hanno i pellegrinaggi a Benares, Matbura e Allahbad, dove, in templi posti in riva ai fiumi sacri, si fanno immersioni per liberarsi dei peccati.








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